martin shulz

Quella che ci precede è stata una settimana di passione vera in cui,tra la possibile crisi di governo – trasformatasi in crisi del PDL- e la disumana tragedia di Lampedusa, non c’è stata la possibilità di dare il giusto risalto a un’iniziativa politica destinata a cambiare profondamente la natura delle prossime elezioni europee, e di conseguenza del dibattito sul processo d’integrazione. Il partito del socialismo europeo ha dato il via il 1 ottobre al percorso che porterà alla selezione di una candidatura comune dei progressisti alla presidenza della Commissione Europea. Con questa mossa, frutto di una decisione adottata al congresso di Praga del 2009, il PSE potrebbe finalmente evolversi da semplice aggregato di partiti nazionali a soggetto politico attivo sulla scena europea. Rendere direttamente contendibile, prima all’interno del partito e poi durante le elezioni, il ruolo attualmente coperto da Barroso, segnerà un netto miglioramento nella qualità della democrazia europea. Personalmente sono felice di ricordare che, insieme a Martine Aubry ed Elio di Rupo, sostenemmo, pur senza successo, la necessità di una designazione unitaria per la guida della Commissione per le europee del 2009 già alla riunione del Consiglio del PES di Madrid nel 2008. Oggi invece ci siamo e l’opportunità di questa svolta – che costringerà probabilmente i conservatori del PPE ad individuare il loro candidato – va colta fino in fondo  dal PD. Al pari degli altri membri, siamo stati invitati a partecipare pienamente al processo di selezione, e il nostro segretario Epifani ha inviato una lettera a sostegno della candidatura di Martin Schulz capolista comune per la sfida elettorale europea del prossimo maggio. Occorre invero riconoscere che, pur non avendo aderito, dopo la nostra nascita, a nessuna famiglia politica europea, in questi anni abbiamo costruito un rapporto di stretta collaborazione con il PSE. Dario Franceschini e Piero Fassino favorirono, nel 2009, l’accordo per la creazione nel parlamento europeo dell?Alleanza dei Progressisti – Gruppo dei socialisti e democratici, permettendo così ai nostri eletti a Strasburgo di incidere concretamente nella legislatura, all’interno della seconda maggiore componente dell’assemblea. La segreteria di Pier Luigi Bersani, fortemente caratterizzata da un’agenda europea, ci ha portato a lavorare in profonda sintonia con gli altri partiti – in particolare con i socialisti francesi e i social democratici tedeschi – con l’obiettivo primario di riscoprire e rilanciare i vincoli di solidarietà europea, nel tentativo di superare le imposizioni dettate dall’austerità fine a se stessa. E con gli stessi partiti europei abbiamo costruito, grazie al lavoro di Lapo Pistelli e del dipartimento esteri, le condizioni per la nascita della Progressive Alliance, network che promuove la cooperazione fra quelle forze progressiste mondiali che non si ritrovano nei limiti (organizzativi e politici) dell’Internazionale Socialista. Last but not least è utile ricordare che Massimo D’Alema presiede dal 2009 la FEPS, fondazione culturale di riferimento del PSE. Giunti a questo punto, il nostro congresso può certamente rappresentare il momento di chiarezza, necessario considerato l’avvicinarsi delle elezioni di maggio, per decidere se e come interpretare il nostro ruolo nel progetto sempre declamato degli ?Stati Uniti d’Europa?. Allo stesso modo, potrebbe anche non esserlo. Quando leggo infatti le funeree minacce sul rifiuto di morire socialisti o democristiani, sembrerebbe quasi che in 6 anni non ci fossimo mossi di una virgola. Innanzitutto, ricorderei che siamo in tanti a non voler morire punto e basta, e che sarebbe opportuno evitare di abbandonarci a semplificazioni fuorvianti. Sono convinto che, per avere lunga vita, il nostro partito debba continuare ad essere un azionista di peso per la costruzione di una vera soggettività politica progressista su scala europea. Il nodo di fondo infatti rimane sempre lo stesso: accontentarsi di far parte di uno spazio, un perimetro, un campo da gioco in cui ognuno continua a fare la propria partita, oppure impegnarsi perché il partito di riferimento – europeo o nazionale che sia – si trasformi in un vero soggetto politico? Il percorso iniziato in questi giorni, anche grazie al nostro contributo, sta già camminando verso il secondo orizzonte. Il PSE non è un’organizzazione perfetta, e continua ad essere attraversato da profonde divergenze rispetto alla visione sul futuro dell’Europa (si guardino le posizioni del Labour o dei socialdemocratici scandinavi), ma è al suo interno che si possono trovare le alleanze più efficaci per far crescere il nostro progetto federalista di spinelliana memoria, così come dal suo interno si può favorire quella crescita in chiave progressista compatibile con il nostro DNA. Banalizzare o agire per fallo di reazione (contro un’ancora ipotetico PPE italiano) sminuisce e rischia addirittura di vanificare il lavoro svolto in questi anni. Si rischia, oltretutto, di non tradurre in un dibattito costruttivo l’attuale convergenza sul tema che si registra, pur con le dovute distinzioni, tra i candidati alla prossima segreteria. Candidati le cui posizioni in merito evidenziano la centralità acquisita dal confronto politico su scala europea all’interno della nostro partito. Per una volta non facciamo come al solito e let?s miss the opportunity to miss an opportunity. “