voto donne

Intervengo su questa mozione perché il 10 marzo 1946 le donne italiane esercitarono per la prima volta il voto durante le elezioni amministrative. È il punto di approdo di un lungo percorso e di una storia che segna il Novecento ma che ha origini nelle spinte suffragiste dell’Ottocento, nel pensiero emancipazionista mazziniano, nella battaglia di donne come Anna Maria Mozzoni, come Anna Kuliscioff, e il voto delle donne, nel 1946, appunto, per la prima volta il 10 marzo, è un momento chiave del processo di ricostruzione dell’Italia e costituisce una vera e propria svolta radicale nella storia del Paese.

 

La chiamo svolta, non una correzione, non un adempimento ritardato, ma una vera e propria svolta perché, appunto, l’esclusione invece delle donne dalla cittadinanza non è stata una dimenticanza, non è stato un accidente, ma ha avuto un carattere centrale nel modello della democrazia per come l’abbiamo conosciuta, perché la piena cittadinanza maschile ha presupposto per tanto tempo la non cittadinanza femminile.

 

Il voto non fu concesso, come pure troppo spesso si legge, ma il voto fu una conquista ed è una conquista tuttora sottovalutata e non adeguatamente riconosciuta. Senza la partecipazione di massa delle donne alla lotta di liberazione, la stessa lotta di liberazione probabilmente non sarebbe stata vittoriosa, ma senza quella partecipazione delle donne alla lotta di liberazione forse il diritto di voto non sarebbe stato così scontato. Ce lo ha ricordato Marisa Rodano proprio qui l’anno scorso, durante le celebrazioni del 25 aprile. Lei ci ha detto che nella Resistenza le donne entrano impetuosamente nella storia e la prendono nelle loro mani, protagoniste degli scioperi del 1943, delle lotte del centro-nord, della liberazione di Napoli, partigiane, staffette, organizzano la resistenza civile e la partecipazione delle donne alla Resistenza è stata il fondamento per la conquista dei loro diritti civili, sociali e politici.

 

Scrivono le storiche, Presidente, che il diritto di voto apparve una scelta obbligata sotto il profilo della coerenza con il principio del suffragio universale, quasi una cosa naturale, quasi un ordine delle cose, ma in realtà, appunto, fu una rottura, un fatto che fece la storia. Fu il segno dell’emergere della soggettività femminile che si era, appunto, già manifestata in precedenza e che ha contribuito a cambiare sicuramente la natura della democrazia italiana, ma che cambia anche la natura della sfera privata dell’ordine familiare, delle relazioni tra i sessi. Basta leggere le cronache dell’epoca e anche quelle di fine Ottocento per capire che se il regno delle donne è quello della famiglia, allora con il diritto di voto si attenta, in qualche modo, anche all’ordine costituito della famiglia e delle relazioni dispari tra i sessi.

 

Il 2 giugno la percentuale delle votanti fu quasi uguale a quella maschile – 89 per cento le donne e 89,2 per cento gli uomini – e anche nelle amministrative furono elette quasi 2 mila consigliere comunali. Le deputate furono 21: 21 madri costituenti, come ci ricorda la mozione, che hanno aperto con il loro lavoro la possibilità delle riforme dei decenni successivi, perché in realtà la conquista dei diritti politici non si accompagna alla piena cittadinanza femminile. È lunga la storia delle battaglie che hanno aperto nei decenni successivi gli spazi di libertà per tutti, per uomini e per donne: fino al 1953 le donne non potevano far parte di una giuria popolare, né diventare pretore o segretario comunale; gli articoli del codice civile confliggevano con la parità dei coniugi poi sancita nella Costituzione.

 

Dobbiamo aspettare il 1956 per vedere la possibilità delle donne di entrare nelle giurie delle corti d’assise, il 1963 per la parità di accesso nelle carriere o per il divieto di licenziamento per matrimonio e, via via, il 1970 per la legge sul divorzio, il 1975 per la riforma del diritto di famiglia e il 1977 per la parità sul lavoro.
Le donne votano, appunto, per la prima volta il 10 marzo e, come ho cercato di argomentare, si tratta di una data che segna una cesura forte con il passato e un nuovo inizio per la Repubblica. Ho presentato una proposta di legge che chiede, appunto, che il 10 marzo venga istituita la Giornata nazionale del diritto di voto delle donne non solo per celebrare o per ricordare, ma anche per promuovere e per stimolare la riflessione su quanta strada le donne hanno fatto ma quanta strada ancora le donne devono fare per una piena affermazione nella vita pubblica e per una vera parità anche nella vita privata. È l’Italia, infatti, l’ultimo Paese europeo per tasso di occupazione femminile ed è uno dei Paesi con il più basso indice di natalità.

 

Nonostante il soffitto di cristallo si sia incrinato e l’Italia abbia risalito alcuni gradini nella classifica del Global Gender Gap Report e, quindi, un numero maggiore di donne occupino ora ruoli di responsabilità nel lavoro, nelle professioni e nella politica, si rischia oggi, invece, di allargare la forbice tra chi arriva ai vertici e chi invece scivola più indietro, in condizioni di povertà e di precarietà che, come sappiamo, sono più diffuse tra le donne. Nonostante l’impegno di istituzioni e di società civile la violenza contro le donne continua a essere un fenomeno pervasivo, drammatico e preoccupante. Il fenomeno dei femminicidi occupa quasi quotidianamente le pagine dei nostri giornali. Disparità salariali, discriminazioni sul lavoro, una rappresentazione mediatica che spesso è lesiva della dignità femminile, una sottovalutazione del ruolo delle donne che, secondo i più autorevoli istituti di ricerca, costituisce un problema anche per la crescita e per lo sviluppo del Paese.

 

Noi siamo qui, Presidente, quotidianamente impegnate, donne e uomini del Partito Democratico, per rendere migliore la vita quotidiana di donne e di uomini, per contrastare il femminicidio, per promuovere politiche per la crescita, per il lavoro, per la parità, per fare avanzare diritti e pari opportunità. Io credo che sia necessario, con questa mozione e anche, io mi auguro, con la legge che istituisce la giornata del 10 marzo come Giornata nazionale del diritto al voto delle donne, ricordare la storia che abbiamo alle spalle, ricordare quelle 21 madri costituenti che pure, così poche, hanno aperto la strada alle tante che oggi sono qui e alle tante riforme che hanno segnato la storia del nostro, ciò rende più forte – io credo – il lavoro che quotidianamente noi qui siamo impegnati a fare e rende più forte il lavoro che cerchiamo di fare collegandoci con i bisogni, con i problemi e con le aspirazioni delle donne e degli uomini del nostro Paese.