Giulio Regeni

“Noi non dimentichiamo l’importanza dell’Egitto come soggetto di stabilità di un’area cruciale come è quella del Mediterraneo. Ma anche per questo riaffermiamo con forza che queste relazioni, questi rapporti non possono far velo in alcun modo alla ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni”. A ribadirlo, in una intervista all’Unità, è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

E aggiunge: “Non ci accontenteremo di una verità di comodo né di piste improbabili, come quelle evocate dal Cairo. Lo dobbiamo alla famiglia di Regeni e alla dignità del nostro Paese”, “non possiamo, non vogliamo rinunciare alla verità e a processare i colpevoli di questo efferato delitto. L’impegno nostro c’è e non sarà il trascorrere del tempo ad attenuarlo. È un’assunzione di responsabilità che non verrà meno, questo lo posso assicurare”, “l’Italia chiede verità e non piste improbabili”.

 

Quindi sottolinea che “Quando avanziamo le nostre richieste, quando chiediamo verità e giustizia per Giulio Regeni, lo facciamo avendo ben presente che questa richiesta viene rivolta a un Paese, l’Egitto, la cui stabilità è cruciale in un’area, quella del Mediterraneo che, è bene tenerlo ben presente, oggi rappresenta l’epicentro di un disordine globale. Non è che dimentichiamo questi rapporti, ma proprio per questo, anche per questo, non possiamo rinunciare alla verità e a vedere processati i colpevoli”.

 

Alla base dell’impegno dell’Italia nel sostenere gli sforzi diplomatici per arrivare alla costituzione di un governo di unione nazionale in Libia -prosegue Gentiloni – “c’è la profonda convinzione che la soluzione della crisi libica non è in improbabili missioni militari. Chi lo pensa commette un grave errore. L’Italia sta coordinando gli sforzi di pianificazione per rispondere alle richieste del nuovo governo libico sul terreno della sicurezza. Stiamo guidando un processo internazionale, ma il processo è molto fragile, la strada non è certamente in discesa”.

 

E sull’iniziativa militare anti-Isis precisa: “Dobbiamo distinguere le attività contro il terrorismo dalla soluzione della questione libica: sono due terreni distinti. In Libia abbiamo bisogno di un Paese stabile, di un interlocutore di governo che consenta all’Italia e all’Europa di gestirei flussi migratori, combattere il terrorismo e i trafficanti di esseri umani”.

 

Quindi conclude: “Per la stabilità della Libia non esistono scorciatoie militari. Per questo continuiamo a insistere ma la decisione è libica: nonostante il rinvio del voto del parlamento di Tobruk sul governo, è stata manifestata una schiacciante maggioranza favorevole all’accordo, e su questa la comunità internazionale investirà”.