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I sikh dichiarano guerra: “Il turbante non si tocca”

pubblicato il 23 dicembre 2008 , 2680 letture
NEW DELHI - A volte sgargianti, sempre impeccabilmente attorcigliati, comunque immacolati. I turbanti sono una protesi sacra del corpo per i fedeli sikh. Tanto che la questione del loro diritto a indossarlo è ora approdata alle Nazioni Unite. Dopo che alcuni sikh si sono scontrati con la legge francese che vieta i simboli religiosi a scuola e nelle foto dei documenti di identità, un'organizzazione per i diritti dei sikh ha infatti presentato un'istanza in cui si chiede che Parigi abolisca la norma in quanto viola la loro libertà religiosa.

L'orgoglio degli emigrati sikh, una comunità storicamente quieta e obbediente che in Francia conta circa 6000 persone, ha cominciato ad avvamparsi nel 2004, quando il diciottenne Bikramjit Singh è stato espulso da un istituto scolastico francese perché si ostinava a portare il turbante come la sua religione gli ha insegnato. Il suo non è l'unico caso a nome del quale la United Sikh si è rivolta alla Commissione Onu per i diritti umani. Quello di Singhara Singh è approdato anche alla Corte europea di Strasburgo. Cittadino francese, pretendeva di ottenere una patente di guida presentando una foto in cui appariva col capo sormontato dal lungo panno. Rien à faire, secondo la legislazione francese nei documenti di identità bisogna apparire a teste scoperte.

A novembre anche la Corte europea per i diritti dell'uomo gli ha risposto picche, giustificando la necessità di farsi ritrarre senza turbante con ragioni «di pubblica sicurezza».
«Quando viaggiavo col mio vecchio passaporto - ha protestato Singhara Singh - nessun poliziotto mi ha mai detto che non riusciva a riconoscermi». Il secolarismo e il principio di uguaglianza che la legge intende tutelare sono arrivati a negare anche l'accesso al sistema sanitario ad un pensionato. Anche lui un Singh (è il cognome più diffuso tra i sikh), ma di nome Rajnith, non ha potuto farsi curare perché al comune si sono rifiutati di rilasciargli il certificato di residenza.

«L'appello alle Nazioni Unite non è solo a nome di queste persone, ma per il diritto di 25 milioni di sikh di indossare il turbante», ha precisato il direttore legale della United Sikh, Mejindarpal Kaur. Nella petizione si fa appello al rispetto del Patto internazionale sui diritti civili e politici, la convenzione Onu di cui anche la Francia è firmataria. «Il mese scorso la Corte di Strasburgo ha fatto capire ai sikh del mondo che in Francia non sono graditi - ha commentato Kaur -. Speriamo che le Nazioni Unite deliberino diversamente, in difesa della nostra libertà religiosa nel Paese».

Non è solo questione di libertà di culto però. Parte del problema sta proprio nella definizione di turbante come simbolo religioso. Già prima dell'approvazione della legge del 2004, centomila sikh presentarono una lettera all'allora presidente Chirac chiedendo di escludere il loro copricapo dalla bozza, perché sostenevano che «diversamente dal velo musulmano o dalla kippah ebraica, il turbante non ha una simbologia religiosa». Effettivamente, il kesh, il precetto di non tagliarsi mai i capelli è uno dei fondamenti sacri del Sikhismo, ma non prescrive l'obbligatorietà del turbante. Resta però che indossarlo per raccogliervi le lunghe chiome è la pratica quintessenziale di ogni sikh. E' sempre stato così dal XV secolo, quando il guru Nanak fondò la religione nell'India settentrionale.

La notizia della querelle è rimbalzata nel Subcontinente, dove tuttora risiede il 75 per cento dei sikh, primo ministro compreso. Tanto che quando Manmohan Singh (indiscutibilmente appassionato di turbanti celesti) a settembre si è recato in visita a Parigi ha sollevato la questione al presidente Sarkozy. Abituati a vivere in uno Stato in cui secolarismo significa libertà di manifestare la propria fede ovunque e dove i posti nella pubblica amministrazione sono assegnati anche in base all'appartenenza religiosa, a molti indiani la legge francese appare un'imposizione bizzarramente draconiana.

«Per un sikh è un'umiliazione mostrarsi senza turbante, la Francia sta dimostrando di non avere rispetto per la libertà religiosa», ci dice al telefono Justvinder Singh, il portavoce del Tempio d'Oro, la principale meta di pellegrinaggio del Sikhismo. Un volontario della Gurdwara Bangla Saheb, un luogo di culto della capitale, preferisce invece metterla sul piano dell'ingratitudine: «Forse a Parigi si sono dimenticati che durante la prima guerra mondiale i sikh sono morti con il turbante in testa mentre combattevano per la Francia».

Il sikhismo fu fondato nel XV secolo in Punjab da Guru Nanak. Si tratta di una religione monoteista che accoglie, in una sintesi unica, elementi hindu e musulmani. Il credente sikh crede in un Dio cosmico che talvolta identifica con l’universo stesso. La catena iniziatica dell’insegnamento passa attraverso i cosiddetti dieci guru, una serie di maestri che comincia con Guru Nanak. Per essere compiutamente sikh bisogna passare attraverso la cerimonia del battesimo. La regione in cui si è sviluppato il culto è soprattutto il Punjab, una regione adesso divisa tra India e Pakistan.

Le tre colonne dello stile di vita sikh così come sono state concepite da Guru Nanak sono: 1) La meditazione del Santo Nome (di Dio) 2) Il lavoro onesto e diligente 3) La condivisione dei frutti della propria opera. Il libro sacro di questa religione è il Guru Granth Sahib che il Decimo Guru nominò suo successore. Oggi dunque i sikh considerano e onorano il Guru Grant Sahib come la loro guida spirituale. Nel corso della storia il sikhismo ha sviluppato una originale figura di santo soldato. Ogni sikh battezzato devo portare con sé i cinque oggetti di fede (le cinque K): 1) Kesh, non tagliare i capelli e lasciarsi crescere la barba 2) Canga, il pettine di legno 3) Kaccha, un tipo di biancheria molto simile ai boxer, 4) Kara, il braccialetto di ferro 5) Kirpan, il pugnale ricurvo.
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