Pier Paolo Pasolini

«La formazione politica non coincide con l’abilità di navigare su internet, né con il tecnicismo della buona, ordinata e necessaria amministrazione», dice Massimo Recalcati, psicanalista e scrittore di successo, a proposito di quella scuola di politica che ha immaginato e a cui sta lavorando per il Partito democratico. Con un obiettivo ambizioso: «Bisogna reintrodurre la parola “desiderio” nella prassi politica, bisogna ridare valore all`orizzonte culturale, allo spessore critico del pensiero lungo, come dichiarava Berlinguer».

 

Eppure, professore, da un certo punto di vista non è un controsenso una scuola di politica? La politica è qualcosa che si può insegnare?
«Perché no? Esiste una tradizione delle scuole di partito nel nostro paese, per esempio nella storia del vecchio Pci. Il problema è casomai la loro estinzione in un tempo dove i partiti stessi rischiano di trasformarsi in puri comitati elettorali. È una mutazione inquietante. Non dovremmo mai dimenticare la funzione civile e sociale dei partiti, non dovremmo mai confonderla con la corruzione che ha coinvolto pesantemente il sistema dei partiti da Mani pulite in avanti. La scuola di partito vuole ridare valore alla dimensione più alta della politica. La sua ambizione è restituire alla politica il suo necessario respiro culturale. Senza cultura, visione, ragionamento critico sul passato e sul futuro, senza studio, senza dialogo con le nuove generazioni, la politica è morta e il suo posto viene rapidamente occupato
dalle illusioni populiste dell’antipolitica».

 

Come è nata l`idea della scuola?
«L`idea della scuola è sorta nella mia testa grazie a due inciampi. Il primo contingente: quello della sconfitta referendaria. Il secondo più strutturale: la difficoltà del partito di parlare alle nuove generazioni. Sono due inciampi legati, in realtà, l`uno all`altro perché gran parte della sconfitta referendaria è stata provocata proprio dalla difficoltà di convincere il mondo dei giovani sulla bontà di quella riforma. Dunque si trattava di dare un contributo per trasformare la sconfitta in una nuova ripartenza. Ecco da dove è nata l`idea della scuola condivisa con il segretario del Pd milanese Pietro Bussolati e Pier Francesco Majorino. Aggiungo che io amo la scuola. Ne ho tessuto l`elogio più volte nel mio lavoro teorico ricordando la sua funzione essenziale nel dare forma vitale alla vita. La scuola è l`argine della cultura di fronte alle derive della violenza e dell`odio. È pulsione di vita contro pulsione di morte. Ritornare ad appassionarSi alla politica, al dialogo sui grandi temi del mondo contemporaneo, sulla nostra storia e sulla nostra progettualità è un modo per tornare a parlare al mondo dei giovani. È ai giovani che il nostro progetto si indirizza in modo privilegiato».

 

Che tipo di figure saranno i docenti?
«Quando proposi a Matteo Renzi l`idea e il programma della scuola mi resi conto che avevo costruito una squadra non precisamente “renziana”. Ma non è stato certo quello della fedeltà a Renzi il criterio che ha ispirato il reclutamento dei docenti. Il compito di un intellettuale non è quello di lisciare il pelo al capo, ma quello di generare spazi di pensiero critico. Ho messo dunque al centro il criterio della qualità dell`insegnamento».

 

E il committente come ha reagito?
«Non solo non ha battuto ciglio di fronte a questo programma, ma lo ha sostenuto con decisione offrendolo generosamente al prossimo segretario del partito. Ai miei occhi la conferma che il ritratto cesarista che talvolta si vorrebbe dare di Renzi appare decisamente sommario. Per me la sua adesione incondizionata a questo progetto, unita alla piena libertà che mi ha garantito nella sua messa in forma, confermano la nuova linea del dialogo e del confronto che Matteo ha sposato con più decisione dopo la sconfitta referendaria».

 

Su cosa verteranno le lezioni della scuola?
«La scuola è stata concepita come un luogo di riflessione aperto sui grandi temi del mondo contemporaneo: il riformismo, il lavoro, la questione sociale e quella del terrorismo, la crisi della sovranità nazionale, la problematica della globalizzazione e la politica internazionale, la nuova psicologia delle masse, le nuove famiglie, la questione del femminismo e dell`ambiente, i linguaggi della politica, le esperienze della finanza sociale, la questione cattolica e quella medio-orientale, il grande tema del Sud d`Italia e il problema della “buona scuola”… I docenti sono intellettuali di primo piano del nostro paese e figure che hanno fatto la storia del Pd».

 

Qual è oggi, a suo giudizio, lo stato dei rapporti tra politica e cultura nel nostro paese?
«La cultura e la politica appaiono oggi nel nostro paese, ma non solo, profondamente dissodate. I populismi sponsorizzano una democrazia virtuale inseguendo il mito incestuoso della democrazia che vorrebbe escludere ogni forma di rappresentanza e di delega. L`ostilità verso la cultura politica è stato un tratto genetico della destra reazionaria. È un vento pericoloso: la politica non si deve nutrire di cultura ma deve contribuire alla sua distruzione. È il pregiudizio sulla cultura e sulla funzione dell`intellettuale che unisce Salvini a Grillo. Per non parlare del fenomeno Trump dove al posto della cultura si esibisce l`onnipotenza senza mediazione della forza bruta. In un tempo come il nostro dove la spinta identitaria viene rafforzata dalla crisi economica e dalle difficoltà di ripensare i nostri confini, il ricorso alla cultura si impone come un correttore fondamentale delle tentazioni etnico-ideologiche di tipo identitario. Non dobbiamo mai dimenticare un ammonimento di Pasolini: senza cultura si genera solo un “desiderio di morte”».

 

A proposito di Pasolini, perché intitolarla proprio a lui? Non è un modello, in fondo, poco riformista?
«Pasolini è stato uno tra gli intellettuali più generosi e anticonformisti del nostro paese. La sua forza non escludeva la contraddizione: era marxista, ma profondamente attratto dalla cultura cristiana; critico con l`apparato del Pci, ma capace di riconoscere al Pci il luogo di una resistenza culturale e antropologica ai miti del consumismo; era per la contestazione al sistema, ma nel `68 si è schierato dalla parte dei servitori dello Stato contro il movimento studentesco; era un laico, difensore della causa omosessuale, ma avversario deciso dell`aborto; generoso sino al sacrificio di se stesso, ma anche un divo che non disdegnava il suo ruolo mediatico; era un nostalgico della tradizione e della cultura contadina, ma anche uno sperimentatore straordinario di nuovi linguaggi artistici. Io penso che i grandi maestri siano anzitutto uno stile. E Pasolini ha incarnato lo stile di un intellettuale impegnato, coinvolto nella vita della comunità, non ingombrato dai pesi dell`ideologia, con il cuore a sinistra, critico irriducibile dei falsi miti di uno sviluppo senza progresso. In Pasolini convergono inoltre le anime multiple del Pd: l`anima di derivazione socialista e comunista, quella del cristianesimo e del cattolicesimo sociale e quella ecologista».