Mettere in campo un partito moderno, popolare e costituzionale in grado di assicurare radicamento nella società contemporanea facendo leva su uno spirito “comune/unitario” significa anche tornare a interrogarsi sulle prospettive d’integrazione europea partendo dalla constatazione che l’Unione europea non è ancora riuscita a penetrare nella sensibilità e nella cultura delle cittadine e dei cittadini europei. Non fa conto qui parlare dell’euroscetticismo delle destre, inteso più come la predilezione per il mercato e per la pratica intergovernativa più che per quella comunitaria. Dubbi e domande si affacciano anche nel campo del centrosinistra, lasciando spazio a un europeismo che sta altrove e non già in “casa propria”, o “parte della propria casa”. Penso che sia proprio da qui che il Partito democratico deve partire per dare segnali robusti e chiarissimi di rinnovamento adeguato ai tempi che viviamo. E’ tempo, infatti, di mettere al centro i grandi temi, le grandi sfide; di parlare di futuro, di ripristinare idealità. Il processo d’integrazione europea esprime proprio questo misto d’interessi immediati e d’idealità, che per tradursi nella quotidianità dell’azione politica ha bisogno di consapevolezza, cooperazione e integrazione continua, perché, oggi più che mai è da questo che dipende la credibilità di un’alternativa politica. Tutto ciò mi porta a riflettere sulla necessità non più rinviabile di allargare gli orizzonti nazionali per collegare difesa dei territori, comunità, tradizioni a un nuovo rilancio del progetto dell’Unione politica, per offrire quel “valore aggiunto” capace di rispondere al bisogno di protezione, in particolare dei piccoli, contro una globalizzazione che genera insicurezze e favorisce i grandi. La sfida è riuscire a incorporare la diffusa domanda di “comunità” all’interno di un progetto di modernizzazione. Prospettiva assolutamente necessaria in un Paese sempre più ripiegato su se stesso e dove mancano alla prova quasi tutti gli attori, e il mondo intellettuale fra essi. Incorporare, quindi, la diffusa domanda di “più comunità” all’interno di un ampio progetto riformatore capace di congiungere il livello locale con quello europeo, sembra essere la necessità per ridefinire il profilo del nostro domani, del nostro stare in un mondo sempre più unito e complesso. Un mondo nel quale il nuovo multilateralismo non può più essere inteso soltanto come procedura istituzionale, ma va visto anche come insieme politico che dia senso e valore all’interesse comune europeo. C’è urgente bisogno di una convergenza/integrazione politica sovranazionale capace di coesione, solidarietà e responsabilità comune. Bisogna perciò guardare di più all’Europa in termini di riforme, alleanze politiche e culturali per dare segnali robusti e chiarissimi di rinnovamento. Si tratta di un cambiamento profondo sia in termini di strategia che di mentalità. Questo è ancora più vero se guardiamo al nostro modo di stare e vivere l’Europa. Infatti, con il Trattato di Lisbona sono state introdotte significative innovazioni in particolare sulla partecipazione, autonoma dai governi, dei parlamenti nazionali nel processo decisionale europeo. Ciò comporta almeno per il nostro Paese degli adeguamenti legislativi e regolamentari in una logica di sistema. Quel che a me sembra, con l’inevitabile arbitrio, è che i problemi si vanno raggruppando attorno a tre nodi: crisi economica e Stato sociale, unità nazionale e federalismo, elettoralismo e funzione dei partiti. Non possiamo lasciare che ciascuna coppia tematica si presenti come dilemma paralizzante. Non possiamo lasciare che i principi costitutivi e di valore di ciascun termine della coppia entrino in rotta di collisione con quello dell’altro termine: ciascuna tematizzazione ha una sua ragione d’essere. La contrapposizione tra principio d’integrazione e principio di aggregazione può essere evitata, dislocando ciascun principio su livelli e quindi su problemi diversi: sullo scenario europeo si comprende meglio il senso di questa possibilità. Parallelamente si capisce anche il senso di tutti gli sforzi tesi a collegare e integrare soggetti nazionali di rappresentanza sociale, politica e istituzionale (sindacati, partiti, regioni e parlamenti nazionali). Si tratta di produrre le potenze atte a far politica ai livelli esclusivi in cui, ora, si pongono tante possibilità di scelta. E se la politica è arte combinatoria, dobbiamo avere un pensiero delle combinazioni possibili. Tutto questo deve essere fatto recuperando dimensioni di tempo e di spazio per ritrovare una sintonia tra politica e vita. In questo quadro la cosa che più preme segnalare è l’aspetto di sistema, che riclassifica la modalità di rapporto del Parlamento con l’Unione europea. In particolare penso che il Senato delle Regioni debba contemplare anche l’Unione europea. Penso si tratti del luogo naturale per una più efficace sintonizzazione del territorio con il processo sovranazionale. Perché il punto è proprio qui, dare peso all’Unione europea nella difesa di territori, comunità, tradizioni. In un’Unione europea di 27 Stati membri e quasi mezzo miliardo di abitanti, e in un mondo sempre più complesso, non si può più pensare che siano i soli governi a difendere gli interessi nazionali. D’altronde il principio della “democrazia partecipata” introdotto nel Trattato di Lisbona come segno e spia di un malessere democratico europeo non avrebbe senso se rimanessimo fermi al solito “giochino” della competizione tra meccanismi intergovernativi e meccanismi comunitari. C’è da chiedersi perciò se lo svuotamento della funzione legislativa del nostro Parlamento non sia legato anche al fatto che, ormai, buona parte della legislazione interna proviene dall’Unione, da noi ancora vista ed organizzata in un’ottica emergenziale che ritarda la consapevolezza, nei politici e nelle amministrazioni pubbliche, che la politica europea non è più un corpo estraneo alla politica interna. Persiste, infatti, nel nostro Paese un profilo politico-amministrativo non ben definito, che costituisce un handicap democratico non indifferente, in particolare nell’attuale fase d’insicurezze, incertezze, e di restrizione dei margini di partecipazione ai processi decisionali. La chiave di volta sta proprio nel rendersi conto che dare autonomia alla politica europea è ora una caratteristica significativamente correlata con la performance politico-parlamentare. Indagando il senso profondo di quest’affermazione, posso limitarmi a dire che il ruolo di codecisione del Parlamento europeo si prospetta ormai come condizione di efficacia del sistema, perché il puro confronto diretto tra Stati, com’è nel Consiglio, perde efficacia rapidamente di fronte all’aumentare del numero dei membri (27) e dunque di veti incrociati e diplomatici rinvii. E’ stupefacente, a questo proposito, constare che nei settori dove si agisce in codecisione fra Parlamento e Consiglio i processi decisionali sono nettamente più rapidi rispetto a quei settori nei quali il Parlamento ha solo potere consultivo. Per questo c’è bisogno di un lavoro di squadra capace di rompere con le posizioni di rendita e le gelosie di ???gruppo” o di “sotto gruppi”, rivelatori di debolezza più che di forza. Per questo c’è veramente bisogno di un impegno congiunto dei Gruppi parlamentari e del Partito nel rinnovare le forme e i livelli concreti per implementare la cooperazione istituzionale e politica; per questo occorre individuare le risorse umane idonee e funzionali allo scopo, perché da qui può partire una selezione convergente di politici credibili e impegnati a far progredire il territorio, l’Italia e il processo d’integrazione europea.”