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Non c’è un caso Italia dietro al crollo delle Borse. Siamo invece di fronte a uno choc di dimensione globale che colpisce tutti i mercati e deriva dai timori di un rallentamento della crescita internazionale. Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, in un’intervista su Avvenire, giudica così le perduranti cadute dei mercati.

 

Piazza Affari però fa le performance peggiori in Europa e lo spread con la Germania sta risalendo. L’Italia in questi giorni sembra essere più colpita di altri dalla bufera, non trova?

Siamo in un mondo globalizzato come mai prima. I mercati stanno reagendo contemporaneamente ai timori innescati da prospettive di crescita ridotte. C’è il rallentamento della Cina e grandi Paesi come il Brasile e la Russia, fino a ieri in grande salute, in profonda recessione. È un quadro molto più incerto rispetto a soli pochi mesi fa. Lo choc globale coinvolge tutti, Tokyo e Shangai, l’Europa e Wall Street. Per questo non parlerei di caso italiano. Ma come ogni choc di natura internazionale va a colpire le fragilità di ogni sistema e nel nostro caso pone attenzione sul sistema bancario. Inoltre va ricordato che la nostra Borsa è cresciuta più di tutte le altre nel 2015 e anche per questo sta subendo una correzione più forte.

 

C’è da essere preoccupati?

Questa crisi ci dice intanto che la crescita non va mai data per scontata e che tutte le economie, anche quella emergenti, prima o hanno bisogno di un salto di qualità e le istituzioni devono essere all’altezza della velocità dell’economia. Per quanto ci riguarda bisogna dare in tempi rapidi una risposta di natura strutturale ai problemi del sistema bancario che, in conseguenza delle lunga recessione, ha accumulato molti crediti in sofferenza. Dobbiamo cogliere l’occasione per affrontare il problema con l’obiettivo di un sistema finanziario che riesca a sostenere meglio l’economia reale. Lo choc globale non può essere una scusa per non fare nulla e il governo sta per varare provvedimenti in tal senso: dal consolidamento del sistema cooperativo senza snaturarne il modello, all’attuazione dell’accordo con la Ue sulle garanzie sulle sofferenze, al ristoro dei risparmiatori colpiti nelle operazioni di salvataggio bancario.

 

Interventi in linea di massima già attesi. Basteranno a rassicurare gli investitori?

Non dobbiamo valutare i provvedimenti con il metro delle prossime 48 ore in Borsa ma con quello dell’afflusso del credito all’economia nei prossimi mesi.

 

Quali effetti avrà sull’economia italiana il rallentamento internazionale? C’è il rischio di una nuova recessione in Europa?

Io credo di no perché rispetto agli errori e ai ritardi nelle risposta alle crisi del 2008 e del 2011 abbiamo imparato a reagire più in fretta dopo avere sperimentato il costo del rinvio delle decisioni. Confido che se questo choc dovesse persistere la politica economica internazionale ed europea questa volta saprà dare risposte all’altezza. Anche se noi non dobbiamo distrarci dai nostri compiti e andare avanti con le riforme strutturali.

 

Le polemiche con l’Europa sulla flessibilità non rischiano di rendere più difficile un intervento condiviso?

Ci sono meno asimmetrie che in passato. Stavolta rischiamo di pagare tutti dei prezzi e i processi decisionali stavolta saranno più rapidi. Il vero pericolo non sono i cali azionari di per sé ma i possibili costi di questi choc in termini di lavoro. È un calo dell’occupazione che sarebbero davvero ingestibile.

 

La priorità del governo è spingere la crescita, anche usando tutti i margini di flessibilità previsti. Ma non c’è il rischio di trovarci domani, in caso di una nuova frenata, con ancora più debito sulle spalle?

La crescita non è un dono che riceviamo, dobbiamo generarla noi con le nostre di scelte. Non possiamo stare ad aspettare, bisogna rimettere in moto il sistema con riforme coerenti. In questo quadro la flessibilità non è uno sconto ma la logica conseguenza delle riforme che devono essere capitalizzate per produrre gli effetti che si prefiggevano, a partire dalla riduzione del carico fiscale per imprese e cittadini.