Dopo tanta prosopopea sulla difesa della vita il governo cala la maschera e cestina i progetti di vita di tanti disabili: a quale vita possono aspirare coloro a cui viene tolto l’assegno di 260 euro mensili trattati come usurpatori che si arricchiscono alle spalle della comunità? E quale progetto di vita possono avere quei disabili e le loro famiglie abbandonati da un Governo che attraverso i c.d. tagli lineari arretra rispetto ad un welfare che ci sembrava già tanto deficitario? Abbiano il coraggio di ammettere che con la scusa della crisi invece di colpire chi quella crisi ha contribuito a generarla (con le finanziarizzazione dell’economia e le logiche speculative) si vogliono colpire i soggetti più deboli e le loro famiglie considerati come un mero costo. Ecco che l’attacco agli invalidi costituisce un banco di prova per la nostra tenuta sociale: credo che il Governo voglia testare il grado di reazione di solidarietà che si scatenerà per capire se i disabili e le loro famiglie sono soggetti che si possono dividere dalle altre famiglie e quindi colpire impunemente in una lotta tra poveri in cui chi la “scampa” al limite è dispiaciuto per chi è rimasto sotto la ghigliottina. Ma c’è di più: questo è un Governo che si rifiuta di gestire in modo mirato un altro fenomeno che è quello della non autosufficienza. Sempre più persone, con il costante allungamento della vita, si trovano a vivere una fase di declino della propria autonomia che ha caratteristiche simili ma non sovrapponibili alla disabilità e che necessitano soprattutto di risposte diverse, mentre ad oggi si è creata una commistione che rende meno trasparenti i veri dati sulla disabilità. L’invecchiamento della popolazione è un altro fenomeno da gestire con responsabilità e concretezza, senza pensare di rinviare l’individuazione di politiche congrue. L’obiettivo vero, nemmeno troppo nascosto, è invece quello di ridimensionare il welfare ed utilizzare ancora di più le famiglie come ammortizzatore sociale sempre più sole dal momento che i tagli agli EELL andranno a colpire la rete dei servizi ai quali le famiglie si rivolgono. Anche la sanatoria delle badanti non può essere considerata una questione conclusa: stiamo parlando di una soluzione temporanea e molto onerosa che risolve alcuni problemi ma ne crea altri, ad es. trasformando le famiglie in luogo di integrazione con tutte le difficoltà del caso, ma soprattutto privando del loro progetto di vita le donne che per bisogno scelgono questo lavoro. questo è un fenomeno che se non affiancato da politiche pubbliche e non monitorato attentamente rischia di diventare un nuovo fattore di criticità in tempi rapidi. Ma il vero problema è che sono scomparse dall’agenda del centrodestra le politiche di inclusione per i disabili ridotti, se va bene, ad oggetto delle politiche sociali, non sono più considerati come cittadini che vogliono poter sviluppare il loro progetto di vita: il taglio operato con le ultime finanziarie al sostegno scolastico, i tagli agli EELL che rendono difficile garantire dalla assistenza socio educativa a scuola fino ad altre misure e politiche di integrazione sociale, l’assenza di politiche tese a favorire una vita sociale e lavorativa (quali possibilità di inserimento lavorativo residuano se si prevede il blocco delle assunzioni da parte enti pubblici? ) ci prospettano una Italia che abbandona al loro destino i soggetti più deboli. Tutto questo è per noi inaccettabile: siamo disposti a ripensare un welfare più moderno, efficiente ed efficace ma che sostiene le persone e le famiglie attraverso una rete di servizi integrata e sviluppata anche con la partecipazione del terzo settore. Per far questo le risorse ci sono: si tratta solo di operare delle scelte chiare tese a migliorare la qualità della vita di tutti i nostri cittadini a cominciare da quegli uomini e quelle donne che stanno peggio e che non possono affrontare da soli le difficoltà della vita. Per noi celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia è anche questo: leggere il percorso di crescita e cambiamento sociale, demografico e democratico del nostro Paese per definire il tipo di Paese che vogliamo costruire nei prossimi 150 anni. Insieme non solo da nord a sud, ma anche dai più fortunati ai più sfortunati, convinti del fatto che la qualità della vita sia uno dei temi su cui si misurerà il nostro livello di sviluppo.