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Abbiamo tempo ma non possiamo perdere tempo. Il calo delle borse sotto i nostri occhi non è una questione italiana, è una spinta  globale che coinvolge l’Europa nel suo complesso. Dall’inizio dell’anno la borsa italiana ha perso poco più del 15%, Francoforte e Parigi hanno perso intorno al 12% mentre, Londra e New York  perdevano circa i110%. Se stiamo alle due principali banche italiane, Intesa è calata meno di Citibank, Deutsche Bank, BNP Paribas e Unicredit poco di più di queste. Se questo era un attacco alle banche italiane, diciamo che la mira lascia a desiderare.

 

Di fronte ad un problema globale, la risposta deve essere europea. Non basta però la condivisione, deve esserci anche l’efficacia. Questa si regge sul coordinamento tra le istituzioni europee e i governi nazionali. Mentre il PD e il governo italiano si adoperano perché questo avvenga, ricordiamo le lezioni della crisi del 2008 che l’Europa non può dimenticare.

 

Non possiamo ancora sapere se il crollo azionario iniziato col 2016 e provocato dal rallentamento dell’economia globale sia momentaneo o preluda ad un periodo prolungato di volatilità. Proprio perché non sappiamo quello che succederà, come europei, dobbiamo capire l’importanza di avere una prospettiva chiara, comunicabile, coerente tra gli stati dell’Eurozona e velocemente realizzabile.
Non possiamo ripetere gli errori del passato e dimenticare cosa è mancato alla politica economica dell’Eurozona in quella occasione. Sono state essenzialmente due le mancanze: la prima è il tempismo della risposta; la seconda è il coordinamento tra la politica monetaria comune dell’Euro e le politiche fiscali delle diverse economie. Invece del coordinamento, accanto ad una politica monetaria comune, scegliemmo politiche fiscali divergenti.

 

Gli Stati Uniti, che pur avevano originato la crisi finanziaria, ne uscirono molto più velocemente dell’Europa. Lo fecero innanzi tutto con una risposta di politica monetaria convenzionale e non convenzionale senza. precedenti. Per esempio, tra settembre e novembre 2008, la banca centrale americana aumentò la liquidità del sistema incrementando le proprie attività di un ammontare pari a più di 2/3 del PIL italiano. A quella risposta monetaria, accompagnarono una politica fiscale di sostegno alla ripresa. L’economia americana ripartì a ritmi che in Europa sembrerebbero lunari..

 

L’Europa impiegò circa due anni di più per realizzare tardivamente le politiche monetarie che USA e Gran Bretagna adottarono in pochi mesi. Non fu certo un errore della Banca Centrale Europea, quanto di sostegno degli investimenti, lo stimolo piuttosto un difetto di visione dei politici europei, nelle istituzioni comunitarie e nei governi. I decisori politici europei non ebbero il coraggio di favorire una prospettiva che permettesse alla banca centrale di adottare prontamente le giuste modalità di risposta della politica monetaria europea. Anche in Europa abbiamo varato il QE, cioè un programma di acquisti del debito pubblico, come in America. L’abbiamo però fatto nel 2015, con anni di ritardo sull’America, aumentando l’incertezza e riducendo l’efficacia dell’intervento. Non è stato solo la mancanza di tempismo che contraddistinse la politica europea.

 

L’Europa scelse la via del consolidamento fiscale asimmetrico tra i paesi. Molte tra le economie più colpite dalla crisi si trovarono a gestire, contemporaneamente, la necessità di portare a termine riforme strutturali necessarie e di consolidare la propria posizione fiscale. Ci sono ottime ragioni per sostenere l’esigenza del consolidamento fiscale debiti pubblici elevati e spese pubbliche inefficaci sopra tutte. Anche in politica economica però, le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Passò in secondo piano l’esigenza di conciliare le riforme con altre urgenze, come il cambiamento dello stato sociale e la riduzione delle tasse su chi lavora e produce. La sovrapposizione tra espansione monetaria e consolidamento fiscale asimmetrico portò ad un mix di politica economica che non ha sostenuto la ripresa economica europea quanto avrebbe potuto.

 

Oggi, memori di quegli errori, ci troviamo in una situazione diversa ma simile: vari paesi hanno compiuto riforme coraggiose, ma altre domande rimangono inevase. Senza quelle riforme, come ha ricordato proprio ieri Mario Draghi, e una politica europea monetario non sarà veramente efficace. Portare a termine le riforme necessarie in ciascun paese rischia di diventare, in questo contesto di incertezza, ancora più difficile. Per questo abbiamo bisogno di un’Europa che voglia condividere il costo del cambiamento, perché le riforme importanti sono sempre politicamente costose e hanno bisogno di tempo per dispiegare appieno i propri effetti.

 

Un’Europa memore degli errori del passato sa che deve rimanere fedele ai propri impegni, sui piani di investimenti. Se l’Italia, come gli altri paesi europei, deve fare presto, l’Europa che crede nel progetto di integrazione può permettersi di aspettare?

 

Fonte: l’Unità