La Direzione di oggi era convocata sostanzialmente per adempimenti relativi al nostro Congresso. Di questo ci occuperemo, anche se il tema centrale finirà per essere un altro: la questione politica e la questione istituzionale aperta di fronte al nostro Paese. Credo che sia più semplice oggi fare una discussione su questo fronte politico istituzionale perché nella giornata di ieri è stato definitivamente concluso da parte della commissione il lavoro sulle regole e sul percorso congressuale. Noi ci presentiamo qui alla Direzione con un testo condiviso. Anche chi avesse qualche punto di riserva ha preso l’impegno a sostenere il risultato del lavoro della commissione. Quindi dopo la quasi intesa di luglio e quella della notte prima dell’Assemblea nazionale oggi siamo alla conclusione di questo percorso. Dopo la mia relazione, Stefano Bonaccini illustrerà i punti del regolamento, i quali muovono dal raccordo necessario tra le linee del documento politico approvato dall’Assemblea nazionale della settimana scorsa e l’invarianza dello statuto che si è resa necessaria per le vicende della nostra Assemblea. Credo che dentro questa impostazione e anche nella discussione di oggi troveremo anche la modalità per risolvere in maniera corretta il problema del rapporto tra il candidato segretario e il candidato alla leadership per la guida del Paese. Ringrazio dunque la commissione che si è presa un compito difficile: perché è facile approvare delle regole quando si è d’accordo sulle regole e sulla politica, ma diventa più difficile trovare un’intesa quando spesso opinioni ed esigenze politiche divergono. Non condivido il ragionamento in base al quale parliamo troppo di regole. È vero, noi abbiamo perso troppo tempo sulle regole. Ma vorrei ricordare a tutti che le regole sono il fondamento della democrazia, la quale si sostanzia nelle regole che la definiscono, e questo vale sia per le assemblee elettive sia per le istituzioni, vale anche per la vita interna dei partiti e per l’idea di partito. Personalmente sono soddisfatto per il partito che il congresso si possa tenere entro l’anno e che si svolga a partire dal basso con i congressi di circolo e delle federazioni provinciali. Certo, avrebbe aiutato di più un minor carico di sospetti e una maggiore fiducia nelle intenzioni dichiarate. Ma con il voto di oggi partirà la fase congressuale vera e propria e portiamo tutti la responsabilità di fare del congresso l’occasione che il partito parli al paese del suo progetto per la rinascita dell’Italia e affronti anche il tema dell’idea e della forma del nostro partito. Il tema di oggi, quello prevalente, riguarda la situazione politica e istituzionale. Inutile da parte mia sottolineare la gravità estrema a cui siamo arrivati. Penso di fare mie, nostre, le parole del presidente della Repubblica, quando ha definito inquietanti le decisioni e le scelte fatte dagli esponenti del centrodestra. E nel momento in cui questo aggettivo viene usato non solo dalla più alta magistratura dello Stato, ma soprattutto da un uomo misurato nei toni e nelle espressioni, attento all’uso delle parole, è evidente che siamo andati oltre il segno. Voglio anche qui ripetere, e non per retorica o necessità astratta, il sostegno mio e di tutto il partito al ruolo difficile e delicato che Giorgio Napolitano sta svolgendo in questa fase della vita del Paese. E lo voglio fare perché dobbiamo avere coscienza di come non sia facile la sua posizione tanto più di fronte a quegli attacchi volgari, violenti e immotivati che nelle ultime ore si sono registrati contro la sua funzione, la sua figura ed il suo ruolo. Le decisioni prese in quell’assemblea del Pdl o Fi aprono due evidenti vulnus nella vita del paese. Il primo riguarda la vita e la centralità del Parlamento. Nel momento in cui si formalizzano in questo modo improprio le dimissioni collettive di parlamentari è chiaro che si apre immediatamente una prospettiva che pone l’accento ed è un attacco fortissimo alla centralità e alla funzione del Parlamento, a quello che rappresenta e alle prerogative e alle libertà individuali dei parlamentari. Su un altro versante il vulnus riguarda il Quirinale. È evidente, lo ha notato il capo dello Stato ed è assolutamente corretto, che anche in questo modo si può vedere una pressione indebita su prerogative facoltà e poteri che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica. Il centrodestra, se avesse voluto stare alle regole, alle istituzioni, alla costituzione, avrebbe avuto una via maestra da seguire: richiedere una discussione in Parlamento e misurarsi con il voto del Parlamento. Ha seguito un’altra strada, che porta direttamente alla messa in discussione del ruolo delle istituzioni. D’altra parte mi sono anche convinto che l’idea di pacificazione che il centrodestra e Berlusconi hanno sempre avuto rispetto al conteneva in potenza questo esito. La pacificazione non era intesa come pure si poteva intendere nel senso di favorire un rasserenamento del confronto politico. In quella pacificazione c’era evidente l’uso dell’alleanza di governo come tentativo di condizionare l’autonomia e le funzioni e i poteri e degli ordini dello Stato. Aggrava la situazione che si è prodotta anche il contesto temporale: mentre a Roma avveniva questo, il nostro capo del governo stava parlando dell’Italia e del suo ruolo all’Onu o agli investitori internazionali. Enrico Letta ha parlato di umiliazione dell’Italia e io aggiungerei che è anche un tradimento dell’Italia, un colpo alle spalle all’Italia che lavora e si sacrifica, all’Italia che ha pagato e sta pagando i morsi di una crisi senza fine. A quella parte dell’Italia che non si rassegna né al proprio declino né alla propria decadenza. Nello stesso tempo, ciò che è accaduto è anche l’epilogo di una vicenda in cui via, via il partito personale s’identifica con il proprio leader fino a condividerne tutte le vicende, anche quelle personali che riguardano Silvio Berlusconi e il rapporto con le sentenza e con la magistratura. In Europa, in una democrazia normale non potrebbe accadere da nessuna parte nulla di simile. Ho detto che è un colpo alla schiena all’Italia, perché noi stiamo vivendo la crisi nel suo passaggio cruciale e per molti verso più complesso, perché è vero, e lo dicono tutti, che noi siamo alla fine della caduta, del precipitare di tutti gli indicatori. Ma abbiamo anche di fronte a noi la prospettiva di una ripresa bassa e quasi piatta per i prossimi due o tre anni. L’evoluzione della crisi, lasciata a se stessa, non porta ad un superamento in grado di produrre nuova occupazione, ma a un qualcosa che assomiglia ad una stagnazione dopo anni di caduta e di precipizio. E una irresponsabilità come quella del Pdl in questo momento può provocare anche un rialzo dei differenziali degli spread tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi. Un’eventualità di questi tipo, oltre che aggravare la nostra situazione del costo del deficit, avrebbe immediatamente un aggravio evidente sulla situazione dei nostri istituti di credito, stretti tra crediti in sofferenza che stanno crescendo e sottopatrimonializzazione, che l’aumento degli spread porterebbe addirittura alle stelle. Per dirla con chiarezza, si sta scherzando con il fuoco con una situazione che può sfuggire dal controllo e può riportarci indietro e in difficoltà. Come se non bastasse questo dato, a complicare la nostra situazione c’è il numero delle crisi industriali e dei problemi produttivi, di quelli di cui abbiamo parlato a partire dal ruolo e dalle funzioni di Finmeccanica per arrivare a tutta la crisi della filiera della siderurgia, dove non riusciamo a venire a capo di un complesso rapporto tra scelte della magistratura, questioni ambientali, prospettive proprietari e strumenti straordinari, una situazione che può mettere in discussione un giorno dietro l’altro tutti i principali siti dei nostri centri siderurgici. Per arrivare alle due vicende di queste ore, il caso di Telecom e il caso Alitalia. Su questi temi voglio spendere solo qualche parola. Ho ascoltato e letto molte cose che riguardano errori, responsabilità, storie che abbiamo alle spalle delle vicende delle due aziende. Non voglio aggiungere nulla a quanto è stato detto, ma voglio dire che il nostro problema non è soltanto di guardarci indietro ma è anche di fare tutto il possibile, e di più, per dare a queste due aziende un presente e anche un futuro. Dobbiamo pensare, cioè, a come possiamo muoverci, a cosa possiamo salvare, a cosa riteniamo fondamentale per il futuro del nostro Paese. E davvero vi prego di credere che almeno nella mia impostazione non è un problema la natura della proprietà, se italiana o estera. Il punto è un altro: che cosa significhi questa o quella soluzione proprietaria per il futuro delle nostre aziende. Telefonica non ha nessun interesse a rilanciare e rendere strategica la propria partecipazione in Telecom. Non ce l’ha perché le due aziende sono concorrenti in troppi mercati, in troppi paesi. Non ce l’ha perché molto indebitata, non voleva intervenire. Da questo punto di vista se si lasciasse correre la soluzione fino all’estremo noi avremmo un’azienda in cui l’azionista di riferimento non avrebbe nessun interesse a mettere investimenti e risorse. Con il risultato di cedere le due partecipate in Sud America sulle quali Telefonica agisce in condizione di concorrenza. Non va bene Telefonica per questo, non perché è spagnola, non perché è un’altra azienda di telecomunicazioni, ma perché non c’è nessun interesse a rilanciare l’identità e il futuro di Telecom. E quindi da questo punto di vista tutto quello che si può fare per riportare alla razionalità scelte proprietarie e scelte di investimenti, io credo che si debba fare. Con due avvertenze: c’è visibilmente nei meccanismi odierni dell’Opa qualcosa che non va, che non funziona, che fa pagare ai piccoli azionisti il peso di decisioni dei grandi istituti di credito. Non va che Telefonica non metta soldi e risorse nell’aumento di capitale e non va che la rete, il cuore del problema della strategia industriale, possa essere messo in discussione. Le decisioni che il governo sta prendendo da questo punto di vista vanno tutte nella stessa direzione, ma gli strumenti servono se c’è una strategia. Gli strumenti si usano se c’è un’idea, se c’è una politica di contesto entro il quale quegli strumenti possano avere un senso o un altro senso. Anche sulla vicenda Alitalia dobbiamo stare attenti. Non voglio mettere in discussione nessuna delle scelte strategiche, ma è evidente, voglio dirlo con chiarezza, che se noi andassimo da Air France, ci consegneremmo ad Air France senza nessun potere contrattuale. Nessuno. E quello che avverrebbe dei nostri Hub, dei nostri vettori, delle nostre strategie e dei nostri interessi non sarebbe dato. Non voglio mettere in discussione una possibile alleanza futura con Air France che partecipa di molto al capitale dell’Alitalia. Ma c’è modo e modo, e c’è l’interesse nazionale da salvaguardare in negoziati di questo tipo. Anche da questo punto di vista dobbiamo stare attenti non per difendere l’italianità di Alitalia, non è questo il punto, ma per costituire un assetto proprietario in grado, nei limiti del possibile, di tutelare anche i nostri interessi, gli interessi dei cittadini che viaggiano, delle nostre imprese, del nostro turismo, della nostra cultura, interesse di quello che fa in un vettore per un paese un punto di riferimento essenziale. Infine, questa situazione potenziale di crisi interviene nella fase più difficile in cui il governo si apprestava e si appresta a configurare gli ultimi interventi sui saldi del 2013 della manovra di bilancio e a preparare la legge di stabilità per l’anno prossimo e gli anni a seguire. Quindi una fase cruciale in ragione non solo di quello che ho detto fino adesso, ma soprattutto del fatto che ci giochiamo la possibilità di accentuare quei margini di ripresa e di occupazione se vi si fanno le scelte giuste; e quando le risorse sono scarse le scelte devono essere giuste per forza perché altrimenti si sbagliano strumenti, fini, obiettivi e alla fine butti risorse o metti risorse dove non servono e le sottrai a quei campi, a quelle persone che invece hanno bisogno in questa fase di essere sostenute e aiutate. Da questo punto di vista è evidente per noi quali sono le priorità. Lo erano e lo sono. Primo, una politica in grado di rilanciare gli investimenti non solo nel lungo periodo ma anche a breve. Se noi vogliamo evitare quella curva piatta che si avverte per il 2014/15 e ahinoi anche il 2016 noi abbiamo bisogno di rilanciare gli investimenti a breve. Da questo punto di vista resto convinto che dobbiamo riaprire la possibilità per gli enti locali di utilizzare il loro patto di stabilità interna in maniera più intelligente. Non c’è nulla più di questo in grado di riattivare un po’ di domanda, un po’ di nuova occupazione, un po’ di nuovi investimenti in tempi brevi. Dobbiamo poi lavorare per avere meno fisco soprattutto sui redditi da lavoro e da pensione, sulle imprese che innovano e che investono. Questa è la questione che abbiamo di fronte a noi, perché questa è la vera differenza che il nostro sistema tributario presenta rispetto all’Europa, oltre alla più ampia area di evasione rispetto agli altri paesi europei. Quello che ci fa diversi non è la tassazione sulle case, ma il fatto che da noi si pagano troppe tasse sul lavoro e sui redditi di impresa, soprattutto di impresa che innova e investe. Lì è il cuore della nostra differenza e lì è la questione che noi dobbiamo sapere affrontare, anche perché dopo il passaggio alla moneta unica, il centrodestra ha fatto la scelta di aumentare la tassazione sul lavoro e sugli investimenti delle imprese, scelta che ha finito per penalizzare la nostra capacità di competere con i mercati soprattutto europei, dove oggi, a differenza dei mercati extra Ue, il nostro paese incontra i suoi problemi più gravi. Allo stesso modo, dobbiamo per forza dedicare più risorse e strumenti più adatti al tema della coesione sociale. Questa crisi non ci lascia come eravamo al suo inizio. In questa crisi si sono consumate tante nuove ineguaglianze e un’aera di povertà è cresciuta. Non autosufficienza, povertà, esclusione debbono essere i titoli di un impegno del patto di stabilità che provi a rimettere al centro questioni che fino ad oggi sono state trascurate. Se uniamo l’assenza di risorse nel bilancio statale su questi temi alla riduzione delle risorse verso gli enti locali si potrà toccare con mano la distanza abissale che c’è tra il quadro della condizione drammatica della crisi, soprattutto per molte fasce di popolazione e molte famiglie, e gli strumenti di cui possiamo disporre. Infine, più formazione, più investimenti nella scuola, nell’istruzione, nella ricerca e nell’innovazione. Perché è su questo terreno che si gioca anche per quanto riguarda l’Italia il suo futuro. Questi sono i temi che io penso debbano stare al centro di una corretta politica di predisposizione degli strumenti di bilancio. Con quello che è avvenuto in questi giorni la discussione che noi dobbiamo fare riguarda però un’altra e prioritaria questione. Che cosa fare dopo le decisioni del centrodestra?. A mio modo di vedere, il governo ha una via obbligata dopo quello che è successo. Io so bene che anche qualcuno da noi, anche nei giorni scorsi, è stato tentato di usare parole scherzose, l’ennesimo bluff. Capisco perché questa valutazione può essere data, un giorno una minaccia, un giorno si torna indietro. Ma vorrei che seguissimo per un momento, anche a costo di sbagliarci, la strada opposta: provare a prendere sul serio quello che avviene. Credo che abbiamo il dovere di prendere sul serio quello che è avvenuto, perché non riguarda più dichiarazioni o atti singoli. Riguarda un rapporto delicato e forte come il rispetto istituzionale di cui ho parlato all’inizio. Siamo di fronte a qualcosa che ha cambiato segno, pelle, che non è più nella logica quantitativa che avevamo alle spalle, qualcosa di più profondo e di più delicato. Da questo punto di vista il governo ha una via obbligata: una volta tornato dagli Usa, Letta deve aprire in Parlamento, che è il luogo della democrazia rappresentativa, il chiarimento che si rende urgente e che deve avere due aggettivi: chiaro e risolutivo. Risolutivo delle questioni sulle quali si discuterà e si voterà in Parlamento. E dovrà essere chiaro su due punti: il rispetto dei comportamenti istituzionali che devono essere necessari; le scelte di programma economiche e sociali che servono al paese. Su questo bisogna aprire la discussione e il voto nelle aule del Parlamento. In questa prospettiva io credo che il Pd sosterrà queste scelte, tanto più se sono e saranno ispirate alle parole condivisibili e corrette che per ultimo il presidente del consiglio Enrico Letta ha pronunciato nel nostro tardo pomeriggio di ieri. Io credo che da parte nostra è giusto avere chiarezza perché questo è il senso della nostra responsabilità, che sta nel dire le cose che vogliamo di fronte al Paese, dove la preoccupazione in queste ore sta crescendo per l’incertezza delle prospettive. In questa nostra responsabilità c’è anche il bisogno di dire con più forza che noi pensiamo che sia fondamentale avere una nuova legge elettorale e che dovremo fare di tutto per non tornare al voto con questa legge, la quale non solo penalizza il diritto di scelta dei cittadini ma insieme rende anche non sostenibile le questioni democratiche di rappresentanza. Aggiungo anche che ciò che è avvenuto è stato reso possibile, cioè questo comportamento un po’ da caserma dei rappresentanti del Pdl, anche in ragione e in forza di un meccanismo elettorale che nei partiti proprietari rende il proprietario il dominus delle scelte della selezione del gruppo da portate nelle assemblee rappresentative. Per questo senso di responsabilità non credo se ne possa uscire con l’ennesimo falso giro di valzer. Per quello che mi riguarda non ha senso aggiungere altre questioni. Io credo che dobbiamo fermarci qui oggi e in ragione di questo vi propongo di considerare la nostra Direzione riunita in maniera permanente nei prossimi giorni, in relazione a quello che si produrrà dopo il dibattito e le decisioni parlamentari, in modo da avere via, via un aggiornamento di confronto tra di noi e una sede permanente nella quale orientare le scelte e le decisioni. Oggi dobbiamo attenerci a questo profilo con due avvertenze: che abbiamo bisogno di spiegare con forza e chiarezza al Paese la nostra posizione senza stare chiusi nei palazzi, perché c’è un bisogno forte di rapporto con l’opinione pubblica smarrita, disorientata e preoccupata per il precipitare di questa situazione. Il secondo punto è che noi abbiamo bisogno come Pd non di mostrarci soltanto, ma di restare un po’ più uniti, perché nei prossimi passaggi abbiamo bisogno di avere più convinzione nella nostra possibilità, nella nostra forza e anche nella nostra unità. Si sono usate e si possono usare per le vicende di questi giorni tante parole: avventurismo, farsa e Aventino. Io quando ho sentito questa parola ho immediatamente reagito. L’Aventino fu un segno di difficoltà e debolezza, ma da parte di chi voleva difendere la libertà del Parlamento e della democrazia. Oggi non vedo questo e allora meglio togliere il riferimento all’Aventino, perché le parole devono avere nel dibattito pubblico un solo senso e non anche il contrario, perché è in questa ambiguità che credo possa crescere anche l’assenza di responsabilità e il populismo che attraversa la società.Foto – Andrea Vismara