Di innovazione ha bisogno un’altra sfera decisiva nella vita di un Paese e di ogni suo cittadino: quella della giustizia, della legalità. Da troppi anni, in Italia, il confronto e lo scontro sulla giustizia riguardano esclusivamente i rapporti tra la politica e la magistratura. Su questo tema il Presidente Napolitano ha pronunciato giovedì scorso, davanti al plenum del Csm, parole chiare e dal nostro punto di vista conclusive. Vorrei tuttavia che, in materia di etica pubblica e di moralità politica, noi fossimo capaci di essere più severi con noi stessi di qualunque legge e qualunque magistrato. Il Partito Democratico non può disporre per altri partiti. Ma per se stesso, sia attraverso il codice etico, sia attraverso norme statutarie relative ai comportamenti di suoi iscritti eletti nelle istituzioni, il partito stabilisce indicazioni rigorose in particolare sulla qualità delle nomine di cui i suoi rappresentanti dispongono. Codici di comportamento e regole deontologiche lasciano il tempo che trovano, osserveranno gli scettici. Non è vero: i cittadini sono sensibili all’onestà in politica e, se l’onestà diventa un vantaggio competitivo, anche gli altri partiti seguiranno l’esempio del nostro. In ogni caso, noi proporremo norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica. Per ognuna di esse, dovranno essere predeterminati e resi pubblici criteri di scelta fondati sulle competenze; attivate procedure di sollecitazione pubblica delle candidature; infine, pubblicato lo stato e gli esiti delle procedure di selezione. Noi proporremo anche di introdurre nel nostro ordinamento il principio della non candidabilità al Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi come quelli connessi alla mafia e alla camorra, alle varie forme di criminalità organizzata, o per corruzione o concussione. Ma la vera emergenza giustizia, quella che l’opinione pubblica avverte come tale, perché ha effetti devastanti sia sulla sicurezza dei cittadini che sullo sviluppo economico del Paese, è quella dei tempi del processo, sia penale che civile, che vedono l’Italia agli ultimi posti in Europa e nel confronto coi Paesi avanzati di tutto il mondo. Il nostro undicesimo grande obiettivo programmatico è allora ridurre sensibilmente questi tempi, portandoli entro la legislatura a livelli europei. Noi porteremo a compimento le riforme avviate negli scorsi anni, come la razionalizzazione e l’accelerazione del processo civile e di quello penale. Ma adotteremo anche provvedimenti amministrativi che possono essere presi immediatamente, per accrescere l’efficienza del sistema giudiziario italiano. Penso ad esempio alla gestione manageriale degli Uffici giudiziari, anche prevedendo la figure del manager dell’Ufficio Giudiziario, un magistrato appositamente formato per l’assolvimento di questo compito. Penso alla realizzazione del processo telematico, per eliminare gli infiniti iter cartacei. O ancora alla modifica dei contratti tra avvocati e clienti, attualmente basati sulla durata del processo, verso forme basate su premi alla rapidità. C’è poi il nodo delle intercettazioni telefoniche, informatiche e telematiche. E’ uno strumento essenziale al fine di contrastare la criminalità organizzata e assicurare alla giustizia chi compie i delitti di maggiore allarme sociale, quali la pedofilia e la corruzione. Si tratta di conciliare queste finalità con i diritti fondamentali, come quello all’informazione e quelli alla riservatezza e alla tutela della persona. In parole semplici: ai magistrati deve essere garantita la massima libertà, ai cittadini la massima tutela. Il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misura cautelare fino al termine dell’udienza preliminare, e delle indagini, serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali. E’ necessario individuare nel Pubblico Ministero il responsabile della custodia degli atti, ridurre drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinare sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali, per renderle tali da essere un’efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati.