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Un primo passo importante, per il ministro Maurizio Martina. Che ieri non ha fatto nulla per nascondere la sua soddisfazione perché in questo testo lui e il collega alla Giustizia, Andrea Orlando, ci hanno creduto parecchio.
E la soddisfazione è doppia perché è una di quelle poche leggi su cui la convergenza in Parlamento è ampia, neanche un voto contrario e Sì anche dal Movimento 5 stelle. Ieri sera, subito dopo il voto del provvedimento, definito dal presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso, «una misura di civiltà», dai sindacati del comparto alle associazioni sono arrivati solo plausi. Insieme all’invito alla Camera, ovvio, a fare in fretta per l’approvazione definitiva.

 

Ministro, il via libera alla legge rafforza la lotta al caporalato. Cosa cambia in particolare?
«Dobbiamo combattere il caporalato come la mafia. Per questo andiamo a colpire anche i patrimoni con la confisca e rendiamo più semplice l’applicazione del reato di caporalato. Con la legge voluta dal nostro governo verrà punito anche il datore di lavoro che sfrutta. È un passo avanti cruciale in questa battaglia. Ora serve l’ultimo sforzo».

 

Quale?
«L’approvazione rapida e definitiva alla Camera. È una legge necessaria e urgente, dove c’è tutto l’impegno del Partito Democratico e non solo. Sono convinto che la Presidente Boldrini e i deputati sapranno dare la risposta che serve. Non a noi, ma ai lavoratiir che chiedono tutela. chiedono dignità e diritti».

 

In Regioni come il Lazio e la Puglia, solo per citarne due, agricoltura e caporalato vanno troppo spesso a braccetto. È vero che in questo ultimo anno i controlli sono aumentati del 59%, ma come si contrasta un fenomeno così diffuso e radicato? Crede davvero che le cose d’ora in avanti cambieranno?
«È un nostro dovere cambiarle. Serve un’azione costante e di squadra come quella messa in campo in questo ultimo anno. Prevenzione e repressione. Non solo più controlli, ma più mirati. E un’azione capillare sui territori dove già oggi stiamo sperimentando un lavoro importante con cabine di regia guidate dalla prefetture dove istituzioni, terzo settore e sindacati lavorano insieme per accogliere e assistere i lavoratori immigrati. Con la nuova legge proteggeremo meglio i braccianti».

 

La presidente della Camera ha ricevuto una delegazione di braccianti. Lucia, la donna che ha trovato il coraggio di denunciare lo sfruttamento di cui era vittima, ha detto che le sue condizioni di vita sono peggiorate. I datori di lavoro le chiedono di mentire con gli ispettori altrimenti la licenziano.

«Non è assolutamente tollerabile, ma voglio anche dire che in questa lotta oggi l’agricoltura si mette alla guida del cambiamento. Vanno isolate le mele marce e salvaguardate migliaia di aziende oneste. La Rete del lavoro agricolo di qualità serve anche a questo e ora sarà più semplice e meglio radicata sul territorio».

 

Per evitare che accadano episodi come questo, il governo ha messo in campo altre misure?
«Non ci fermiamo, c’è tanto lavoro da fare come dimostra la storia di Lucia o di Paola Clemente, vittima di questo sfruttamento inaccettabile. Le task force operative nei territori più a rischio servono a questo. Controlli ancora più approfonditi con gli ispettori del lavoro accompagnati da carabinieri e forestali. Chi sfrutta deve pagare».

 

Dal terzo rapporto Agromafie e Caporalato emerge che mafia e criminalità hanno un business legato alla filiera agroalimentare tra i 14 e i 17 miliardi. Come si scardina un meccanismo che sembra così solido?
«Alzando il livello di contrasto e strappando dalle mani della criminalità le terre e le aziende. Da parte nostra c’è un impegno quotidiano. Penso, ad esempio, al lavoro del Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci che abbiamo preso come modello nazionale per rendere più efficaci i controlli antimafia e impedire che i fondi pubblici vadano nelle mani dei criminali».