C’è uno strano fenomeno per cui le cose diventano un tormentone e allora diventano un’altra cosa. Ora il tormentone sono i voucher». Titti Di Salvo, deputata del partito democratico, vicepresidente della commissione parlamentare di controllo sugli enti previdenziali, ex militante di Sinistra e libertà, ha alle spalle una lunga carriera nella Cgil, di cui è stata la prima segretaria regionale donna per il Piemonte. A chi come Maurizio Landini chiede che i voucher siano aboliti, Di Salvo risponde: «Le battaglie si fanno guardando avanti e non indietro». E spiega che anche il Jobs act, a cui i voucher sono accostati, «è la strada giusta per il lavoro»…. Una difesa della riforma messa sotto accusa dal sindacato guidato da Susanna Camusso, che le ha scagliato contro un referendum abrogativo con oltre 3 milioni di firme raccolte, niente affatto esente però da critiche: ‘Vanno apportati correttivi anche d’intesa con il sindacato, come avvenuto sulle pensioni».

Ora che c’è in ballo il referendum della Cgil contro il Jobs act, l’abuso dei voucher è diventato di attualità.

«Innanzitutto chiariamo che la normativa dei voucher non è nel Jobs act: sia l’ampliamento a tutti i settori produttivi che il superamento dell’occasionalità sono stati introdotti prima del governo Renzi. L’esplosione dei voucher ha invece determinato un intervento correttivo entrato in vigore proprio a ottobre scorso con la tracciabilità trimestrale dello strumento. Agli inizi di gennaio avremo i dati».

Le cronache parlano di lavori niente affatto occasionali che vengono pagati con i voucher.

«Il voucher non può essere la strada per far entrare dalla finestra quello che abbiamo fatto uscire dalla porta. Sono stati concepiti per pagare non più in nero lavoretti come le ripetizioni date da uno studente oppure le piccole opere dí giardinaggio di un pensionato. Contro gli abusi occorre intervenire per riportare lo strumento alla sua natura. I dati della tracciabilità cí aiuteranno. Ed è una cosa che il Pd e il governo faranno a prescindere dal referendum».
 
In verità il ministro del lavoro Giuliano Poletti aveva liquidato la necessità di correttivi dicendo che tanto si va a elezioni prima del referendum.
 
«Non condivido la dichiarazione, che poi tra l’altro Poletti ha rettificato. Il lavoro, la lotta alla precarietà sono nel dna del Pd. Se si va al voto tra due mesi, gli interventi sui voucher devono far parte del nostro programma elettorale. Non capisco alcune strumentalizzazioni. C’è uno strano fenomeno per cui le cose diventano un tonnentone, e così diventano un’altra cosa… ora è il tonnentone è quello dei voucher ed è difficile far emergere i problemi veri».
 
La Cgil chiede che i voucher siano aboliti.
 
«Io sono convinta che le battaglie si fanno guardando avanti e non indietro».
 
Cosa pensa dei quesiti referendari posti dalla Cgil?
 
«Rispetto il referendum, è una scelta democratica. Ma non li condivido».
 
Neppure quello che punta a ripristinare le tutele cassate dal Jobs act in merito ai licenziamenti?
 
«Premesso che mi pare un quesito non solo abrogativo, su cui la Consulta deciderà per l’ammissibilità, io penso che quella del Jobs act sia la strada giusta per il lavoro. E in tempo di crisi è giusto chiedersi se la strada che si è imboccata sia giusta o sbagliata. Occorre far costare di meno il lavoro stabile, incentivare i contratti a tempo indeterminato. I dati ci dicono che con il Jobs act i contratti stabili sono aumentati. Nella legge di bilancio sono state introdotte misure per favorire le assunzioni dopo l’alternanza scuola lavoro, il presidente Paolo Gentiloni ha posto l’accento dell’azione di governo sul lavoro, i giovani, il Sud. Mi pare la direzione giusta».
 
I dati dicono anche che sono aumentati i licenziamenti.
 
«I dati vanno analizzati. Prima c’era il fenomeno delle dimissioni in bianco, che erano licenziamenti camuffati. Ora non sono più possibili, e probabilmente sono diventate licenziamenti. Non dico che è la riforma perfetta, ma che occorre lavorare ai correttivi senza stnunentalizzazioni. L’esempio giusto è quello delle pensioni».
 
Ripristinare la concertazione anche sul lavoro?
 
«Perché no, si individua il problema, ci si confronta con le parti sociali. Poi il governo si assume la sua responsabilità e decide. La politica fa il suo mestiere, il sindacato pure».