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Arrivano i primi dati utili per valutare, su basi obiettive, gli effetti delle politiche di inclusione affidate al nuovo modello di calcolo dell’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) nel campo del diritto allo studio universitario (Dsu). In occasione della discussione in commissione Cultura della Camera di una risoluzione concernente l’accesso alle prestazioni del Dsu (vale a dire borsa di studio, posto alloggio, mense, trasporti, etc.), i dati forniti dal ministero del Lavoro per il 2015, primo anno del nuovo Isee, hanno acceso un primo faro sulla situazione denunciata l’anno scorso dalle associazioni studentesche, cioè la perdita o il mancato accesso alla borsa di studio da parte di molti studenti universitari le cui condizioni economiche familiari non erano cambiate dal 2014. Si tratta di informazioni “fresche”, aggregate per il momento a livello nazionale, pertanto inadeguate a restituire la complessità del composito quadro regionale del diritto allo studio, ma ugualmente utili per alcune osservazioni generali.

 

Il primo dato che balza agli occhi è la situazione economico-patrimoniale media delle famiglie degli studenti universitari che chiedono prestazioni Dsu rispetto a quella delle famiglie che abitualmente accedono a prestazioni assistenziali. Mentre oltre il 50% delle prime ha un Isee superiore a 20mila euro, meno del 10% delle seconde supera la medesima soglia. Una discrepanza ben nota a tutti coloro che si occupano del tema (le indagini di Almalaurea sulle condizioni sociali degli studenti universitari ne danno riscontro con continuità), acclarata ora da dati quantitativi di una certa affidabilità: le famiglie dei ceti più poveri non sono in grado di mandare i loro figli all’università. L’ascensore sociale, che in Italia già funziona male a tutti i piani, a quelli più bassi non arriva nemmeno. Una disfunzione che danneggia tutto il Paese e il suo progresso sociale ed economico.
Le cause sono molteplici e investono l’intero arco formativo, perché l’altissima dispersione scolastica italiana, che ovviamente riguarda soprattutto gli adolescenti delle fasce deboli – economicamente, socialmente e culturalmente – impedisce a questi ragazzi di conseguire un diploma di scuola media superiore e quindi anche solo di poter prendere in considerazione l’ipotesi di iscriversi all’università. È una vera patologia nazionale il basso numero di ventenni italiani che frequentano l’università, nonostante che una diffusa leggenda metropolitana faccia credere l’opposto. L’ultimo rapporto Ocse, pur dimostrando un deciso passo in avanti del nostro Paese, mostra comunque che tra i 20-29enni italiani sono studenti solo il 25%, a fronte di una media europea del 29% e di valori massimi straordinariamente alti come il 45% della Danimarca (meritano attenzione, peraltro, le notevoli differenze tra maschi e femmine, a favore di queste ultime: 6 punti percentuali di differenza in Italia, 5 nella media europea). Se poi si fa riferimento alla percentuale di laureati tra i giovani 25-34enni (anno 2014), il divario tra Italia e Paesi europei appare nella sua allarmante evidenza: 24% rispetto al 39% dell’UE a 21, al 41% della Spagna, al 44% della Francia e al 49% del Regno Unito.

 

Per affrontare questa situazione, servono politiche strategiche ad ampio spettro: di deciso contrasto alla dispersione scolastica, di rapido ampliamento dell’offerta formativa post-secondaria sia universitaria (lauree triennali professionalizzanti) sia non universitaria (istruzione tecnica superiore), di attenta incentivazione all’iscrizione all’università tramite la riduzione delle tasse (le relative proposte di legge, purtroppo, giacciono dimenticate da due anni in Parlamento) e l’ampliamento della platea degli studenti universitari destinatari di prestazioni Dsu, in particolare di coloro che provengono da famiglie a basso reddito. Solo il 7% della popolazione studentesca è beneficiaria di Dsu, a fronte di valori tutti oltre al 20% in Francia, Germania, Spagna e in quasi tutti i Paesi europei. Per intenderci, nell’anno accademico 2013/14 hanno ricevuto una borsa di studio solo 138.000 studenti.
Numeri risibili, che dimostrano quanto sia necessario ed equo che un maggior numero di studenti acceda ai benefici del Dsu. Questo obiettivo richiede ovviamente risorse adeguate: la legge di stabilità del 2016 ha meritoriamente aumentato il fondo statale per il Dsu di ben il 34%, ma è necessario mettere a regime questo risultato, per incrementarlo progressivamente. L’aumento dev’essere poi ben speso e qui ci possono orientare nelle scelte i nuovi dati Isee. Si tratta infatti di stabilire le corrette soglie di Isee oltre alle quali non si ha diritto alle prestazioni Dsu. I dati mostrano che il fattore da cui è dipeso prevalentemente l’innalzamento dell’Isee è la maggiore valutazione del patrimonio (espresso dall’Indicatore della situazione patrimoniale equivalente, che pesa per il 20% nel calcolo dell’Isee). Per circa il 30% dei casi l’esclusione è dovuta alla maggiore valorizzazione del patrimonio immobiliare, calcolato sulla rendita Imu e non più catastale (per avvicinarsi al valore di mercato), mentre oltre il 40% degli studenti che nel 2015 hanno perso la borsa di studio lo deve al fatto che la famiglia ha un patrimonio mobiliare (depositi bancari, titoli di Stato, azioni etc.) che, valutato nella percentuale stabilita dalla legge, ha fatto superare la soglia ISEE. Si tratta del ceto medio che, sebbene impoverito (parliamo di redditi comunque bassi), ha fatto fronte alla crisi usando oculatamente i propri risparmi e li ha investiti nella formazione superiore dei figli. Le classiche famiglie “formichine” italiane, che non devono essere penalizzate da soglie Isee troppo basse, dato che l’obiettivo che si vuole raggiungere è quello di estendere la platea dei beneficiari. Di converso, non si devono sottrarre risorse pubbliche alle famiglie più povere a causa di soglie Isee troppo alte, fermo restando che in questo settore occorre investire adeguatamente, perchè il capitale umano è il più prezioso in possesso del nostro Paese.

 

Siamo di fronte, quindi, ad una vera sfida di intelligenza tecnica e politica che in queste settimane impegna il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca. Non solo per stabilire le nuove soglie alla luce dell’esperienza 2015 ma anche, si spera, per emanare finalmente il decreto applicativo, in ritardo di ben quattro anni, che dovrà stabilire i livelli essenziali delle prestazioni Dsu, per determinare uniformità nelle regole di accesso ai benefici (attualmente una vera babele, talora con differenze notevoli persino tra province contigue), per definire le modalità di ripartizione del fondo statale tra le regioni in base al fabbisogno e abbandonare così i vecchi parametri. Il Dsu, insomma, deve voltare pagina.

Fonte: Il Sole 24Ore