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Al primo sondaggio Bersani avanti di 20

pubblicato il 11 agosto 2009 , 878 letture
Se fosse il Giro d’Italia, si potrebbe dire che Pierluigi Bersani vede il traguardo con molte lunghezze sugli inseguitori. Questo racconta la fotografia scattata dall’Ipr marketing che calcola in 19 punti percentuali il distacco tra l’ex ministro e l’attuale segretario del Partito democratico nelle intenzioni espresse dai possibili elettori in vista delle primarie. La partita, però, potrebbe riservare ancora qualche sorpresa. Soltanto al traguardo si potranno alzare le braccia al cielo e salutare il pubblico. Sempre che il pubblico si faccia trovare perché, allo stato, è lecito nutrire più di qualche dubbio. Anzi, secondo l’Ipr i dati che emergono sulla partecipazione piuttosto critici. Insomma quel pubblico andrebbe motivato, scaldato.Ma ieri nel Pd sono tomati a parlare di tratt/no: centrosinistra o centro-sinistra?


Dunque, Pier Luigi Bersani è in testa. E non di poco. Secondo l’Ipr, al netto degli indecisi - che rappresentano il 18% del campione e che hanno comunque dichiarato che andranno a votare - l’ex ministro pu contare su un 54% di consensi, contro il 35% di Dario Franceschini e l’11% di Ignazio Marino. L’appeal di Bersani - che risulta il più votato dagli over 35 e raccoglie consenso tra dipendenti, pensionati ed elettori del centrosinistra che guardano con interesse al Pd e che, però, è il meno votato tra i giovani - sembra funzionare soprattutto con chi nel centrosinistra, ma non soltanto nel Pd, è più attento alla politica. Quanto a Ignazio Marino, colpisce che la sua candidatura non sfondi neppure sotto il profilo della trasparenza. Legittimo pensare che le notizie arrivate dagli Usa sulle sue disavventure professionali possano aver avuto una qualche influenza.

Quei 19 punti rappresentano un distacco difficile da rimontare anche se, va detto, la corsa è appena all’inizio e i dati vanno valutati tenendo conto delle tante variabili che possono entrare in gioco. Ma Bersani supera solo di un soffio la soglia del 50% più uno necessaria per evitare l’annullamento delle primarie e che sia l’assemblea nazionale, a scrutinio segreto, a prendere ogni decisione sul futuro segretario.

Chiunque vinca la corsa, dovrà per fare i conti con un’ombra che potrebbe essere difficile da allontanare, quella sulla partecipazione alle primarie. Soltanto l’ 8% dell intero elettorato italiano dichiara che voterà alle primarie. Si tratta di un dato basso, considerando che, a quelle che elessero Walter Veltroni, partecipò il 10% circa del totale. Antonio Noto, direttore dell’Ipr, lo ritiene un «dato critico» che segnala come «le primarie in questo momento non hanno un forte peso attrattivo». Anche se quella percentuale dovesse crescere, infatti, si parte comunque da un dato inferiore a quello di due anni fa. «Occorre caricare l’elettorato», spiega ancora Noto.

Nel Pd, però, si toma a parlare di trattino. Se ne parlò, e a lungo, ai tempi del seminario di Gargonza, quello delle «risposte spigolose» di Massimo D’Alema. «Siamo seri, non conosco questa politica che viene fatta dai cittadini e non dai partiti», disse D’Alema. Allora si trattava di capire cosa ne sarebbe stato dell’Ulivo e se fosse un’alleanza o un cartello elettorale. Era il marzo dell 1997. Un paio di anni più tardi, di trattino tornò a parlare Francesco Cossiga e da quel trattino poteva dipendere la sorte di un governo. Ora, 12 anni dopo, ad evocare il trattino, è il deputato Walter Verini. E lo ha fatto per rispondere a Bersani che, dalle colonne del Messaggero, aveva rivendicato di non concepire «un partito progressista che rinunci alla parola sinistra». «E’ il centrosinistra, senza trattino, la sinistra di oggi», diceva ieri, appunto, Verini, che ha spiegato: «I valori della giustizia sociale, della solidarietà vanno oggi coniugati con altre parole-chiave che si chiamano merito, mercato, sviluppo»; «le vecchie categorie sono parziali, datate e inadeguate a dare risposte alle sfide della modernità». Anzi, secondo l’ex braccio destro di Veltroni, «girare la testa all’indietro» rischia portare a «un Pd più piccolo, un partito a vocazione minoritaria». Inevitabile, a seguire, il dibattito sulla identità del partito, con interventi di Paolo Nerozzi e Giorgio Merlo sul fronte dei franceschiniani e di Stefano Di Traglia e Oriano Giovannelli su quello dei bersaniani. E proprio questi ultimi hanno fissato per il 6 settembre al Palalido di Milano la convention che apre ufficialmente la fase congressuale mentre il segretario è ancora al lavoro per organizzare un evento dello stesso tipo ma tutto centrato sulla informazione.

Saranno quelle, forse, le occasioni per riscaldare un elettorato che allo stato sembra pedalare in tutt’altra direzione rispetto ai tre candidati. Una sorta di doping alla rovescia, insomma, che invece di dare energia potrebbe appesantire i polpacci dei corridori quando saranno in vista del traguardo.
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