Poche osservazioni schematiche sui punti rilevanti. Il Partito: Il PD non ha ancora una credibile struttura di partito. Il peso delle correnti e dei notabili sclerotizza il partito e condiziona politiche e scelte a tutti i livelli. In molti casi il Partito è balcanizzato e si presenta inagibile per chi volesse impegnarsi in politica. La proposta di Bersani di costruire gli organismi garantendo una adeguata rappresentanza dal basso è quindi da condividere. Un partito federale non può che dotarsi di una organizzazione basata sul principio di sussidiarietà: autonomia in sede periferica, ma poteri di indirizzo, controllo e sostitutivi al centro. Le correnti non possono diventare strumento di autotutela e condizionamento da parte di ceto politico e notabili. Il tesseramento va riorganizzato e reso stabile: bisogna evitare la “compravendita” di tessere che pure si è verificata in passato in non pochi casi. Le primarie non sembrano lo strumento adatto per decidere le cariche di partito: se si stabilisce che chiunque può votare per il segretario di circolo o quello provinciale, regionale, ecc., tanto vale chiudere il partito che risulterebbe delegittimato, e anche in balia di eventuali manovre dall’esterno. A mio avviso lo stesso criterio deve valere per il segretario nazionale. Per la candidatura a Presidente del Consiglio in un contesto di coalizione le primarie possono invece essere utili, così come per tutte le cariche elettive. I costi della politica: Tutti diciamo che bisogna resistere all’ondata di antipolitica, ma poi la subiamo e la pratichiamo. E’ probabile che in Italia vi siano troppo politici di professione; ciò dipende dal bicameralismo perfetto, e dalle molteplicità dei livelli di governo sul territorio. Prima di inventarsi tagli più o meno stravaganti è bene intervenire su alcune direttrici razionali; a) eliminazione delle province come ente di natura politica; b) creazione di strutture policentriche al posto dei Comuni polverizzati di ora: da 8000 dovrebbero calare a non più di 3000: c) riduzione del numero dei Parlamentari ( il dimezzamento è eccessivo). Un numero accettabile potrebbe essere 450-500. Ma non dimentichiamo che la Gran Bretagna ( stessa popolazione) ha più deputati di noi; d) riduzione del numero di consiglieri regionali, e fissazione dei loro trattamenti economici complessivi a livello inferiore a quello del Parlamento nazionale. L’aumento (giusto) delle retribuzioni dei sindaci sotto i 30.000 abitanti va collegata alla riduzione del numero dei Comuni. Togliere il vitalizio a livello dei parlamentari nazionali mi sembra un errore grave, chi fa politica deve essere garantito per il dopo: non è una pensione, è uno strumento di garanzia e di libertà da condizionamenti esterni. Quanto ai rimborsi elettorali è bene fare riferimento a quello che avviene in Europa , ma se si fa affidamento sul finanziamento pubblico ( come è giusto) va vietato ( limitato molto) quello privato cui invece si è creato maggiore spazio. Il problema di fondo comunque è un altro: in Italia siamo passati da un sistema politico basato sui partiti ad un altro in cui è ( o dovrebbe essere) centrale il singolo uomo politico, secondo una torsione individualista tipica del nostro tempo. Ciò ha comportato attribuire a ogni singolo deputato, consigliere regionale, ecc., una dotazione di fondi personale, mentre in passato i fondi venivano concentrati solo nei gruppi parlamentari. Si tratta si una evoluzione (?) del sistema politico italiano verso altri modelli. Se si vuole affrontare razionalmente la questione dei costi della politica bisogna prima chiarirsi sul modello di riferimento. Oggi sembra che l’opinione pubblica non accetti una situazione per cui ogni singolo uomo politico appaia titolare non solo di uno stipendio ( non eccessivo) ma di un autonomo potere economico e di spesa. La legge elettorale: L’Italia è da sempre un paese bipolare ( come sono del resto sono tutti i paesi). Il fatto che in passato non vi sia stata alternanza al governo dipende (esclusivamente) dalla situazione di politica bloccata che a caratterizzato il Paese per molti decenni. E’ opportuno liberare subito il campo da questa questione che confonde e mistifica il dibattito. Il bipolarismo non dipende dalla legge elettorale che tuttavia gli da forma. Non si può accettare un proporzionale puro ( che ha resistito tanti anni perché non potevano escludere dal parlamento, repubblicani, liberali e socialdemocratici). Ma uno sbarramento effettivo del 5-7% può evitare la frammentazione partitica anche in un contesto proporzionale. La stabilità dei governi e la divisione in due poli ( destra-sinistra) dipende da altre norme, e assetti istituzionali. Il difetto principale del porcellum non è la nomina dei deputati: se tutti candidati venissero sottoposti a primarie non vi sarebbe problema; bensì il fatto che in virtù del premio di maggioranza, esso costringe ad alleanze fortemente condizionate dalle posizioni estreme di cui non si può fare a meno. Ma questo era anche il limite del mattarellum: ricordiamoci i collegi sicuri attribuiti a esponenti di movimenti minoritari, partecipi alle alleanze. I sistemi alternativi accettabili sono sostanzialmente due: il doppio turno dei collegio e il proporzionale di collegio con soglia di sbarramento ( sistema francese e tedesco). Questi due sistemi sono ambedue caratterizzati dal fatto che gli elettori non votano ( subito) per il governo: anche nel doppio turno francese infatti al primo turno si vota per il partito e solo al secondo per il governo. Un eventuale sistema di tipo tedesco, per funzionare bene in Italia avrebbe comunque bisogno di due integrazioni: la sfiducia costruttiva, e la previsione che salvo casi eccezionali è il leader del partito di maggioranza all’interno di una coalizione a diventare primo ministro. Personalmente non mi allontanerei da uno di questi due sistemi. Il punto di fondo per un sistema elettorale adeguato ad un paese ad alta corruzione e ad alta presenza mafiosa nei territori è tuttavia un altro: non bisogna prevedere sistemi col voto di preferenza. Le preferenze fanno lievitare i costi della politica ( v. quanto costa essere eletti consiglieri regionali, o deputati europei) e sono una primaria fonte di corruzione come dimostra l’esperienza della prima repubblica. Del resto in tutto il mondo le preferenze esistono solo in Italia e in Giappone ( paese in cui la politica è fortemente corrotta). Un sistema con le preferenze inoltre è in contrasto con l’idea di partito che vogliamo costruire: la necessità di ottenere preferenze, infatti , fa sì che chi vuole fare politica organizza sin dall’inizio ( consigliere di circoscrizione, o comunale) una rete dei relazioni personale che lo trasforma in un signore delle tessere o in un boss locale con ampie capacità di condizionamento e ricatto. Inoltre la preferenza impedisce ( o rende più difficile) che nella selezione dei rappresentanti del popolo ci si possa orientare verso caratteristiche di competenza, cultura , ecc., che non sempre vanno di pari passo con la capacità di prendere voti. Quindi per la scelta dei candidati: primarie + collegio nominale, o anche primarie + lista bloccata ( preferibilmente in collegi piccoli: v. Spagna), e mai preferenze. Personalmente non sono contrario a referendum sulla legge elettorale, anche se quello Passigli ci darebbe un sistema basato sulle preferenze, ma una volta abolito o corretto il porcellum, deve essere chiaro che il risultato ottenuto non è quello definitivo, anche se tornassimo al mattarellum che ha mostrato limiti evidenti. Ma soprattutto bisogna superare l’equivoco derivante dalla contrapposizione artificiale tra proporzionalisti e bipolaristi: non è questo il punto. Un buon sistema deve essere rappresentativo ( e quindi primarie per i candidati), poco costoso ( e quindi niente preferenze), e fornire governi stabili e quindi evitare che la guida del governo vada pressoché automaticamente al partito ( di solito più piccolo) maggiormente collocato verso il centro.