Immagine Wikimedia Commons
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L’arrivo ieri all’aeroporto di Fiumicino del primo gruppo di rifugiati siriani, nel quadro dell’iniziativa “corridoi umanitari” sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e promossa dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Tavola Valdese e dalla Federazione delle Chiese Evangeliche vede l’Italia impegnata in un programma di solidarietà a favore di alcune famiglie siriane che hanno conosciuto l’orrore della guerra. L’operazione “corridoi sicuri” è una goccia in un mare di sofferenza prodotto dalla più grande crisi umanitaria dei nostri giorni. Se tale iniziativa venisse condivisa e replicata anche da altri partner europei si potrebbero salvare decine di migliaia di persone dal dramma dell’immigrazione clandestina, dai trafficanti di esseri. umani e dalle scene brutali come quelle al confine tra Macedonia e Grecia. Dovere di accogliere e massimo impegno a fermare il conflitto devono procedere di pari passo. La crisi migratoria non la si risolve erigendo muri, ma attraverso un forcing politico per il cessate il fuoco in Siria, attraverso un approccio multilaterale figlio di una logica politica coerente.

 

Dopo cinque anni di guerra, centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, la spirale della violenza sembra rallentare. La tregua, promossa dagli USA e dalla Russia e sostenuta dall’ISSG (International Syria Support Group) di cui fa parte l’Italia, sembra offrire un’alternativa fragile ma realistica al confronto militare, permettendo alle parti siriane di contemplare un necessario ritorno al tavolo negoziale. La diplomazia è al lavoro affinché non cada nel vuoto l’invito formulato dall’Inviato ONU, Staffan de Mistura, a riprendere i colloqui a Ginevra il prossimo 7 marzo, una data simbolica poiché lo stesso giorno si riunirà un Consiglio europeo straordinario sulle tematiche migratorie.

 

La tregua in corso – sancita dalla risoluzione 2268 adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non rappresenta il primo tentativo di sospendere le attività belliche, odi lanciare dei colloqui di pace. Nell’ottobre 2012, l’allora inviato ONU Brahimi avviò un effimero cessate il fuoco, che fu presto spazzato via da un nuovo round di violenze. Ed ancora nel gennaio 2014 un nuovo piano politico delineato da russi e americani negli incontri di Ginevra immediatamente approvato dal Consiglio di sicurezza ell’ONU, rimase poi lettera morta. Tentativi falliti in una guerra per procura dove differenti opzioni geopolitiche regionali hanno armato le milizie sul campo lasciando terreno fertile a chi ha innalzato la bandiera del califfato a Raqqa.

 

La storia degli ultimi anni e i rovesci delle forze in guerra ci dicono che i prossimi giorni saranno dunque cruciali per spezzare la spirale della violenza e della sfiducia reciproca tra le parti siriane e per gettare il seme del negoziato attraverso il dialogo. Deve prevalere un approccio diplomatico che indichi alle potenze regionali, finalmente sedute allo stesso tavolo delle trattative, non una legittimità alla deterrenza ma l’obbligo al negoziato come unica via irrinunciabile. Si tratta di una posizione da tempo fatta propria dall’Italia (non solo rispetto al caso siriano) e propugnata con determinazione all’inizio da posizioni minoritarie. Una visione politica che avrà maggior peso nei negoziati se sostenuta anche con sforzi umanitari, dai “corridoi sicuri” sino ai 400 milioni di euro stanziati dall’Italia per la Siria, rendendo concreta l’azione diplomatica del nostro paese.

 

Fonte: L’Unità