Il bonus investimenti al Sud cambierà pelle. Istituito nel 2016, il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali nuovi non sta funzionando e il governo corre ai ripari. Lo annuncia il ministro per la Coesione territoriale e Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, che sta perfezionando una norma per rilanciare la misura.
 
Quante sono le risorse ancora disponibili?
 
«La legge di stabilità 2016 prevedeva uno stanziamento di 617 milioni annui dal 2016 al 2019. Ma l’utilizzo da parte delle imprese nel 2016 è stato inferiore alle attese, intorno al 20% delle risorse. Restano dunque ancora a disposizione oltre 500 milioni all’anno che destineremo alla nuova versione del credito d’imposta».
 
La misura è diventata a tutti gli effetti operativa solo nella seconda parte del 2016. Perché ritenete di doverla cambiare?
 
«Secondo le nostre valutazioni il tiraggio è basso e questo a causa di tre elementi che probabilmente hanno costituito un freno. Il primo riguardai criteri di calcolo degli investimenti che beneficiano del credito.Il secondo elemento sono i vincoli alla cumulabilità con altre misure. Pesa infine il fatto che la percentuale di credito sia inferiore ai limiti consentiti dalla Ue. La norma fu concepita in chiave prudenziale rispetto ai vincoli comunitari, ora intendiamo rafforzarla e stiamo valutando nei dettagli su quale di questi elementi intervenire e in che modo».
 
Resteranno tre fasce di agevolazione, con percentuali di aiuto maggiori per le piccole imprese?
 
«C’è ancora una riflessione da ultimare. Di sicuro deve restare uno spazio significativo per le Pmi, ma tenendo conto dell’importanza degli investimenti delle grandi imprese per il rilancio del tessuto produttivo meridionale».
 
Quali tempi prevedete per intervenire?
 
«Valuteremo con il Parlamento lo strumento normativo migliore, per esempio se ci sono le condizioni per inserire l’intervento in queste settimane con un emendamento già nel decreto “Primi interventi nel Mezzogiorno” varato dal Consiglio dei ministri il 23 dicembre».
 
Il governo Gentiloni ha rimesso il Mezzogiorno al centro del programma. Non temete che il rilancio del bonus investimenti venga etichettato come una mossa preelettorale per recuperare uno dei bacini decisivi al referendum?
 
«Stiamo parlando di una misura strutturale che copre quattro annualità, non certo un intervento collegabile con una scadenza elettorale o con l’esito referendario: non ha senso. È una norma varata un anno fa, il problema è ora renderla pienamente efficace. La nostra politica per il Mezzogiorno non si misura su un appuntamento elettorale ma su un programma di lungo periodo che sia capace di dare i primi frutti già nel breve termine. La svolta nell’attenzione per il Mezzogiorno è stata avviata dal governo Renzi con il masterplan e i Patti per il Sud. Con il ministero per la Coesione e il Mezzogiorno il governo Gentiloni vuole ora svilupparne tutto il potenziale innovativo. Del resto, come dimostrano il rapporto Svimez e il «checkup» di Confindustria, al Sud ci sono già segnali di inversione di tendenza».
 
Non ancora una vera svolta però.
 
«È indubbio che il Sud abbia subito l’impatto più grave della crisi apertasi nel 2008. Ma l’allargamento del divario con il Centro-Nord dal 2015 si è interrotto. I cinque indicatori chiave citati anche dal check-up di Confindustria sono tornati tutti positivi per la prima volta dall’inizio della crisi: Pil, occupazione, export, numero di imprese e investimenti. Si deve lavorare per rendere strutturale il ritmo di ritrovata crescita, in quest’ottica al governo spetta il compito di supportare con un contesto adeguato eccellenze produttive e capacità di cui il Sud continua ad essere espressione. Questa è anche la filosofia che ha ispirato il Masterplan e i 15 Patti firmati con le Regioni e le città metropolitane. Proprio oggi inizio un viaggio in varie tappe sul territorio per confrontarmi con le amministrazioni locali sull’attuazione dei Patti e accelerare le procedure per l’avvio dei primi interventi».
 
Alle misure pro investimenti affiancherete anche interventi più mirati per contrastare la povertà?
 
«È un tema reale. La crisi ha allargato la platea delle famiglie in condizioni di povertà, specie nel Sud. La strada maestra è accelerare sull’approvazione della legge delega che prevede il reddito di inclusione e quindi sui decreti legislativi con le prime forme di intervento. Credo però che la via principale per affrontare anche il problema della povertà resti sostenere la crescita e favorire posti di lavoro. In particolare, per il rilancio dell’occupazione, la conferma della decontribuzione al Sud e i 200 milioni per il bonus occupazionale varato dall’Anpal nell’ambito del programma Garanzia giovani sono già strumenti importanti».
 
Dopo i salti mortali per spendere i fondi comunitari 2007-2013 ci aspetta un’altra impresa con la programmazione 2014-2020? Non crede che l’Agenzia per la coesione sia partita a ritmo lento?
 
«I numeri che abbiamo già a disposizione in realtà dicono il contrario. L’ammontare delle risorse che corrispondono a l’intervento è di quasi 7 miliardi, il 12% dei fondi Fesr e Fse. Se invece consideriamo il valore dei bandi e delle procedure avviate siamo al 33% dei fondi. Mi sembrano dati che indicano il buon funzionamento delle strutture operative che lavorano alla coesione territoriale sia l’Agenzia sia il Dipartimento.