Schiaffi, pugni, calci. Dovevano essere angeli custodi, erano carcerieri violenti. Abbiamo visitato, con una delegazione di parlamentari ed esponenti locali del PD, gli Istituti Polesani, la struttura sanitaria, sita a Ficarolo, comune in provincia di Rovigo. Dove, nei giorni scorsi, sono emersi episodi di maltrattamenti e violenze a carico dei pazienti. Devo dire che le immagini riprese dalle telecamere nascoste, dalle forze dell’ordine, mi hanno creato un’angoscia incredibile. Pensavo che quelle immagini avessero provocato in me il massimo del disgusto e che visitare quella struttura, avrebbe potuto soltanto alleviare lo sdegno. Non è stato così. 
Le immagini in bianco e nero con gli “animali” che picchiano persone indifese, danno un contorno preciso ad un gesto abominevole. Tuttavia, lo sgomento che genera, quello che può accadere tra quelle mura, aldilà di quelle sbarre, di comportamenti che si possono solo immaginare, ma non scolpire, è ancora più angosciante. Ad ogni porta che chiudevamo alle nostre spalle, negli occhi di quelle donne e quegli uomini, chiusi lì anche da cinquant’anni, si poteva leggere il nulla, ma si poteva immaginare di tutto. Intere vite passate in quel posto. Entrati teneri ragazzini, invecchiati teneramente in quella struttura a forma di ferro di cavallo. 
Sul cortile si affacciano decine di finestre sbarrate, l’Ucciardone credo sia stato pensato allo stesso modo. In cortile, un campo di calcetto, l’erba alta e incolta. Quando erano giovani, gli ospiti di quella struttura frequentavano quel campetto per disordinate partite al pallone. Il campo è sempre lì, ma gli ospiti non sono più ragazzini e quel campo oggi è inutilizzato e abbandonato. 
Mi viene in mente la mia casa di quando ero bambino, quella dove ho giocato e sono cresciuto. Un condominio abitato da giovani coppie, come mio padre e mia madre e tanti ragazzini che avevano uno spazio per giocare. Le coppie non sono più giovani, i ragazzini sono diventati adulti e sono andati via da casa. E al posto di quello spazio in cui correvamo dietro a un pallone c’è un parcheggio. La sensazione che provo quando vado a trovare i miei genitori e mi affaccio su quel parcheggio è la stessa che ho provato guardando quel campo. In quella struttura hanno abitato, ammassate, fino a 1000 persone. 
Nei “tempi d’oro” prima dell’approvazione della legge Basaglia. Le raccattavano in tutta Italia, tutti i casi più gravi. Poco di socialmente utile, tanto di economicamente vantaggioso. Attualmente gli ospiti di questa struttura sono circa 300. Prima di questa visita, pensavo che in Italia i manicomi non esistessero più. Invece mi è sembrato di salire su una macchina del tempo. Quella struttura mi ha fatto tornare indietro negli anni. Intendiamoci, le pareti erano tinteggiate, i bagni erano puliti, le carrozzelle un po’ antiquate, ma funzionanti, idem i letti. Alcuni ambienti erano decorati come le scuole materne, ed erano frequentate da ultra cinquantenni. Come un adulto su una giostra per bambini al parco giochi, con le lunghe gambe che è impossibile farcele stare dentro. Tutto era a posto da questo punto di vista. 
C’era pure il laboratorio artigianale, dove i pazienti a più alta funzionalità modellavano vasetti, o realizzavano lavori all’uncinetto. 
A seguire il lavoro un’operatrice, una signora ultra sessantenne, di buona volontà, cresciuta con loro e con un livello di confidenza tipico di persone che hanno passato una vita insieme. Ma producevano come fossero polli da batteria. Uova, uova, uova. Vasetti, vasetti, vasetti. E su quei letti lucidi, sdraiati signori nudi coperti solo da lenzuola candide. 
E nel corridoio, un tavolo dove anziani e diciottenni, appena entrati in quella comunità, e destinati a passarci l’intera esistenza, giocavano a carte. 
Ma che diavolo di vita è questa? Anche al netto delle torture e dei maltrattamenti. Mi rifiuto di pensare che quelle persone, non possano dare alla collettività, di più di quello che danno, restando chiuse in quell’allevamento organizzato dallo stato. Uno stato civile dovrebbe impedire l’esistenza di strutture come queste e invece le accredita e le finanzia. Con una quota per ogni paziente ospitato. I dipendenti sono circa 200. Psicologi, amministrativi, infermieri, portieri, personale delle pulizie. Tutti fanno tutto. Sono saltate le specializzazioni, sono saltati i ruoli. 
Ognuno può indifferentemente pulire i bagni, come seguire i pazienti, stare in portineria, come realizzare piani terapeutici. Ci saranno sicuramente grandi professionalità là in mezzo, persone che hanno studiato per svolgere quel mestiere difficile e che hanno amato il proprio lavoro. Mestieri che possono generare grandi soddisfazioni, ma anche inquietanti frustrazioni. 
Facilmente tutto sfocia nell’assuefazione, nell’abitudine a seguire persone che si spengono lentamente, che niente danno, perché niente gli viene chiesto di dare. Scompare perfino la compassione, o diventa un fatto umorale estemporaneo. 
E quando si smette di generare stimoli, quando prevale l’assuefazione, le persone diventano oggetti e dargli un ceffone non ti provoca nessun rimorso. Strappargli i capelli ti provoca quella esaltazione, che annulla la noia e la frustrazione. Quella struttura è per Ficarolo, un comune di circa duemilacinquecento anime, come era la Fiat per Termini Imerese. 
L’ottanta percento dei dipendenti è nato e cresciuto in quel comune. Ha frequentato le stanze degli istituti Polesani, come ha frequentato la scuola del paese, ha respirato l’aria dell’ospedale, come quella del fiume Po. Un paese di predestinati ad occuparsi di cura alla persona. Normale che se va in crisi l’istituto, va in crisi l’economia del comune. Normale che si destabilizza la vita sociale. Normale che si difende il lavoro, la comunità. Normale anche che gran parte delle persone arrestate per maltrattamenti siano figli di quel comune. Un vicino di casa così socievole, così tranquillo. 
Non si poteva mai immaginare potessero essere attori protagonisti di un film così brutto, trasmesso da quelle telecamere nascoste. Tuttavia, in nome della quiete economica, sociale, di una onesta collettività, di un grazioso comune veneto, al confine con l’Emilia Romagna, non si può far finta di nulla. D’altronde gli ospiti degli Istituti Polesiani, pur provenendo da tutte le regioni d’Italia, sono ormai, volenti o nolenti, cittadini di Ficarolo. Anche se non hanno mai visto la chiesa, la piazza del paese, sono figli di quella comunità. Alcuni, i meno gravi, dormono in istituto, ma vivono la loro giornata in paese. Meritano lo stesso rispetto e la stessa considerazione dei loro concittadini. 
Per quel che riguarda il PD, per coloro che hanno fatto parte di quella delegazione, avremo pure smesso di incrociare quegli sguardi, avremo pure visto chiudere quelle porte alle nostre spalle, ma non smetteremo mai di occuparci di loro, fin quando non sarà fatta chiarezza su questa triste vicenda e fino a quando non avremo gli avremo restituito il diritto ad una vita dignitosa.