«Il jobs-act non può essere intoccabile. Dove necessario va modificato, altrimenti rischia di scoppiarci in mano», è il monito pragmatico di Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera ed ex ministro del Lavoro del governo Prodi.
 
Presidente, impazza ancora la polemica sui voucher. Strumento di flessibilità o ennesimo escamotage per mascherare il precariato?
 
«Sono contrario all’abolizione dei voucher. Allo stesso tempo, però, ho presentato una proposta di legge per tornare alle origini, ovvero alla legge Biagi, nella quale i voucher erano pensati come strumento destinato ai soggetti deboli, da usare per retribuire lavori occasionali o accessori, come ad esempio i piccoli lavori domestici.
 
Che cosa è andato storto, dunque?
 
«È evidente che i voucher, attraverso un loro uso distorto, oggi vengono utilizzati per retribuire anche attività che potrebbero essere altrimenti inquadrate nel lavoro dipendente a tempo indeterminato o determinato. Aggiungo un dato: nel 2008 furono venduti 500mila voucher, nel 2016 le cifre prevedono 150 milioni. Ecco, questo uso va sconfitto con un ritorno all’occasionalità della prestazione, non con l’abrogazione dello strumento. Da ministro, nel 2008, ho applicato la legge Biagi e normato l’utilizzo dei voucher esclusivamente per la raccolta dell’uva e solo per pensionati e studenti. In quel caso, l’intervento ha fatto emergere un pezzo di lavoro nero in agricoltura.
 
La Cgil ne chiede l’abrogazione, ma nello stesso tempo li utilizza per i suoi dipendenti. Polemiche gratuite?
 
«La Cgil ha retribuito con i voucher dei volontari occasionali, con rimborsi da 150 euro al mese che nulla hanno a che fare con un lavoro regolare o con uno stipendio continuativo. Quella contro il sindacato è una polemica un po’ montata, ma spero che la Cgil si muova con maggiore coerenza.
 
In questi giorni è attesa anche la pronuncia della Corte Costituzionale sui quesiti del referendum sul jobs-act. Lei ha condiviso l’iniziativa referendaria della Cgil?
 
«Mi limito a considerare che lo strumento referendario è offerto a tutti dalla Costituzione. È evidente, tuttavia, che per un sindacato la via maestra dovrebbe essere la contrattazione.
 
Si è tornati a discutere dell’ammissibilità del quesito sull’articolo 18…
 
«L’Avvocatura di Stato e anche giuslavoristi come Pietro Ichino sostengono che il quesito sia manipolativo e inammissibile. Io non concordo, perché ritengo che non ci sia nulla di manipolativo nella richiesta di abrogare il limite dei 15 dipendenti, superato il quale si applica lo Statuto dei lavoratori. Lo stesso Statuto, infatti, prevede anche la soglia residuale dei 5 dipendenti, anche se essa riguarda il solo settore dell’agricoltura. Se venisse abrogata la norma generale, dunque, si dovrebbe adottare la soglia residuale e la tutela reale in caso di licenziamento si applicherebbe a partire dai 6 dipendenti.
 
Un quesito legittimo, dunque, ma anche auspicabile?
 
«Personalmente, non ritengo fattibile il ritorno allo Statuto dei lavoratori del 1970 e addirittura l’abbassamento della soglia a 5. Credo, però, che il quesito sollevi un problema di cui è necessario che Parlamento e Governo prendano coscienza: la crescita del 28% dei licenziamenti disciplinari, nei primi 10 mesi del 2016.
 
Anche i dati dell’Istat non sono incoraggianti: a fronte di una leggera crescita degli occupati, la disoccupazione giovanile tocca il picco del 40%.
 
«Il leggero aumento dell’occupazione si concilia con il crescere della disoccupazione, soprattutto giovanile, per il fatto che diminuiscono i soggetti inattivi, ovvero coloro non cercano più il lavoro per scoraggiamento. Quest’ultimo è un fattore positivo, tuttavia i dati dimostrano che siamo ben lontani da una situazione di crescita positiva del mercato del lavoro e dunque è necessario intervenire.
 
Anche modificando il jobs act?
 
«Indipendentemente dal referendum, io credo sia necessaria un’azione legislativa di correzione, a partire dai licenziamenti disciplinari e collettivi. Ci vuole coraggio, ma del resto il premier Gentiloni ha sottolineato la centralità del tema del lavoro.
 
Anche se la riforma del lavoro è diventata ormai uno degli ultimi simboli della precedente legislatura?
 
«Non devono esistere tabù. Penso alla “Buona scuola”: grazie alla nuova ministra la riforma ha cambiato segno, trovando un accordo sulla mobilità degli insegnanti. Il jobs-act deve essere gestito allo stesso modo, modificando dove serve, altrimenti rischia di scoppiarci in mano.
 
Ma questo non presupporrebbe un governo meno transitorio?
 
«Il governo Gentiloni non ha solo il compito di portare il Paese al voto anticipato con una legge elettorale omogenea per Camera e Senato, ma anche quello di intervenire sulle emergenze sociali. Del resto, si andrà ad elezioni quando il governo non avrà più la fiducia del Parlamento: penso che ci debba essere il voto anticipato nel corso dell’anno, ma sono contrario ad accelerazioni.