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Portatori sani di Cultura

Il Santa Cecilia annulla i concerti in calendario e promuove una tre giorni di sciopero in note all'Auditorium contro il decreto Bondi: "Chiediamo alle camere di respingere tutto e alla gente di starci vicino". Il PD annuncia battaglia in parlamento. Guarda il video.

pubblicato il 4 maggio 2010 , 1863 letture
A guardarli da lontano somigliano un po’ all’orchestra del Titanic, con la differenza che loro non si rassegnano all’idea di una nave che affonda. E la gente intorno non scappa in tutte le direzioni, rimane lì, in religioso silenzio ad aspettare che l’ultima nota fenda l’aria. Domenica all’Auditorium Parco della Musica a Roma, l’orchestra dell’Accademia Santa Cecilia ha protestato così, suonando.

Il decreto Bondi sulla riorganizzazione del settore lirico e sinfonico, varato venerdì scorso, è un colpo al cuore dell’arte e della cultura. La nuova norma penalizza i lavoratori cancellando d’un colpo la contrattazione decentrata e bloccando le assunzioni che, anche in presenza di necessità di turnover, non potranno essere bandite fino al 2013. Nel 2013 non sarà poi comunque possibile rinnovare l’organico andato in pensione fra il 2010 e il 2011, visto che le nuove assunzioni potranno essere bandite esclusivamente per rimpiazzare gli elementi pensionati l’anno prima. Una disposizione che sfugge alla logica e che mortifica la professionalità di chi lavora nelle fondazioni e di chi, dopo anni di duro studio al conservatorio si vede preclusa la possibilità di mettere a frutto il suo talento.




Per questo Santa Cecilia ha annullato i concerti e le lezioni previsti per la stagione lirico-sinfonica, per dimostrare che l’arte, il “cibo dell’anima”, non si piega a criteri di imprenditorialità ed economicità, che come “la funzione di noi artisti è salvare la musica per poterla dare alla gente”.

Domenica la Santa Cecilia ha fatto proprio questo: 7 ore ininterrotte e gratuite di musica. Il suono fiero degli ottoni catturava la curiosità di chiunque si trovasse a passare nelle vicinanze dell’auditorium. Basta avvicinarsi o voltare l’angolo per imbattersi in quella decina di elementi, insolitamente vestiti con jeans e maglietta, intenti a suonare, di fronte alla libreria, le grandi musiche da film o le composizioni di George Gershwin. Tutto intorno: coppie abbracciate, bambini che imitano il maestro d’orchestra, signore rapite dalla magia del suono. Dopo l’ultima nota lo spazio è tutto per gli applausi, scroscianti, ma incapaci di coprire il suono leggero e vellutato che parte dalla cavea e si insinua fino alla libreria.



Sono gli archi: violini, viole, contrabbassi, violoncelli. Hanno già preso posto davanti al foyer e non lasciarsi catturare dall’immenso Schubert che già scaturisce da quelle corde è impossibile. Sui loro visi non c’è rabbia per l’arroganza del governo e del ministro della cultura, in quel momento c’è solo Schubert. “Suoniamo con fierezza!” incita il direttore d’orchestra. Il primo violino, una ragazza che probabilmente ha meno di trent’anni, non si limita a questo: sorride. Sorride a quell’arte che probabilmente è per lei, come per gli altri, ragione di vita. Sorride a quel violino che è parte del suo essere nonostante gli attacchi di Bondi & co.

Solo ad esecuzione terminata, c’è tempo per spiegare a quel pubblico che diventa sempre più numeroso i motivi dello sciopero attivo. “Chiediamo al parlamento di respingere tutto e di mettere a punto una normativa organica – dice il secondo trombone – e chiediamo a voi di starci vicino. Ci fa male non suonare, aver annullato i prossimi concerti, ma non vogliamo privarvi della musica per questo oggi scioperiamo suonando”. Sul petto del rappresentante di categoria, come su quello degli altri orchestrali è appuntato un fiocco giallo: “E’ perché siamo portatori sani di cultura, sappiatelo. A stare qui si rischia di esserne contagiati”.

Bando alle chiacchiere, torna la musica. Adesso tocca alle percussioni. Musiche caraibiche invadono lo spazio. C’è chi balla, chi porta il ritmo con un piede, addirittura un bimbo che con il suo monopattino sfreccia a pochi centimetri dai percussionisti. Poco più in là un suo coetaneo, capelli rossi e ricci, non più di sei anni, si accovaccia di fronte agli orchestrali e, mani sotto il mento, decide di ascoltare con tutta l’attenzione di cui è capace.

E' una maratona senza sosta. Si esibisce la Juniorchestra, l’under 18 di Santa Cecilia. Loro rappresentano quei ragazzi che, se questo decreto diventerà legge, avranno serie difficoltà a fare della loro passione la loro professione. Per questo durante l’esecuzione finale, il quarto movimento della Settima Sinfonia di Beethoven, i piccoli staranno vicino ai grandi. I loro strumenti saranno muti, per mostrare quello che potrebbe essere se le cose non cambiano.

“Vogliamo essere liberi come solo la musica può rendere. Vogliamo che questo sia un momento di riflessione e non di abbattimento. Fare il musicista non è “fare”, ma “essere”: combattere per la perfezione o per la ricerca della stessa”. Sono queste le parole che introducono la Settima, una sinfonia gioiosa che chiude una giornata gioiosa. Sui visi dell’orchestra ora si legge tutto: l’orgoglio per quello che sono, la ribellione a quello che li vorrebbero far diventare, la gioia nel fare, anzi essere, quel che amano. E la ragazza col violino sorride ancora.

“Se il ministro Bondi avesse voluto evitare la giusta e comprensibile reazione delle lavoratrici e lavoratori delle Fondazioni sinfoniche, avrebbe dovuto aprire un confronto preventivo con le parti interessate ed evitare di scegliere la via del Decreto legge. Ci si renda disponibili a cambiare la sostanza di un testo sbagliato e si apra un serio confronto”. Così Vincenzo Vita, del Pd e membro della commissione di Vigilanza Rai, commenta la nota del ministro Sandro Bondi”.

Emilia De Biase, membro PD della commissione Cultura della camera commenta: “Una settimana fa la Scala e Santa Cecilia erano autonomi, una settimana dopo non sono più autonomi. Lissner che prima difende il decreto ora lo attacca, Bondi che prima difendeva Lissner ora lo attacca. Che tristezza. Tutto questo dimostra quanto sia sbagliato il Decreto delle Fondazioni Lirico Sinfoniche che in un modo o in un altro, settimana dopo settimana, umilia comunque la qualità dell’arte. Non possiamo che dire ciò che abbiamo già detto e che riconfermiamo: il Decreto va cambiato in profondità. Si faccia davvero la riforma delle Fondazioni Lirico Sinfoniche, non è un esercizio burocratico di accentramento del potere, nelle mani della burocrazia ministeriali, a scapito dell’intero mondo dello spettacolo dal vivo, che attende da anni una legge di sistema, che invece questo decreto uccide”.

Ivana Giannone
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