La lettera di Bersani a Il Messaggero ha aperto un ampio dibattito. Leggi l’intervista al segretario della CISL Raffaele Bonanni e l’analisi di Claudio Sardo pubblicate sempre sul Messaggero l’8 gennaio.

Caro direttore, 
davanti all’Italia c’è una prospettiva più fragile, più difficile e incerta rispetto a quella di paesi con i quali siamo stati fin qui in compagnia. Da anni ormai ci stiamo allontanando dalle aree più forti d’Europa e stiamo convergendo su quelle più deboli. Senza una forte correzione, il nuovo decennio aggraverà sensibilmente questo arretramento. Anche altri Paesi sviluppati hanno vissuto il trauma della globalizzazione e della crisi finanziaria ed hanno conosciuto la difficoltà di trovare strumenti efficaci per rispondere. 
Ovunque, davanti ad una novità secolare, le democrazie occidentali hanno misurato le debolezze di meccanismi di consenso che accorciano gli orizzonti al quotidiano. 
Ovunque, nei paesi sviluppati, la democrazia è dubbiosa della sua stessa efficacia, della sua capacità di affrontare le esigenze di cambiamento. 
Ovunque i cicli politici perdono di prospettiva. 
In Europa, in particolare, è sembrato che la globalizzazione non consentisse più un patto sociale costoso e inclusivo. Le forze progressiste hanno per questo pagato un prezzo elettorale. Si sono evidenziati fenomeni di spaesamento, di incertezza, di ripiegamento e sono emerse correnti di opinione difensive o apertamente regressive. In nessun caso, tuttavia, queste tendenze hanno preso il comando nei grandi Paesi europei. Quasi ovunque le destre hanno vinto dando voce ai problemi e ai timori, senza peraltro dimostrare fin qui di saper aprire la strada a soluzioni vere; e tuttavia in quegli stessi Paesi le correnti populiste e regressive sono state contenute dalle radici saldamente costituzionali delle forze conservatrici, da una statualità più credibile e riconosciuta, da una politica non screditata.
In Italia, in forme peculiari e per certi versi anticipatrici, il campo del Governo è stato occupato nell’ultimo decennio da una salda complementarietà di berlusconismo e leghismo, nati entrambi in una fase di forte discredito della politica e di cronica debolezza delle Istituzioni. Berlusconismo e leghismo hanno, ciascuno per la sua parte, suscitato una “aggressività dei moderati” che ha fatto da traino ad una cultura di delegittimazione dello Stato, di individualismo, di complicità fiscale, di corporativismo sociale e territoriale, di xenofobia. Si è annunciata la libertà in forme tali che ognuno, individuo o gruppo sociale o territorio, potesse interpretarla a modo suo. L’esperienza di governo e il potenziale di comunicazione, sono stati utilizzati per accrescere questa presa di opinione, fino a costruire una solida ideologia capace di resistere ai fatti. Si è così alimentato un consenso per adesione in virtù del quale governare significherebbe interpretare e rappresentare piuttosto che risolvere. I problemi vengono scagliati di volta in volta contro un nemico o vengono semplicemente occultati dalla retorica e dal controllo della comunicazione. 
La fatica e i rischi delle riforme vengono aggirati dalla personalizzazione; una personalizzazione che, quando è necessario, risolve allestendo miracoli e che, se non risolve, denuncia ad alta voce limitazioni, ostacoli e barriere, costituzionali o meno che siano. Il meccanismo è dunque tale da produrre decisioni minime ma a forte carica simbolica e da drammatizzare tutto ciò che riguardi direttamente il Capo. Gli interventi strutturali sono assolutamente sporadici e consentiti solo se capaci di colpire e scompaginare gli universi sociali e politici dell’altro campo. Una simile descrizione della nostra ultradecennale vicenda politica potrebbe apparire unilaterale e faziosa se non fosse confermata da un onesto bilancio dei fatti. 
Dieci anni consentono ormai una misura degli effetti reali della curvatura personalistica e populista della nostra democrazia. Veniamo dunque ai fatti, facendoci forza nel selezionare fra la miriade di dati convergenti e univoci, quelli essenziali e riassuntivi. 
Nel 2000 la quota di popolazione italiana relativamente povera, che viveva cioè con un reddito procapite al di sotto del 75% della media dei Paesi UE, era pari al 22%. Mantenendo il confronto con gli stessi Paesi oggi è al 30%
Nello stesso periodo la percentuale degli italiani relativamente ricchi, cioè con redditi al di sopra del 125% della media UE precipita dal 57 al 25%
Non c’è paragone possibile con nessun altro Paese europeo. 
Con una velocità impressionante il Sud si allontana dal Nord e il Nord si allontana dall’Europa. Nella percentuale di crescita cumulata nel decennio, siamo negli ultimissimi posti al mondo. Quanto alle attività produttive, facendo pari a 100 la produzione industriale del 2005 oggi siamo all’86 a fronte di una Germania al 98,3 e ad una media dell’area Euro al 95,4. Cumulando i dati sulla disoccupazione, sugli ammortizzatori e sullo scoraggiamento nella ricerca di lavoro si ha un quadro impressionante. Siamo al fondo delle classifiche dei Paesi OCSE per disoccupazione giovanile. Per quella femminile contendiamo in Europa l’ultimo posto a Malta. Il 50% delle ricchezze si è concentrato sul 10% della popolazione senza rapporto alcuno con la fiscalità. Avviciniamo Norvegia e Danimarca nella pressione fiscale mentre perdiamo 10 miliardi di Euro rispetto al 2007 di incassi IVA pur con un aumento dei consumi in termini nominali. Passiamo in tre anni dal 104% di debito pubblico al 118% senza aver dovuto salvare nessuna banca. Sul fronte sociale scelgo una sola classifica: quella che certifica il nostro primato nell’abbandono scolastico. Quanto al futuro, non c’è previsione che non indichi per noi uno scenario di sostanziale stagnazione con una crescita potenziale inferiore alla metà di quella dei principali Paesi europei. Non servono cifre ulteriori. E’ ovvio che l’ultimo decennio poggia su problemi antichi e precedenti a Berlusconi. E’ altrettanto ovvio che nell’ultimo decennio i problemi non hanno avuto rimedio ma si sono disastrosamente aggravati. So bene che nella realtà italiana ci sono anche le luci e non solo le ombre, ci sono le energie e le risorse e non solo i problemi. Abbiamo una straordinaria capacità di reagire alle sfide: il ciclo di riforme legate all’euro né è stata nel passato una prova. In Italia c’è una straordinaria cultura del lavoro, c’è una incredibile vitalità di gran parte delle imprese; ci sono risorse di inventiva, di innovazione e di conoscenza comunque invidiabili; c’è una ricchezza maldistribuita e comunque mobilitabile per gli investimenti; c’è un patrimonio di culture e di tradizioni da orientare alla crescita; c’è un bacino di solidarietà e di civismo capaci di prove eccezionali. La cifra italiana, infine, è ancora grandemente attrattiva nel mondo. Tutto questo c’è. Ma adesso la questione è un’altra. Se non ci convinciamo a guardare in faccia i problemi, non ne usciremo bene. La sostanza è questa. Restiamo fra i più ricchi Paesi del mondo, ma perdiamo rapidamente posizioni. Mantenere il nostro ruolo nella divisione internazionale del lavoro, dare una prospettiva di occupazione e di reddito alle nuove generazioni, preservare a standard accettabili un sistema di welfare, rappresentano ormai sfide tali da descrivere una vera e propria emergenza. Per di più, essere il grande Paese che in Europa cresce di meno e che ha il debito più alto ci espone inevitabilmente a pericolose ondate speculative. E’ realistico prevedere che nei prossimi anni il debito e il suo costo ci metteranno di fronte ad una serissima difficoltà. Torniamo adesso alla politica. Venendo ad oggi, le recenti vicende politiche e parlamentari mostrano il dissolvimento delle ultime risorse di governabilità che la destra poteva garantire. Eccoci dunque al punto. Chi riconosce l’emergenza, chi ne è davvero consapevole deve prendersi le sue responsabilità e suscitare una riscossa che mobiliti le energie e le risorse economiche, morali e civili di cui il Paese dispone. Per parte nostra, adempiamo a questo compito rivolgendoci innanzitutto alle forze dell’opposizione di centrosinistra e di centro. Riconosciamo le loro diversità, perfino nelle prospettive politiche. Ma se queste diversità prevalessero, potrebbe venirne per il Paese un altro decennio di deriva populista e di ulteriore scivolamento. Chi si oppone a Berlusconi sa che oggi bisogna guardare oltre Berlusconi. Questo guardare oltre contiene in modo ineludibile degli aspetti costituenti. Troppe sono state le deformazioni, le distorsioni; troppo prepotenti (e impotenti) le scorciatoie personalistiche; troppo lungo il sonno delle riforme. Qui non si parla semplicemente di una alternanza in un sistema che funziona. Qui si parla di una riorganizzazione della democrazia parlamentare. Qui non si parla di un semplice programma economico. Qui si parla di un nuovo patto fondamentale in campo economico e sociale su terreni fondativi come quelli della fiscalità e delle relazioni sociali. E’ questa la ragione profonda di un appello che vuole coinvolgere forze progressiste e moderate. Nessuno dovrebbe prendersi la responsabilità di negare il suo contributo ad una transizione costituente in nome di prospettive più limitate, personali o di partito. Ci sono forse altre strade? 
Davvero si può pensare di condizionare Berlusconi e la Lega? 
Davvero si può immaginare un appuntamento politico o elettorale che non proponga un bivio dirimente su fondamentali temi costituzionali? 
E non ci sarebbero forse poca logica e troppo rischio nel restringere o dividere in partenza il campo di forze che oggi si oppone alla destra? 
Discutiamo dunque di una piattaforma essenziale. 
Discutiamo di una riforma repubblicana che parli di Istituzioni, di federalismo, di legge elettorale, di informazione, di conflitti di interesse, di giustizia per i cittadini, di costi della politica, di legalità e che sia saldamente ancorata ai principi costituzionali. 
Discutiamo di questione sociale e di un grande patto per la stabilità e la crescita fatto di vere riforme: fisco, lavoro e precarietà, conoscenza, welfare, politica industriale, economia verde, liberalizzazioni, questione meridionale
Tutto questo impegnando l’Italia nel rilancio del grande sogno europeo.
E’ su una simile piattaforma che il PD sta lavorando, ed è questa la proposta che avanzerà nelle prossime settimane. A chi ci obietta che la nostra proposta politica è difficile e forse utopica nelle condizioni date, noi rispondiamo semplicemente che la politica non si fa con il calcolo delle probabilità; la politica deve avere una idea di che cosa sia meglio per il Paese e sostenerla. In ogni caso quindi, a prescindere dalle risposte che avremo, e dagli esiti che proporrà la contingenza politica, questa sarà la nostra ispirazione: una ispirazione aperta e inclusiva, perché consapevole della profondità della crisi italiana. 
Ed è proprio questa consapevolezza che ci porta a sollecitare il contributo autonomo, attivo e responsabile dei protagonisti sociali, della cultura, dell’informazione libera e di ogni autorità civica e morale. A tutti ci rivolgeremo con le nostre proposte. L’Italia non può più accettare di essere narcotizzata dal chiacchiericcio politicista e da un divario fra politica e società che accumula sfiducia e passività. 
Dobbiamo cambiare l’agenda. 
Dobbiamo parlare finalmente dell’Italia e degli Italiani. 
Dobbiamo progettare un cambiamento. 
Dobbiamo organizzare uno sforzo collettivo in cui chi ha di più dà di più. 
La nuova generazione ha bisogno di un orizzonte. Nessuno venga meno a questa responsabilità, all’impegno per una riscossa italiana.