Foto di Stefano Cagelli
Foto di Stefano Cagelli

È con l’applauso a Umberto Eco, ricordato da Sandra Zampa, che si apre l’assemblea del Pd all’hotel Parco dei Principi di Roma. La relazione del segretario e presidente del Consiglio, si apre con un “pensiero a due ragazzi italiani che non sono più con noi: Valeria Solesin Giulio Regeni“. Così ha inizio la relazione di Matteo Renzi, che annuncia “l’8 marzo con Hollande dedicheremo il vertice bilaterale Italia-Francia di Venezia alla memoria di Valeria Solesin”. E a proposito della tragica morte di Regeni il premier è netto: “Noi dagli amici pretendiamo la verità, anche quando fa male. Confermo tutto quello che ho detto sulla leadership egiziana, strategica per contrastare Isis, ma allo stesso tempo dico con più forza che proprio perché siamo amici dagli amici vogliamo i responsabili veri, nome e cognome: se qualcuno pensa che in nome del politicamente corretto possiamo accontentarci di una verità raccogliticcia noi siamo l’Italia, non ci accontentiamo di una verità di comodo, la verità per Giulio non è un optional o un lusso, non c’è business che tenga, non c’è diplomazia che tenga”.

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“Nell’assemblea di Milano a luglio in piena Expo lanciammo una provocazione sulle tasse, dicemmo che abbassarle è un qualcosa di sinistra. In Italia se cerchiamo un qualsiasi istituto di sondaggi vediamo che la parola destra è associata ad abbassamento delle tasse, sinistra all’innalzamento delle tasse. Ma è vero il contrario: in Italia il partito delle tasse è la destra, il partito che ha abbassato le tasse è il Pd”.
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A proposito delle primarie, Renzi sottolinea: “A Milano sembrava una situazione difficile e noi abbiamo dimostrato con forza e chiarezza che quando il popolo del Pd sceglie la strada delle primarie il risultato è evidente: una straordinaria forma di partecipazione. Anche se fa sorridere che dall’alto di 64 clic qualcuno ci fa la morale su qualche straniero che ha votato”, ha ironizzato.
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“A che serve l’Europa oggi? Non siamo entrati nel Pse per fare semplicemente un gesto di omaggio. Siamo entrati nel Pse perché pensiamo che l’Europa abbia bisogno di politica. La politica tutta incentrata sull’austerity, sui vincoli e sui parametri non ha saputo dare un risposta alle esigenze che l’Europa stessa si era data. Oggi l’Europa è ferma ed ha bisogno di essere rimessa in moto. Ha bisogno di una strategia che non sia incentrata sugli egoismi di qualche paese dominante. La nostra battaglia non è per avere consenso. Questa è la cosa più allucinante che io abbia sentito. Il consenso non si prende così. Questa è una battaglia che serve per la dignità dei padri fondatori e per la speranza dei figli costruttori. Questa è la sfida e su questo dobbiamo chiamare all’appello il Pse e insieme al Pse tutti gli altri”.
“L’Italia in Europa sta presentando proposte, non batte i piedi come fanno i bambini quando fanno le bizze”, rivendica il presidente del Consiglio. “La flessibilità chiesta a Juncker non era un contentino all’Italia ma serviva a cambiare la politica economica, dell’immigrazione, e soprattutto ad avere la consapevolezza che di fronte a un tempo come quello che viviamo o si ha il coraggio di tornare a pensare in profondità e in grande o l’Europa diventerà un fastidioso giochino burocratico”.
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“Tutti i paesi vanno in Europa e fanno proposte, fanno trattative. Nessuno dei loro viene indicato nei rispettivi paesi come un aspirante complottista. Nessuno di loro viene accusato di lesa maestà. Se l’Italia va a Bruxelles e prova, semplicemente prova a dire quali sono le proposte per i prossimi anni, questo non è il segno dell’isolamento dell’Italia. E’ il segno delle proposte dell’Italia”. “C’è una distanza siderale tra noi e una presunta classe dirigente che ha immaginato di poter svendere l’interesse nazionale per apparire cool all’aperitivo. Gente che pensa all’Europa come la medicina per gli italiani. Gente che crede sia il proprio dovere combattere una campagna pedagogica per cambiare gli italiani. Qualcuno credeva che l’Italia che non ha la corretta pronuncia d’inglese, andasse svenduta, in una bad company. Noi questa Italia l’abbiamo rimessa in moto”.
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“In una certa fase era giusto intervenire in modo strong ma non possiamo pensare che ci sia chi fa la lezioncina senza rendersi conto che è in ballo la partita del nostro futuro e dei nostri figli. Noi abbiamo fatto il Jobs Act e non gli esodati, l’Expo e non i marò, abbiamo tagliato allo Stato Centrale e non ai Comuni, abbiamo scelto la crescita e non l’austerity, portato flessibilità per 16 miliardi a chi sosteneva il fiscal compact. Noi siamo la politica e non la tecnica e dobbiamo essere orgogliosi”.
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“La riforma delle unioni civili ci vede in difficoltà e credo che occorra il linguaggio della chiarezza: noi sappiamo che oggi in Italia c’è ancora un po’ di paura su questo tema e vorremo dirvi con rispetto: che paura possono fare due persone che si amano, vogliono dei diritti e sono pronti a darvi dei doveri. A me fanno paura quelli che si odiano non quelli che si amano”. E’, ammette il premier, un “passaggio numericamente delicato: se è vero che vogliamo trovare un punto di caduta tra noi è altrettanto vero che i numeri al Senato non sono quelli dei giornali: siamo 112 noi, 218 gli altri gruppi. Si fa come vogliamo noi se puntiamo alla minoranza”.
“Nelle prossime ore ci sarà un’assemblea del Senato. Io sono disponibile a partecipare. Ci sono due alternative secche. La prima è far finta di niente e sperare che i M5s non abbiano la sindrome Lucy. La seconda è immaginare un accordo di governo, con un emendamento sul quale dobbiamo essere pronti anche a mettere la fiducia. L’unica cosa che non ci possiamo permettere- conclude Renzi- è di frustrare la speranza come con i Dico 10 anni fa”.
“Sappiamo che c’è un tentativo chiaro di riaprire la discussione sulle unioni civili e non approvare la legge neanche nel corso del prossimo anno. Siamo pronti a utilizzare tutti gli strumenti normativi e regolamentari per impedirlo, con la stessa tenacia della legge elettorale, riforma Pa, lavoro”.
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“Nessuno di noi ha mai immaginato di fare un partito indistinto. Per me il vero Partito della Nazione sono quei cento ragazzi che si vedranno la prossima settimana a Roma alla scuola di formazione del Pd”. Né partito della nazione né partito scalabile: “Non è possibile che al Pd si iscrivano in blocco 400 persone con una carta di credito. Non è giusto, non è lecito, non è legittimo. Il partito non si deve scalare con le tessere ma con le idee. Siamo l’unico partito a avere un bel confronto dialettico tra maggioranza e opposizione – qualcuno dice troppo, io dico che non è mai troppo – ma sul territorio dobbiamo avere la forza di essere dinamici e non accettare operazioni discutibili”.
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