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Il piano per il Mezzogiorno si chiama «Resto al Sud». Chiaro l’intento di far rimanere i giovani al Mezzogiorno. «Fare impresa al Sud è difficile, per questo i giovani vanno sostenuti con una dotazione di capitale». La misura voluta dal governo, secondo Claudio De Vincenti, ministro per la Coesione Territoriale e il Sud (oggi sarà a Napoli), dovrebbe portare alla creazione di 100mila nuovi imprenditori in tre anni. Ma non solo: l’altra misura del decreto per il Sud e i giovani è quella della Banca delle Terre incolte: «I Comuni diano i terreni disponibili e non coltivati ai giovani».
 
Ministro De Vincenti, partiamo da “Resto al Sud”: cosa si aspetta da questa misura, esattamente? Incoraggiare i giovani a fare gli imprenditori in aree in cui fare impresa è sempre molto complicato non rischia di frenare l’interesse per l’iniziativa?
 
«Al contrario, sono proprio quelle le aree dove le condizioni di reddito di tante famiglie rendono più difficile per un giovane avere a disposizione mezzi propri per metter su un’impresa e dove quindi maggiore è il numero delle ragazze e dei ragazzi che, per fare impresa, hanno bisogno di essere sostenuti con una dotazione di capitale. Certo, fare impresa al Sud è, per difficoltà oggettive, una sfida più impegnativa, ma abbiamo esempi sempre più diffusi di giovani che da soli o in cooperativa ci provano e ci riescono. Ecco, a loro mettiamo a disposizione una misura forte: ragazze e ragazzi che hanno idee e capacità per fare impresa possono farlo anche se non hanno capitali propri o di famiglia, è lo Stato che mette loro a disposizione il capitale per avviare l’attività».
 

In campo per iL Sud. Lavoro per 100.000 giovani in 3 anni


 
Conferma l’obiettivo di 100mila nuovi posti con questa misura?
 
«Assolutamente sì. Il nostro obiettivo è di far scendere in campo 100.000 giovani imprenditori nell’arco dei prossimi tre anni e per questo abbiamo messo a disposizione risorse importanti, pari a 1 miliardo e 300 milioni».
 
Come funzionerà “Resto al Sud”? Si può già accedere alle procedure?
 
«Il giovane che vuole fare impresa o il gruppo di giovani che vuol costituire una società, per esempio una cooperativa, fa domanda allo sportello di Invitalia presentando il proprio progetto imprenditoriale. Se il progetto è approvato, viene messa a disposizione una dotazione di capitale fino a 50.000 euro per ogni giovane e, nel caso di giovani riuniti in società o in cooperativa, fino a 200.000 euro. I135% avrà la forma di un contributo a fondo perduto e il 65% quella di un prestito a tasso zero. La dotazione è utilizzabile per acquisti di macchinari e attrezzature e anche come capitale circolante (materie prime e semilavorati), non per stipendi (il reddito dovrà provenire dai ricavi dell’attività produttiva, quindi dalla capacità di stare sul mercato). Oggi a Castel dell’Ovo forniremo tutte le informazioni su apertura dello sportello Invitalia, modalità di presentazione delle domande, criteri di valutazione e chiederemo al mondo dell’associazionismo, agli esperti, alle Università di fornire assistenza ai giovani che la richiedono per costruire i progetti imprenditoriali. Inoltre, ci sarà la firma della convenzione tra Invitalia e Associazione bancaria italiana che regolamenta il finanziamento bancario a tasso zero».
 
Oggi parlerete anche dell’altra misura che il decreto Mezzogiorno destina ai giovani, quella sulla Banca delle Terre incolte. Non è velleitario tentare di riportare a usi produttivi tanti terreni ormai abbandonati?
 
«Anche in questo caso siamo partiti dalle esperienze che hanno preso forma a partire dal Mezzogiorno d’Italia: sono esperienze che vedono proprio i giovani farsi protagonisti di una agricoltura di qualità, che valorizza i prodotti tipici, storici, delle campagne del Sud. Ma non c’è solo l’agricoltura: nuove iniziative nel campo del turismo di qualità, a volte collegate con la stessa attività agricola, altre volte autonome da essa. E allora abbiamo pensato che è giunta l’ora di una grande scommessa sul recupero a fini produttivi dei terreni incolti e chi meglio dei giovani può farsi protagonista di questa impresa? Perciò offriamo loro non solo capitale ma anche terra: i Comuni sono chiamati a fare l’inventario dei terreni incolti di loro proprietà e a metterli a disposizione, con procedure semplici ma a evidenza pubblica, dei giovani che ne fanno richiesta; non solo, ma nel caso di terreni privati abbandonati, su indicazione dei giovani stessi, i Comuni promuoveranno l’incontro tra i proprietari spesso emigrati da tempo e quanti li vogliono utilizzare. I ragazzi che otterranno le terre potranno usufruire anche del capitale di Resto al Sud. Per questo abbiamo invitato oggi l’Anci e tanti sindaci per definire insieme le modalità di attuazione di questa riforma».
 
Un ruolo importante per attrarre capitali, specie nella logistica, è affidato nel decreto legge Mezzogiorno alle Zes. L’iter del decreto attuativo sembra ormai completato. 1130 novembre ci sarà la Conferenza unificata, poi toccherà ai Piani strategici delle Regioni. La Campania può partire per prima? E sulla governance non si corre il rischio di uno stallo stile-Bagnoli? Come sarà organizzata la gestione?
 
«Campania e Calabria sono le due Regioni che, già prima del Dl hanno adottato proprie delibere in materia di Zes, quindi sono anche quelle più avanti nella elaborazione delle rispettive proposte, che naturalmente devono essere ora specificate meglio alla luce del testo di legge e del decreto attuativo. Sono fiducioso che formalizzeranno presto le loro richieste corredate dal piano di sviluppo strategico che stabilisce missione e modalità di organizzazione della Zes. Non vedo rischi di stallo: nel decreto attuativo abbiamo previsto che il Comitato di indirizzo composto da rappresentanti di Autorità portuale, Regione e Governo si avvalga per le funzioni di gestione di una specifica struttura amministrativa a supporto del segretario dell’Autorità portuale».
 
Ma perché secondo lei anche sulle Zes si percepisce un certo scetticismo? È solo un problema di comunicazione o teme il ritorno di vecchi pregiudizi sul Sud e la sua classe politica e dirigente?
 
«Veramente, nei miei incontri delle settimane scorse con Regioni, Autorità portuali, sindaci, forze economiche e sociali ho trovato grande interesse, direi addirittura entusiasmo. Se poi qualche -commentatore non riesce ancora ad abbandonare il suo scetticismo sul Mezzogiorno d’Italia, mi permetto di invitarlo ad aprire gli occhi sulla voglia di protagonismo che caratterizza ante donne e tanti uomini del ostro Sud».
 
Siamo ormai in campagna elettorale. Lei ricorda spesso il peso del governo Renzi nel rimettere al centro dell’agenda del paese la questione meridionale e la continuità del governo Gentiloni. Eppure sull’indicazione del futuro premier i due potrebbero trovarsi divisi. Lei da che parte si troverebbe?
 
«È il presupposto che lei pone lana domanda che è sbagliato: Renzi e Gentiloni non si troveranno divisi perché in una grande comunità come il partito Democratico le scelte si fanno insieme».
 
I sondaggi però vedono il costante calo del Pd anche al Sud e la crescita del centrodestra, nonostante il atto che in tutte le regioni meridionali il Pd sia al governo. Dove ha sbagliato il partito dopo il trionfo alle europee?
 
«Gli ultimi sono stati mesi difficili, in cui il Pd è stato oggetto di attacchi continui e di interpretazioni distorte delle sue posizioni. Oggi vedo che in larga parte del centrosinistra sta maturando la consapevolezza che è il Pd il perno insostituibile di un sistema di alleanze che deve essere il più aperto e inclusivo possibile. Su queste basi sono convinto che potremo presto recuperare e allargare i consensi al partito e a tutto il centrosinistra. Guardando poi non solo alle vicende di questi mesi ma ai processi di fondo in atto nel nostro Paese, credo che dobbiamo partire dalla consapevolezza del lavoro positivo fatto in questi anni ma anche di ciò che è mancato nel rapporto con gli Italiani e che peraltro possiamo recuperare, perché è nel nostro Dna. Nei mille giorni del Governo Renzi e ora con il Governo Gentiloni ci siamo misurati con i problemi e le difficoltà che vivono gli Italiani e abbiamo fornito risposte operative che hanno rimesso in moto il Paese dopo anni di stagnazione e di recessione: la ripresa economica è ormai una realtà».
 
E invece che cosa è mancato?
 
«Dobbiamo sapere che gli anni Duemila sono stati anni in cui ha perso coesione il tessuto profondo della società italiana e si sono contratte drammaticamente, specie nei nostri giovani, speranza e fiducia nel futuro. Perciò, aldilà del lavoro pur decisivo che abbiamo fatto per riaprire la strada della crescita, oggi il compito del partito Democratico è quello di ascoltare con attenzione i bisogni delle persone e cogliere le preoccupazioni e le nuove lacerazioni che percorrono il Paese: per parlare ai sentimenti e alla intelligenza degli italiani, per aiutare tutti a non cadere nella tentazione del ripiegamento individualistico e della sfiducia rabbiosa, per dare voce e sostegno a tutti coloro che cercano di costruire per sé e per gli altri. Insomma, il compito è quello di aiutare il Paese a ritrovarsi in un sentimento di identità condiviso e collettivo, in cui anche le frustrazioni che agitano questi anni tormentati si sciolgano in soluzioni mature e produttive».
 
Torniamo al Sud, ministro: lei consiglierebbe oggi a un giovane laureato nel Mezzogiorno di restare e di rinunciare a partire come fanno tanti suoi coetanei?
 
«Non entro mai nelle scelte individuali, che meritano tutte rispetto e solidarietà. Desidero solo dire alle ragazze e ai ragazzi del Sud che il Mezzogiorno sarà quello che il loro impegno farà in modo che sia, restando per costruire qui o partendo per crescere e tornare poi a costruire qui. Per quanto riguarda il Governo, mi sento di dire loro che il nostro lavoro sta mettendo le basi affinché i giovani del Sud possano finalmente realizzare il proprio piano di vita nella loro terra».