Serve una piattaforma nazionale per l’e-commerce in grado di competere con top player globali» come Amazon e Alibaba. E chi può realizzarla? commerciali del paese»: raggiunto da ItaliaOggi per discutere della sua fatica, Cibo Sovrano (edito da Mondadori), l’ex ministro alle politiche agricole ed ex segretario del Pd, Maurizio Martina, rompe gli indugi: «Il Covid ha stravolto la geopolitica del cibo», dice; «il Paese va messo in sicurezza».

Sullo sfondo, l’ennesimo giro di vite protezionista, con il Wto che ha ufficializzato ieri il suo via libera all’Unione europea ad applicare dazi aggiuntivi.sulle merci importate dagli Usa per 4 mld di dollari.

Sono trascorsi 5 anni dalla chiusura di Expo Milano 2015. Lei coordinava le iniziative dell’evento per conto del governo. Il messaggio di chiusura, sublimato nella Carta di Milano, era incentrato su tre temi: nutrizione, sostenibilità, diritti umani. Cosa ne resta?

Il tema di Expo è stato preveggente: la questione alimentare oggi è centrale per la comunità internazionale. Dopo l’esperienza di questi mesi, è ancor più profondo il nesso tra lotta alla fame, sostenibilità dei modelli di sviluppo, pace e benessere delle persone.

L’Italia è stata pioniera, ha seminato consapevolezza. E la sfida di combattere la fame con modelli sostenibili ed equi è più urgente di cinque anni fa. Allora non immaginavamo certo che una pandemia avrebbe sconvolto il mondo. Invece, eccoci qua: la Banca mondiale ha stimato in 100 mln le persone a rischio fame a causa del Covid.

Ma una messa a terra di Expo è mancata. Siamo rimasti alla teoria.

Non la vedo così, anzi. Faccio degli esempi: oggi c’è una rete di città che ragionano sulle food policy urbane in modo avanzato. Gli enti lavorano sulle diete dei cittadini, sull’educazione alimentare nelle scuole, sulla lotta allo spreco alimentare. Sono tutte eredità di Expo. E poi l’Italia è stata apripista in Europa di un confronto molto tosto sull’origine delle materie prime; un tema che prima di Expo non passava. E anche la nuova strategia lanciata dalla commissione Ue, Farm to fork, è figlia di quella stagione: il primo tentativo di concepire un’evoluzione della Pac verso la politica ambientale alimentare comune è stato generato tra la fine dell’Expo e il successivo inizio del semestre di presidenza europea, guidato dall’Italia.

Roma è la sede delle principali organizzazioni alimentari mondiali: Fao, World food programme (Paul/ Wfp), Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad). Il Wfp pochi giorni fa ha incassato il Nobel per la pace. Cosa significa questo riconoscimento?

Intanto è importante che il Nobel sia arrivato ad un organismo multilaterale. Poi diciamolo: in questo premio c’è molta dell’esperienza italiana. Non solo perché la sede del Wfp è a Roma, ma perché l’Italia investe da sempre sul Wfp; siamo tra i paesi protagonisti della discussione in quell’organizzazione. Dunque, è un riconoscimento anche per il lavoro italiano.

E cosa significa, da un punto di vista geopolitico, il Nobel al Wfp per Roma?

C’è una sfida da raccogliere: l’Italia può essere il paese guida in fatto di agricoltura, alimentazione e ambiente. Oggi queste sono leve geopolitiche strategiche. Ancor più fondamentali nel Mediterraneo per la cooperazione con gli altri paesi. In fin dei conti, dobbiamo passare dalla logica dell’evento vissuta con Expo, alle politiche di lungo periodo.

Traduciamo la teoria in pratica.

L’anno prossimo l’Italia presiederà il G20. Propongo che in quella sede l’Italia si candidi a essere paese guida e lanci una discussione di rango internazionale post Covid sull’equità dei sistemi alimentari. Garantire cibo sano e sufficiente è il miglior vaccino contro il caos, fin tanto che non arriverà il vaccino vero e proprio. Dobbiamo fare un salto di qualità nella capacità di generare benessere, prezzi giusti, qualità del lavoro ed equità nei rapporti di filiera, tra produttori, trasformatori, distributori. Su questi temi possiamo acquisire una leadership politico-diplomatica molto importante, specie nel Mediterraneo.

Parla di Covid e declina il tema sul piano della sovranità alimentare. Lei è di Bergamo. Come si sente quando parla di coronavirus?

È una ferita aperta. Nel territorio da cui provengo la pandemia ha colpito in modo drammatico e ogni volta che mi capita di parlarne vivo immagini, sensazioni, emozioni, il dramma di quei giorni. Oggi, la condizione sanitaria è migliorata, ma ciò che abbiamo vissuto nei mesi scorsi ci ha sconvolto. Gli effetti sono tutti davanti a noi e quando vedo manifestazioni negazioniste inorridisco. E mi incazzo. Bisognerebbe portare costoro a vedere coi loro occhi ciò che è successo; capirebbero le follie che sostengono.

Ha presentato il suo nuovo libro, Cibo Sovrano (Mondadori), col presidente della Coldiretti, Ettore Prandini. Questa organizzazione è storicamente bandiera dell’origine Made in Italy. Ma anche il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, in un’intervista rilasciata a ItaliaOggi nei giorni scorsi, auspica che l’Italia produca il 100% del proprio fabbisogno alimentare. C’è aria di coesione nei campi italiani?

Presenterò il libro ovunque sarò invitato a parlarne e la questione che pone Confagri è decisiva. La pandemia ci consegna due enormi limiti: da un lato l’insufficienza della visione globalista e dell’idea che i mercati si autoregolano, dall’altro l’insufficienza delle visioni autarchiche e nazionaliste, ormai fuori dal tempo. Ogni paese, da solo, non ce la fa. E la logica dei dazi è stata pagata a caro prezzo dai nostri prodotti.

Quindi?

Non possiamo affrontare il futuro stretti tra gli estremismi globalista e sovranista. La chiave è affrontarlo con mercati e regole perché ciò che manca non sono i mercati ma le regole. Poi, c’è che ogni paese deve fare i conti con la propria bilancia commerciale. Per questo l’Italia deve aumentare la propria capacità produttiva sulle filiere strategiche.

Però, questo è il tramonto del dogma dell’interdipendenza.

Il virus ha cambiato la domanda e l’offerta alimentare e in tempi di emergenza hanno prevalso le restrizioni protezionistiche, le turbolenze dei prezzi, le interruzioni nei trasporti e nelle spedizioni. Se oggi si fermasse il commercio internazionale e noi non potessimo portar fuori ciò che produciamo saremmo zeppi di vino in cantina e ci mancherebbero beni agricoli come il grano. E non possiamo certo sfamarci col vino. Per questo dobbiamo riequilibrare, migliorare la nostra capacità di approvvigionamento e, al contempo, rilanciare l’idea di mercati aperti con regole forti. Per vendere quel vino.

Nel suo libro scrive: «La catena alimentare globale si può spezzare con gravi ricadute sull’offerta di cibo, e il rischio per il futuro è che l’emergenza provochi i suoi effetti più pesanti non solo sulle scorte alimentari, ma anche nei campi, alla semina e alla raccolta. Sta già accadendo». Come se ne esce?

Bisogna assolutamente rilanciare una stagione multilaterale, con organismi internazionali forti, capaci di regolare le storture della globalizzazione. Del resto, col Covid siamo entrati in deglobalizzazione: c’è la tendenza ad accorciare le catene produttive e nella stagione che verrà conterà di più l’area in cui si è collocati che le catene del valore troppo lunghe, che solcano gli oceani. Le piattaforme europea e mediterranea saranno per noi ancora più importanti, ma vanno riorganizzate produzioni e commercializzazioni, facendo leva sulla territorialità.

In sostanza, produrremo prossimamente per vendere globalmente.

Esatto. La produzione di prossimità sarà esaltata, specie in alcune filiere. Ma non
illudiamoci: l’autosufficienza non basterà. Dobbiamo lavorare perché i mercati restino aperti. La nostra capacità di presidiarli sarà fondamentale.

La pandemia ha svelato, e generato, paradossi. Lei ne propone due, eclatanti. Nel libro scrive: «Un pangolino, catturato in Nigeria e venduto in Cina, può costare come un’auto nuova. Parliamo del quarto mercato illegale del mondo che vale fino a 280 mld di dollari l’anno». Poi, sull’impatto mondiale del lockdown, ricorda: «A un certo momento, nella primavera 2020, è stato calcolato che il valore di un litro di succo d’arancia fosse di ben 30 volte superiore al valore di un litro di petrolio». Cosa lega questi due estremi?

Ci dimostrano che sono cambiate alcune certezze su cui poggiavamo le nostre idee di sviluppo. Davamo per scontati i beni primari essenziali alimentari, ma scontati non sono. Neanche in Occidente, dove abbiamo vissuto il blocco dell’export, spaventose oscillazioni di prezzo, il blocco della logistica e barriere tariffarie che paghiamo ancora a caro prezzo. L’Occidente non è immune e deve proteggersi.

Per l’Italia suggerisce: «Va incrementata il più possibile l’organizzazione dell’offerta agricola nazionale insistendo su strumenti come le filiere e i progetti cooperativi». Poi scommette: «Tornerà di grande attualità lo spirito mutualistico». Perchè?

Perché cooperazione e mutualismo sono gli strumenti che hanno retto meglio nei passaggi stretti dell’emergenza: le cooperative tengono insieme produttore e trasformatore hanno capacità di assorbire gli choc al loto interno e proteggere i produttori.11 vero tema è come fare nuova cooperazione dopo ciò che è accaduto. Poi, c’è l’altra riflessione da fare: «Come sta cambiando il rapporto tra cittadino e consumo alimentare?». Tutte le grandi catene distributive ci dicono che ne usciremo diversi.

Diversi, ma come?

C’è il ritorno potenziale al commercio di prossimità; i piccoli negozi sono stati fondamentali nella crisi. E poi c’è la scoperta dell’e-commerce, inevitabile durante l’emergenza; ora il tema è capire come cambierà strutturalmente l’abitudine e quanti saranno gli attori effettivamente capaci di offrire piattaforme b2b e b2c. Oggi c’è una concentrazione di potere in quest’ambito, che fa riflettere: solo pochissimi soggetti sanno offrire adeguati servizi di e-commerce nell’alimentare.

Serve una piattaforma italiana, che competa con giganti esteri come Amazon e Alibaba?

Sì. E penso che Poste italiane dovrebbe infrastrutturare l’Italia in tal senso.

Poste?

E’ una provocazione. E anche una proposta. Poste è un attore fondamentale e può raccogliere la sfida di un progetto nazionale, accompagnata dai principali player del commercio italiano. Le catene commerciali italiane potrebbero unirsi a Poste e lavorare su un progetto del genere.

Da postini a banchieri. E ora, da banchieri a negozianti?

In fondo, Poste ha dimostrato di saper cambiare pelle per tem- po. La domanda è: fin dove si può spingersi in questa nuova era dell’e-commerce? Di più: dove può spingersi Poste nel rapporto con l’agroalimentare italiano?

E con le produzioni d’origine certificata, le Ig, come la mettiamo? Gli americani le considerano protezionismo.

C’è conflitto col modello anglosassone sull’interpretazione di questa leva, ma dopo la pandemia lo strumento delle Ig è ancor più coerente e attuale: dobbiamo far avanzare la distintività dei prodotti nei mercati aperti, nella reciprocità dei riconoscimenti. Vede, il protezionismo mette i dazi in modo indistinto e utilizza le identità in modo conflittuale, in un mercato che considera omologato. Le Ig, al contrario, sono lo strumento per valorizzare le identità in un mercato aperto. Significa esser patrioti e non sovranisti. E noi non dobbiamo regalare a nessuno la nostra identità

Ma come passeremo dalla vecchia Pac a una nuova strategia agricola e alimentare sostenibile, che garantisca equa distribuzione del valore e fine delle pratiche sleali?

Farm to fork è l’opportunità, ma c’è molto lavoro da fare: i produttori agricoli vanno rafforzati affinché siano protagonisti di questo passaggio. In primis, dobbiamo adottare subito la direttiva contro le pratiche sleali varata dalla commissione prima dell’estate.

Nel suo libro, alla fine, conclude: 41 totem della neutralità dello Stato nel mercato sempre e comunque, l’esaltazione del mito del cittadino-consumatore come arbitro in qualsiasi condizione e il fanatismo della logica del prezzo come unico criterio di scelta vanno rivisti». Dallo stato imprenditore allo stato sfamatore?

Non possiamo più usare i vecchi arnesi di un tempo: vale per il mercato, vale per lo stato. Le due visioni non bastano. I principi, che hanno ispirato la lunga stagione liberista hanno denunciato i loro limiti: non possiamo affidare la sicurezza alimentare dei popoli al mercato, perché il mercato nell’emergenza non può farcela. Ci sono le persone dietro. Dunque, lo stato deve diventare il garante della sicurezza alimentare ai cittadini. E poi dobbiamo affrontare il corto circuito tra lavoratore e consumatore.

In che senso?

Il prezzo non può essere l’unico fattore decisivo. Lo dico chiaramente: prima del consumatore vengono il lavoratore e la sua dignità. Dobbiamo impedire le aste al doppio ribasso.