Gianni Cuperlo

non trovareun nercorsocondiviso.Sono mazione lascia sul -una sinistra WirIM . Lomoaruo , «Ho spesso contestato alcune scelte di Renzi e ne ho apprezzate altre, ma ogni critica o proposta è stata liquidata come il tentativo di sabotare il conducente. Così si perde un partito», osserva Gianni Cuperlo, leader di Sinistra dem.

 

Ieri le mediazioni tentate da var componenti della maggioranza e da lei l stesso sembravano vane. Pensa che si possa scongiurare la scissione? «Lo spero perché spezzare il progetto più ambizioso della sinistra italiana nell’ultimo quarto di secolo sarebbe una scolifitta di tutti. Di chi dovesse decidere di dal sociale, andare e di chi dovesse scegliere di rimadramma nere. Come altri sto lavorando per evitare quello sbocco, ma chi sta al timone ha la responsabilità più alta e il dovere di fare ogni fatica per impedire una frattura dalle conseguenze profonde».

 

Cosa dovrebbe fare Matteo Renzi? Bersani ha scritto: fermatevi.

«Non credo che si tratti di allungare il calendario di una settimana. Siamo davanti a una divisione che investe il modo di concepire il partito, la sua funzione, il metodo di una direzione che non può risolversi in una navigazione solitaria. Il congresso l’ho chiesto il 5 dicembre ed ero tra i pochi. Sono passati più di due mesi ed è stato miope da parte di Renzi non trovare un percorso condiviso. Sono ore preziose per accordarci sul metodo migliore, perché i rischi sono evidenti».

 

Ma concretamente come risolvere la questione dei tempi?

«I tempi si legano al come. Ci serve una partecipazione popolare, intensa, consapevole. Diamo la parola ai circoli, ai militanti, che hanno saggezza. E scegliamo regole che mettano al centro il tema vero: come si ricollocano identità e natura del Pd nella storia dei prossimi anni. Una soluzione volendo si trova. Convocando a breveun’assemblea larga che discuta in forma aperta del nuovo centro-sinistra che serve all’Italia. Poi anche su quella base nasceranno piattaforme e candidature con un congresso che di fatto si avvia da adesso e che si può concludere dopo l’estate. A quel punto primarie e gazebo non sarebbero solo una conta o un rodeo».

 

In cosa critica le scelte di Renzi? La corsa al voto che esclude un’analisi sulla sconfitta del referendum?

«Il punto è dove portiamo il Pd dopo il giudizio sferzante del referendum, milioni di voti persi,  la sconfitta nelle grandi città. Si è chiuso un ciclo che all’inizio Renzi ha interpretato suscitando speranze e subito dopo producendo rotture anche nella sua parte. Oggi quel modo di semplificare la realtà, compresa la rottamazione, lascia sul campo una sinistra divisa. Non vederlo è una colpa grave».

 

Ma quali dovrebbero essere le prospettive politiche?

«Un partito fonda autorevolezza e consenso se interpreta bisogni che non hanno voce e offre soluzioni alla parte di società che sceglie di emancipare. In pochi partecipazione popolare, intensa, conno voce e offre soluzioni alla parte di soanni abbiamo perso un quarto dell’industria, ci sono 3 milioni di disoccupati e 5 milioni di italiani sotto la soglia di pover tà. Se sei la prima forza della sinistra devi spiegare come vuoi aggredire un dramma sociale esplosivo, perché con meno di questo può arrivareun miliardario che  sequestrai voti degli operai delusi da chi non li rappresenta più. Purtroppo in questi anni a non funzionare è stato un racconto dell’Italia dove abbiamo distolto lo sguardo da chi aveva più bisogno di  noi. E io penso che da lì è giusto ripartire.  Tanto più che di fronte si staglia una destra lontana dal liberismo classico, reazionaria, protezionista, che nega l’utopia  dell’Europa nel nome di un ritorno al primato della nazione. Una destra che opera incursioni nelle politiche espansive o keynesiane. È l’avversario più pericoloso e liquidarlo al grido del pericolo populista rischia di non farci vedere quanto quel pericolo si è fatto vicino. Per me ricostruire il perimetro largo del centrosinistra ha questo valore, è la sola strada per affermare un’alternativa vincente».

 

Domani al Teatro Vittoria Speranza, Emiliano e Rossi lanciano mia sfida, se non un nuovo partito. Ci andrà? Cosa direbbe ai tre?

«Enrico (Rossi ndr) mi ha invitato e quando posso dove mi invitano cerco di andare. Direi a lui, a Michele e Roberto le ragioni che devono spingere la sinistra a rialzare la testa e non rompersi».

 

Se Orlando si candidasse alla segreteria Pd lo voterebbe?

«Di Andrea sono amico e ne ho stima. Se dovesse compiere quella scelta discuteremo. Io penso si debba lavorare per la candidatura più forte e autorevole per un progetto alternativo a Renzi. Ma serve un cambio di linguaggio, contenuti e metodo. Nessun leader basterà a se stesso se non facciamo crescere una vera classe dirigente».

 

A cosa porterebbe una scissione nel Pd?Alla nascita di una sinistra marginale e a quella del partito della Nazione renziano che apre al centrodestra berlusconiano?

«Detta così è una scena da incubo. Se alzi lo sguardo su quanto accade in Europa o negli Stati Uniti vedi tutto il bisogno di una sinistra che non sia marginale ma si ponga il tema enorme di come ricollocare i suoi valori nella modernità. Quanto al Pd non è nato per governare con pezzi della destra ma per consentire all’Ulivo di rinascere nella forma di un centrosinistra maggioritario e vincente».

 

Sono due anni che la minoranza pone veti e questioni, ha sbagliato strategia o Renzi non l’ha ascoltata?

«In questi anni ho criticato e non votato il Jobs act, la “Buona scuola” e l’Italicum. Non siamo stati in molti a farlo. Ho anche riconosciuto le buone riforme realizzate, dal “Dopo di noi” alle unioni civili, alla gestione dell’emergenza migranti fino alla battaglia per indurre Bruxelles a rimuovere il totem del rigore. Non dico che abbiamo sempre avuto ragione, ma so che neppure Renzi le ha fatte tutte giuste altrimenti non saremmo dove siamo. Il punto è che ogni critica o proposta è stata liquidata come il tentativo di sabotare il conducente. Così un partito cessa di esistere».

 

Perché si è arrivati a questo punto?

«Per tanti motivi e non tutti sono dipesi da Renzi. Penso che un limite serio e che viene da prima sia stato pensare il Pd come somma di storie senza un’identità propria. Quel disegno aveva bisogno di piantare radici profonde perché era il solo modo di reggere l’urto degli eventi attuali. L’identità di un partito non è scritta nello statuto o nelle primarie ma nella sua cultura».

 

Sulla legge elettorale ha fatto una proposta, nella riunione del gruppo se ne è parlato?

«Ho tradotto le indicazioni del documento firmato col vertice del partito e dei gruppi parlamentari: collegi uninominali e quindi no ai capolista bloccati, superamento del ballottaggio e un premio di governabilità dalle dimensioni ragionevoli. Su questa base penso che si possa trovare una maggioranza larga e ristabilire quel clima di civiltà politica per cui le regole si scrivono assieme».

 

Il Pd come può recuperare il contatto con la base e l’elettorato? «Costruendo davvero quel partito che ancora non abbiamo. Esiste una domanda di buona politica che chiede di essere vista e riconosciuta. Un segretario che si dedica unicamente a questo compito dovrebbe essere la base per una vera e propria ricostruzione. Non possiamo schiacciare tutto nelle istituzioni o nel governo, cose preziose, decisive, ma la comunità politica deve riscoprire la sua autonomia, mobilitare persone, attivare campagne, riaprire le sedi e farsi luogo dove una sinistra ripensa e riorganizza se stessa».

 

D’Alema di fatto è già fuori, sta costruendo il nuovo centrosinistra sul territorio… Lo seguirebbe?

«D’Alema è un leader della sinistra che ha sempre combattuto le sue battaglie in prima persona. Ha vinto, ha perso, ha fatto cose giuste e compiuto errori. In tempi recenti a me è capitato di compiere scelte diverse dalle sue ma questomon ha scalfito l’amicizia e la stima. Penso che la sua storia meritasse da parte del gruppo dirigente un rispetto diverso e considero questauna delle ferite prodotte in questi anni».

 

Cosa pensa invece del Campo progressiste di Pisapia?

«Tutto il bene possibile. Penso che Giuliano stia interpretando con intelligenza e generosità il ruolo di federatore di quel campo e che possa rappresentare una speranza per molti. Lui è da sempre un uomo capace di unire, di tenere fermi i principi coltivando l’arte del dialogo e della mediazione. Lo ha fatto a Milano, credo potrebbe farlo benissimo in quel nuovo centrosinistra che assieme dobbiamo costruire».