artbonus

Al via dal 1 gennaio, il bonus facciate sarà cumulabile con l’agevolazione per il risparmio energetico e anche con quella per le ristrutturazioni. Sarà una circolare delle Entrate, alla quale si sta già lavorando, a definire il perimetro del nuovo beneficio fiscale previsto in manovra, che assicura una detrazione del 9o% dei costi sostenuti ed è valido solo per il 2020.

Lo spiega il “padre” della misura, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che ne sottolinea l’obiettivo: restituire bellezza alle nostre città, in particolare alle periferie.

Il  bonus facciate riguarderà tutti gli edifici privati, dalla villetta al condominio. E la misura non va in conflitto con le altre su risparmio energetico e ristrutturazioni, perché sono cumulabili. Per esempio, si potrà tinteggiare la facciata e allo stesso tempo eseguire interventi che rientrano nell’ecobonus e usufruire di entrambe le detrazioni: quella per le facciate al 9o% – senza limiti di spesa e prevista solo per il 2020 – e quella sull’efficientamento energetico al 65%, che già esiste e con la manovra è stata prorogata insieme all’agevolazione sulle ristrutturazioni. A spiegarlo è il “padre” del bonus facciate, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini.

«L’idea me l’ha data – sottolinea – almeno tre anni fa Innocenzo Cippolletta. Ho tentato di tradurla in pratica durante i Governi Renzi e Gentiloni, ma non ci sono riuscito. Così l’ho riproposta adesso. La norma prende spunto dalla legge, ancora in vigore, che il ministro della cultura francese Malraux mise a punto negli anni 5o per ripulire gli edifici in quell’epoca anneriti dall’uso del carbone. Le città, a cominciare da Parigi, diventarono più belle.

Da noi ne hanno bisogno soprattutto le periferie, perché, se i centri storici possono avere un livello di manutenzione e di conservazione medio-alto, nelle periferie ci sono edifici di 6o anni sui quali non è mai stato fatto alcun intervento. E degrado chiama degrado, mentre la bellezza chiama rispetto».

Perché limitare il bonus al 2,020?

L’intenzione è di dare un impulso immediato all’economia. Poi vedremo come il bonus funzionerà e quanto costerà. Bisognerà capire quanti ne usufruiranno. La copertura è, infatti, calcolata su una determinata percentuale di edifici. Ritengo sarà un successo e l’impulso alle entrate Iva, Irpef e al Pil sarà forte. Si prendono i classici due piccioni con una fava: le città saranno più belle e si darà uno scossone all’economia.

Oltre alla tinteggiatura si possono ipotizzare altri interventi coperti dal bonus?

Sarà una circolare delle Entrate a specificare la tipologia degli interventi. Siamo già al lavoro, perché il bonus partirà dal primo gennaio e sarà immediatamente applicabile. Gli interventi sulle facciate non hanno, infatti, bisogno di concessioni edilizie. Si tratta di pratiche snelle.

Nella maggioranza la norma ha riscosso un consenso largo?

È passata con una condivisione generale dopo che sono state superate le perplessità di chi pensava che entrasse in conflitto con le altre detrazioni edilizie. Ci sono stati commenti positivi dall’Ance.

In manovra viene rinnovato il bonus cultura per i 18enni, anche se la dote scende a 16o milioni.

La copertura è inferiore agli anni scorsi perché in passato non tutti hanno usufruito dell’agevolazione. Sembra strano, ma molti ragazzi non hanno chiesto il bonus, che ora abbiamo esteso agli abbonamenti dei quotidiani. Nella norma non c’è ancora scritto se il valore della carta sarà di 50o euro, come è stato finora. Sarà, comunque, compreso tra 30o e 500 euro. Stiamo facendo una verifica per capire quale sarà l’impatto nel 2020.

Perché non rendere la misura strutturale?

Ritengo già un risultato positivo che l’agevolazione sia stata conservata nel passaggio da un Governo all’altro. Veniva, infatti, considerata – sbagliando – una norma simbolica del Governo Renzi e, pertanto, c’era il rischio che venisse cancellata. E invece anche il Governo precedente l’ha mantenuta. È una misura che ha dato un significativo impulso al mercato dell’editoria, perché una parte importante del bonus è stato impiegato dai giovani per acquistare libri.

Nella legge di bilancio usate i ricavi dei biglietti dei musei per politiche sul personale. Perché?

Tentiamo di innescare un meccanismo virtuoso. Le indennità di amministrazione sono molto differenziate da un ministero all’altro. Ai Beni culturali sono tra le più basse. E questo non è logico, perché non si può pensare che il valore di quelle voci della retribuzione sia legato alla forza contrattuale che il singolo ministro può esprimere in un dato momento. Con la legge di Stabilità puntiamo verso un’equiparazione generale. E, poiché nei musei gli incassi crescono, si è pensato di coprire le indennità dei dipendenti dei Beni culturali con i ricavi dei biglietti.

L’intervento riguarda anche gli straordinari che servono per garantire le apertura extra dei musei?

Certo. Ai Beni culturali avevamo una quota di straordinari bassissima, che si esauriva subito.

Perché, sempre in manovra, avete assegnato altri 75 milioni al cinema?

Si è reso necessario per via del successo del tax credit internazionale. Sono, infatti, sempre di più le imprese straniere che – coinvolgendo anche quelle italiane: questo prevede la norma – vengono a girare film o fiction qui da noi. Cinecittà era vuota e ora è sempre piena. Le risorse a disposizione sono finite, quindi abbiamo dovuto rimpinguare il fondo con 75 milioni di euro. Ed è solo per il 2020. Il problema si riproporrà per l’anno successivo.

In manovra non c’è l’estensione dell’art bonus agli istituti di cultura estero.

Non si riesce a ottenere tutto, ma si tratta di un tema che si potrà affrontare in sede parlamentare, perché coinvolge una copertura davvero limitata.

L’art bonus sta crescendo – siamo arrivati a 400 milioni di euro raccolti – ma l’adesione è stata tiepida rispetto alle previsioni.

Paesi come Francia, Regno Unito e Stati Uniti hanno da decenni questo tipo di agevolazioni. Noi da quattro anni. Considerato questo, il bilancio è positivo. Dico anche, però, che una grande impresa italiana, soprattutto se esporta nel mondo con successo perché ha dietro la storia e la cultura italiana, dovrebbe vergognarsi di non investire una parte del proprio bilancio in cultura. Sono stato anche tentato di pubblicare il nome delle grandi aziende che non danno alcun contributo alla cultura. Anche perché prima dicevano che mancava un incentivo fiscale. Ora abbiamo l’agevolazione più forte d’Europa.

Quota 100 contribuirà a svuotare il ministero. Siete in emergenza?

Dopo il concorso a mille posizioni di qualche anno fa, ora è in corso una selezione a 3mila posti. Utilizzeremo Ales, la società in house del ministero, per coprire le emergenze, ma il problema del turnover è stato senza dubbio aggravato da quota ioo. Occorre sia personale specializzato sía quello indispensabile per tenere aperti musei. È necessario un piano di assunzioni: una pubblica amministrazione che funziona deve avere personale giovane, dinamico.

C’è il problema delle risorse.

Vero, ma si tratta di fare delle scelte. Finora c’è stato il tabù sull’utilizzo delle risorse disponibili per assumere. In questo modo si impoverisce la Pa.

Il Governo punterà sulla cultura?

Trovo molta disponibilità. La cultura non sarà un tema marginale. Ho chiesto di andare ai Beni culturali. L’ho fatto come scelta strategica perché penso che l’investimento in cultura aiuti l’intera economia. Ci sono molte cose da fare: va esplorata tutta la parte dell’industria culturale, dell’arte contemporanea, della fotografia. Sono terreni enormi, perché la creatività italiana non è affare solo delle generazioni precedenti, ma anche di questa.

Sull’industria culturale ci sono disegni di legge in Parlamento.

Sul tema stiamo studiando la creazione al ministero di una struttura che si occupi esclusivamente di industrie culturali e creative.

Una direzione generale?

Stiamo ragionando se istituire una direzione generale o un servizio affidato a un dirigente di seconda fascia.

Che fine farà la riorganizzazione dei Beni culturali dell’ex ministro Bonisoli?

Bonisoli ha introdotto alcuni correttivi, senza però cambiare l’impianto. Ho apprezzato molto questo. Di quei correttivi alcuni resteranno, altri saranno
modificati, ma rimane una continuità. Non ci saranno controriforme delle controriforme. Anche perché se ogni ministro disfa ciò che ha fatto quello precedente, ci complichiamo solo la vita.