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Parlare del lavoro a tutto tondo. Una parola, dopo la valanga di cifre, spesso contraddittorie, che innescano l’ormai trita polemica sul Jobs Act. Sembra un mulinello senza fondo. Eppure proprio parlando di cifre (chiare) e di tendenze di fondo del mercato del lavoro, Filippo Taddei, resonsabile Economia del Partito Democratico, arriva a delineare la «regola aurea» che guida le mosse del governo.

«L’emergenza nazionale è far tornare gli investimenti – spiega- Solo se le aziende investono, assumono i lavoratori, li formano e sono pronti a pagarli anche bene. Proprio l’inversione di tendenza degli investimenti nel 2015 ci fa ben sperare che anche il 2016 sarà un anno buono per il lavoro». In effetti l’anno scorso per la prima volta la curva degli investimenti pubblici e privati è tornata a salire dopo essere piombata dal un euro investito ogni 5 prodotti nel 2008 (il 21%) a un euro ogni 6 nel 2014, 80 miliardi in meno.

«Per definizione investire significa credere nel futuro aggiunge l’esponente Dem Ecco perché il governo ha messo sul tavolo azioni che dimostrano che il Paese può cambiare in meglio, con un Paese efficiente e regole più chiare. Sappiamo bene che non sono le leggi a creare lavoro, ma possono avere un altro effetto: fare in modo che l’occupazione che si crea sia di qualità, «lavoro buono».

In questo l’obiettivo è stato centrato, con quasi un milione di nuovi contratti stabili nel 2015». Intanto però la cronaca quotidiana è fatta di continui confronti tra cifre diverse, prodotte da istituti diversi, complessi da leggere ma utilizzati come slogan politici.

 

Taddei, non ritiene che la politica stia facendo un uso improprio delle statistiche?

«Il problema non è che se ne parli, ma che se ne parla male, non si spiegano. Noi, dopo aver fatto scelte importanti ed aver scardinato la dualità del mondo del lavoro, abbiamo il dovere di monitorare le misure e correggere eventuali fragilità del sistema. Se smettiamo di parlarne, le cose non migliorano. D’altra parte in tutti i Paesi ci sono dati forniti dall’amministrazione (Ines) e da istituti statistici come l’Istat, che danno informazioni diverse: cogliamo l’occasione per spiegare bene queste differenze».

 

Gli ultimi dati Eurostat certificano che il costo del lavoro è sceso in Italia, grazie soprattutto alla decontribuzione ma anche per un lieve calo dei salari, che altrove invece aumentano.Ancora una volta si fa competizione sui salari. Non bisognerebbe mandare un messaggio chiaro alle imprese, che hanno già avuto molto dal governo?

«È un fatto che preoccupa, ma la strategia del governo è proprio quella di scardinare questa dinamica. La compressione dei salari deriva innazitutto dal basso livello di investimenti. L’esecutivo ha messo in campo una serie di misure per invertire questa dinamica, dal superammortamento al taglio dei contributi agli sgravi per chi investe nell’azienda. Alle imprese noi diciamo: capiamo che siete catturate da una spirale che vi spinge a una strategia conservatrice. Noi vi proponiamo un Paese che cambia, più efficiente, e che vi sostiene se investite. Attenzione: non abbiamo regalato soldi alle aziende, ma abbiamo premiato quelle che si comportano bene, che credono nel lavoro stabile e nell’investimento. Questa molla è la più importante per proteggere i lavoratori, perché è una strategia di prospettiva. Mentre senza investimenti i lavoratori hanno una sola chance: farsi pagare di meno».

 

Se davvero il dualismo nel mercato del lavoro è stato superato, come mai non c’è stato il boom di occupazione giovanile?

«Forse non sarà un boom, ma inversione di tendenza c’è stata. Tra il 2008 e il 2014 i rapporti di lavoro a tempo indeterminato tra gli under 35 sono scesi di un terzo: se ne è perso uno su tre. Il 2015 è stato il primo anno in cui questa tendenza si è invertita. Anzi, è successo molto di più. Di solito per avere una crescita dell’occupazione dell’1% bisogna avere una crescita economica del 3%. Noi siamo cresciuti dello 0,8 e abbiamo avuto +1% di occupazione. Significa che qualcosa è cambiato, su questo non si discute. Si dibatte sul fatto se siano gli sgravi o le regole contrattuali, ma che ci sia stato un boom non è in discussione».

 

Se la frenata di gennaio dovesse proseguire, pensate di continuare con la decontribuzione?

«Quello di gennaio è solo un effetto del boom di dicembre: le aziende hanno anticipato le assunzioni che magari avrebbero fatto in gennaio. Ma sono sicuro che il lavoro continuerà a crescere e continuerà ad essere di buona qualità».