Il digitale è “il motore a vapore” di questo secolo. E l’economia digitale, come moltissimi studi economici confermano, non è un settore a sé stante ma un nuovo paradigma, che ha generato o accelerato molti elementi dello scenario economico: la globalizzazione, l’interdipendenza, la crescita di alcuni paesi emergenti, le nuove forme di occupazione (e disoccupazione), così anche aspetti critici o negativi (in quanto non governati) come il ruolo preponderante della finanza.
Il digitale ha un impatto diretto e indiretto su moltissimi degli elementi di rottura nel sistema economico e sociale del nostro tempo: la completa ristrutturazione del settore editoriale e dell’industria dello spettacolo (pensiamo alla discografia), la rivoluzione del settore turistico e del terziario, la ristrutturazione del settore commercio, passando per le grandi trasformazioni del settore bancario e di quello assicurativo e perfino di quello agricolo/alimentare. Anche il manifatturiero ha subito, seppur in maniera apparentemente meno evidente, grandi trasformazioni: negli ultimi vent’anni sono radicalmente cambiati i processi aziendali, le tecniche di produzione, la possibilità di delocalizzare più facilmente interi comparti, i canali di commercializzazione dei prodotti e servizi.
L’economia digitale è l’asse su cui ruota oggi lo sviluppo economico, un asse fondamentale per la crescita di un Paese. Non ha quindi carattere né settoriale né aggiuntivo, ma deve incidere in profondità sulle politiche economiche di un Paese. Per queste ragioni è sbagliato limitare, come troppo spesso accade, il dibattito sull’economia digitale ai settori ad alto utilizzo di tecnologia, come l’IT, le Telecomunicazioni, il Web, la ricerca scientifica.
L’Italia ha mostrato nel tempo, e drammaticamente negli anni più recenti, una scarsa apertura all’innovazione, che nel nostro paese trova molti più ostacoli che negli altri paesi industrialmente sviluppati. Fra le miopie italiane c’è l’aver considerato il digitale come una nicchia, e non come un nuovo paradigma attraverso cui interpretare la politica economica. Inoltre, l’innovazione deve essere legata alla ricerca: affidarsi esclusivamente ai risultati della ricerca internazionale è fattore di debolezza da evitare, perché condanna il nostro Paese a una dipendenza strategica, e porta interi settori industriali a uscire da campi che presidiamo e a non entrare in altri nuovi settori strategici.
“Non innovare”, dunque, ha un costo drammaticamente più alto che innovare, anche sulla vita quotidiana dei cittadini.
L’innovazione deve essere una leva delle partnership pubblico-privato. Il settore pubblico deve intervenire con strumenti di coordinamento e di sostegno, promuovendo un contesto normativo che faciliti l’innovazione, come fattore primario di successo e incremento del PIL.
Per cambiare passo, per smettere di pensare al digitale come comparto e riconoscerlo come sistema, non dobbiamo avere paura del cambiamento, ma governarlo.
Le risorse sono poche, è vero, ma le scelte sono politiche. Per noi democratici, revisione della spesa significa tagliare le uscite improduttive per investire nelle infrastrutture strategiche per la crescita – come quelle digitali –, anche attraverso partenariati pubblico-privato e soprattutto attraverso un utilizzo efficace ed efficiente dei fondi europei, spesso sprecati o non attivati.
Un governo di centrosinistra, con il contributo di tutti gli attori sociali, deve coniugare i cambiamenti del modello di sviluppo con la bussola dell’equità. L’innovazione non è solo economia: è democrazia.
Cosa proponiamo?   
1. Colmare il divario nelle infrastrutture
A oggi il piano nazionale per la banda larga lanciato nel 2009 non ha raggiunto i risultati attesi. Il divario digitale in Italia ha due facce, entrambe inquietanti: quella tra il nostro Paese e gli altri, specie dell’Unione Europea, e quella all’interno del territorio, tra Nord e Sud, tra grandi e piccoli centri, tra giovani e anziani.
L’Unione Europea ci dice che l’Italia è terzultima come percentuale di popolazione che si connette alla Rete almeno una volta alla settimana. nel 2011 solo il 51% degli italiani ha usato il web regolarmente, contro il 68% medio dei cittadini europei. Siamo preceduti da paesi come Cipro e Croazia, fanno peggio di noi solo Bulgaria e Portogallo. Siamo penultimi per copertura totale (città e campagna) della banda larga su rete fissa. Facciamo meglio solo se esaminiamo le zone raggiunte dal wireless rete mobile (3G, LTE, WiMax), su cui si sono finora concentrati gli investimenti degli operatori. La rete mobile e quella fissa sono complementari, ma la rete fissa è indispensabile, soprattutto se si vuole utilizzare l’infrastruttura di rete come veicolo di sviluppo e crescita industriale.
Sulla banda larghissima facciamo ancora peggio: siamo il Paese con la minor percentuale di connessioni veramente veloci (da 10 Megabit in su) sul totale di quelle attive.
È un cane che si morde la coda: la carenza di banda larga, motore di innovazione e crescita economica, blocca lo sviluppo delle aziende sui settori più competitivi. Tuttora esistono in Italia “aree bianche”, non solo in luoghi difficili da raggiungere, ma anche in aree altamente produttive del paese (persino alcune zone della pianura padana).? La stessa Vicepresidente della Commissione UE Neelie Kroes, solo pochi mesi fa, ci ha ricordato che per l’Italia è necessario “investire di più nel potenziamento delle infrastrutture per la banda larga e pensare politiche per l’alfabetizzazione digitale”. Il vero obiettivo da centrare rapidamente, dunque, è lo sviluppo dell’infrastruttura di rete, per muovere verso la copertura totale e accelerare la copertura in fibra ottica.
L’accesso alla banda larga è, infatti, una condizione necessaria per un’Italia che vuole riprendere a crescere economicamente ed essere più competitiva. L’accesso alla banda larga, tuttavia, oltre ad essere un prerequisito essenziale per lo sviluppo, è anche una straordinaria questione di democrazia, pari opportunità e crescita della conoscenza nel paese. 
Vogliamo ripartire dal DDL 1710, che molti nostri senatori – primo firmatario Vita – avevano elaborato, per ribadire con forza i principi della neutralità della rete.
 
Rispetto al fondamentale obiettivo di superamento del digital divide strutturale che affligge l’Italia, non possiamo contare solo su soluzioni intermedie come il “vectoring”, che consente di migliorare solo le prestazioni della rete. Abbiamo, invece, bisogno di promuovere la diffusione della banda larga oltre i 30 mega e di nuovi investimenti per la fibra ottica.
Ad oggi, infatti, lo stato di copertura in fibra ottica del paese è largamente insufficiente: i dati forniti dagli operatori indicano che Telecom Italia raggiunge in fibra circa 40.000 unità immobiliari, mentre Fastweb ne raggiunge circa 2 milioni. 
In questo quadro si vanno ad inserire le due grandi iniziative pubbliche già avviate: i fondi stanziati per il Piano Banda Ultra Larga dal governo Monti all’interno del Piano di Azione e Coesione e l’iniziativa Cassa Depositi e Prestiti e Metroweb a Milano e con il progetto di estendersi ad altre città metropolitane a ritorno di mercato. 
Questi sono sicuramente strumenti importanti, ma non bastano. Perfino nelle grandi aree metropolitane, oggi, non si riesce ad ottenere connessioni superiori ai 5/7 Mbs, e questo comporta, fra le altre cose, un gap infrastrutturale che penalizza le piccole e medie aziende italiane rispetto alla concorrenza internazionale.
Occorre un serio piano infrastrutturale “straordinario”, che sappia modulare e integrare gli investimenti pubblici a fondo perduto con quelli di investitori, pubblici e privati. È indispensabile un piano del governo che indirizzi i comportamenti degli operatori, per fare sì che su questa infrastruttura strategica per il paese prevalga l’interesse nazionale. Sono necessari un quadro amministrativo che renda possibile gli interventi in tempi brevi e certi, un quadro regolatorio pro-concorrenza e un serio coordinamento delle iniziative intraprese dalle Regioni, per razionalizzare le reti pubbliche e portarle a sistema.
Anzitutto, è prioritario il riutilizzo delle infrastrutture esistenti, attraverso l’istituzione del “Catasto del sottosuolo”, presente nelle prime versioni del decreto Sviluppo del governo Monti, ma poi scomparso nel testo convertito in legge, e si deve giungere – attraverso il confronto con gli Enti Locali – a includere le reti di telecomunicazione fra gli oneri di urbanizzazione primaria. 
Per la realizzazione di reti in banda larga fisse e in fibra nelle zone a fallimento di mercato, bisognerebbe ampliare il Fondo europeo “Connecting Europe Facility”, per facilitare gli investimenti in reti fisse ad alta velocità, garantendo agli operatori la sicurezza dell’investimento. Purtroppo le scelte del Consiglio europeo del 7/8 febbraio sulle Prospettive finanziarie 2014-2020 vanno in direzione opposta, con una riduzione delle risorse per il digitale: il nostro auspicio è che essere siano modificate profondamente dal Parlamento. 
Inoltre, per rendere disponibile più velocemente la banda larga nelle zone bianche, si può utilizzare la tecnologia satellitare, sul modello già adottato in Francia per il programma Digital France.
Bisogna poi necessariamente reperire (o almeno riservare) fondi e risorse pubbliche, pari ad almeno 3 miliardi di euro nella prossima programmazione dei fondi europei 2014 – 2020 (sia i fondi di coesione sia quelli di Horizon 2020), per portare connettività in fibra ai servizi universali la cui infrastrutturazione non può essere ulteriormente rimandata, come la scuola e le strutture sanitarie.
Il sistema scolastico merita un’attenzione particolare. Nel nostro paese solo il 25% delle aule scolastiche è connesso in rete, e, di queste, pochissime possono usufruire di una connessione a banda larga o ultralarga. Una condizione che rende impossibile l’utilizzo efficace di strumenti innovativi come le LIM (Lavagne Interattive Multimediali) e assai difficoltoso il cambiamento verso una didattica più in linea con le modalità di apprendimento dei bambini e dei ragazzi di oggi, così fortemente orientate all’integrazione di strumenti e contenuti interattivi e “digitali”.
Un’infrastruttura unica, di alta qualità e pubblica per un servizio universale come quello scolastico, che metta in rete tutte le aule, non è solo un elemento di democrazia e di reale accesso alle pari opportunità per tutti gli studenti italiani, ma anche un concreto acceleratore per il drastico abbattimento del digital divide in molte aree bianche del Paese. Permetterebbe, inoltre, la nascita di un indotto industriale innovativo e profittevole (contenuti formativi, dotazioni tecnologiche, servizi didattici interattivi, editoria digitale, ecc.).
Lo sviluppo delle infrastrutture è una delle chiavi anche per rendere possibile lo sviluppo delle città intelligenti: un nodo cruciale, vista l’importanza della dimensione urbana nella costruzione di un Paese moderno, innovativo ed inclusivo. La direttiva europea sulle smart cities valorizza e finanzia progetti centrati su energie rinnovabili, risparmio, sostenibilità, reti intelligenti telematiche e non.? Città intelligenti sono per noi città in mano ai cittadini, che migliorano la qualità della vita all’interno di spazi urbani che aiutano tutti a realizzare progetti di vita e di lavoro.
Dobbiamo essere consapevoli del ruolo delle amministrazioni per la crescita economica, sociale e culturale, rivendicare le tecnologie come elemento di costruzione dell’ambiente sociale e culturale, fattore di nuovo sviluppo relazionale, facendo crescere i cittadini e le loro associazioni in un contesto di sussidiarietà orizzontale. Il mercato da solo non è in grado di trovare risposte ai grandi bisogni che caratterizzano la società contemporanea. Le no-profit e le ONLUS rappresentano una ricchezza per il nostro paese: esistono proposte molto innovative provenienti dal terzo settore da valorizzare e coinvolgere nei progetti di Social Innovation.
Quali devono essere le direttive principali di azione?
Ambiente. È una vera smart spending review quella che consente la crescita sostenibile: sviluppo urbanistico basato sul “risparmio di suolo”, bonifica delle aree dismesse, riduzione della produzione di rifiuti, loro valorizzazione economica e potenziamento della raccolta differenziata; riduzione drastica delle emissioni inquinanti connesse al traffico privato, ottimizzazione delle emissioni industriali, razionalizzazione della nuova edilizia, così da abbattere l’impatto del riscaldamento e della climatizzazione; software per la gestione razionale dell’illuminazione pubblica; promozione, protezione e gestione del verde urbano; 
Mobilità, con soluzioni avanzate di mobility management e di info-mobilità per gestire gli spostamenti quotidiani dei cittadini e gli scambi, anche commerciali, con le aree limitrofe;?
Turismo e cultura. Il patrimonio culturale va messo in rete come “bene comune” e valorizzato. Il potenziale che offre la Rete per valorizzare l’eccezionale patrimonio culturale del Paese può avere degli straordinari ritorni, anche economici, sui territori;
Sicurezza. Le nuove tecnologie possono essere un ausilio prezioso per le politiche di sicurezza nelle città, permettendo una più efficace ed economica azione di prevenzione e controllo del territorio. Le tecnologie di riconoscimento, la geolocalizzazione e la sensoristica possono essere utili alleati delle forze dell’ordine in tutte le attività di prevenzione, nelle città dotate delle infrastrutture tecnologiche e di rete necessarie. 
Per realizzare una smart integration le aziende municipalizzate dovranno diventare una delle leve del ripensamento del tessuto economico locale in chiave digitale. È necessario individuare in ogni Regione un capoluogo di provincia in cui sperimentare la smart integration su tutte le dimensioni delle città intelligenti, coinvolgendo la cittadinanza nelle scelte strategiche, per individuare le azioni e identificare le buone pratiche da diffondere anche a livello nazionale.     
2. Affrontare il problema culturale. 
Oltre ad essere agli ultimi posti in Europa nell’utilizzo del web, la popolazione italiana presenta percentuali molto basse rispetto ad alcune competenze di base (trasferire un file da un computer all’altro, essere in grado di cercare un nuovo lavoro attraverso l’utilizzo del web). Il 38,9% dei cittadini dichiara di non aver MAI utilizzato un computer.
Anche qui è centrale il sistema scolastico. La scuola italiana non è attrezzata a educare le giovani generazioni nel contesto contemporaneo. Complice, come abbiamo visto, un’infrastruttura di rete di gran lunga insufficiente e non adatta all’utilizzo delle nuove tecnologie per la didattica, l’utilizzo frequente del computer nelle aule italiane è riscontrabile solo nel 50% degli studenti quindicenni, a fronte di una percentuale pari al 61% quale media europea e più di un terzo (34%) degli studenti italiani non ha mai fatto uso di un PC a scuola (dati Fondazione Agnelli e OCSE). 
Oltre a dotare le scuole delle infrastrutture necessarie (rete a banda ultra larga, cloud computing, strumenti didattici innovativi) è al contempo urgente sostenere la formazione permanente dei docenti che devono essere messi nelle condizioni di utilizzare la rete, la multimedialità e le tecnologie per i loro programmi didattici.
È, inoltre, importante e improcrastinabile, la definizione di percorsi di qualificazione professionale specifici nelle attività formative di ogni ordine e grado, promuovendo “premialità” per i programmi formativi basati su profili internazionali e meta-modelli europei.
Agire all’interno della scuola è un passaggio irrinunciabile, anche perché gli interventi portano benefici di carattere “estensivo”: le nuove generazioni sono, per loro natura, portatrici “native” di cultura digitale e possono positivamente influenzare le proprie famiglie d’origine.
Per promuovere le competenze digitali anche fra le fasce meno “digitalizzate” della popolazione vogliamo anche in Italia un Digital Champion, una figura introdotta dalla Commissione Europea (Every EU country needs a Digital Champion) di essere un “evangelizzatore digitale” in grado di trasferire competenze e cultura, attraverso con il compito azioni mirate di comunicazione sociale e di alfabetizzazione sul territorio e con particolare riferimento alle classi d’età e sociali che sono rimaste più indietro. Crediamo che, insieme alla realizzazione delle infrastrutture, sia, in Italia, più urgente che mai, lavorare sul fronte della domanda e dello sviluppo delle competenze digitali, per eliminare il digital divide più pericoloso, quello culturale. 
E poi è ora di parlare di “innovation by law” come di un’azione necessaria. Questa formula, come si è visto in alcuni casi (firma digitale, raccomandate online, certificati anagrafici online) è uno stimolo anche alla semplificazione e alla ricerca di buone applicazioni da parte della Pubblica Amministrazione. Si tratta di rendere più convenienti e semplici i servizi se usufruiti in rete, con una progressiva eliminazione dell’opzione “analogica”.     
3. Innovare nel sistema economico. 
Il nostro sistema economico, composto in maniera preponderante da piccole e medie aziende, ha bisogno di modernizzarsi per competere sullo scenario globale. Non sempre, alle prese con la crisi, le piccole aziende hanno avuto, per cultura e risorse, la possibilità di iniettare innovazione e nuovi strumenti nel loro sistema produttivo. Bisogna che il nuovo governo sostenga un percorso di “alfabetizzazione digitale??? per le piccole imprese, affinché affrontino il necessario percorso di rinnovamento.
Va potenziato l’e-procurement, arrivando almeno al 30% dell’acquisto di beni servizi della PA in 3 anni, con un risparmio stimato dal Politecnico di Milano, a regime, di 7 miliardi all’anno. Allo stesso tempo, è necessario il rafforzamento dell’e-commerce come volano per la crescita e l’export. Quanto timidamente contenuto nel Decreto Sviluppo del governo Monti è un primo passo, ma non è abbastanza, considerato il contesto così arretrato dei fattori di partenza.
A luglio 2012 la Camera aveva approvato all’unanimità in Commissione un DDL bipartisan (tra i primi firmatari Paolo Gentiloni) sull’Agenda Digitale con un pacchetto articolato di misure molto più avanzato di quel che è riuscito a fare il governo cinque mesi dopo. 
Bisogna rafforzare le misure d’incentivazione, attraverso azioni di supporto alle associazioni di categoria nelle attività di formazione per gli associati, modificando alcuni aspetti normativi che oggi rappresentano un onere gravoso (ad esempio il regime IVA differenziato per i libri digitali), e introducendo un’aliquota agevolata per il settore e-commerce, per un determinato periodo di tempo finalizzato al suo sviluppo. 
Vogliamo puntare a incentivi per l’utilizzo della moneta elettronica (ancora troppo scarso in Italia) e per l’introduzione dei mobile payments, attraverso:
– La promozione della convenienza e della maggiore sicurezza della moneta elettronica rispetto al contante (in UK, ad esempio, la campagna di comunicazione pubblica “IT Safe” ha puntato a rafforzare il senso di sicurezza tra gli utenti e le transazioni online con le PMI);
– L’incentivazione ai piccoli esercizi per l’acquisto dei dispositivi;
– Un sistema di agevolazioni progressive per i consumatori, che permetta di “guadagnare” in detrazioni fiscali ogni qual volta si paghi con moneta elettronica; 
– L’obbligo di transazione con moneta elettronica per PA e professionisti (medici, avvocati, ecc.).
Il combinato disposto della maggiore tracciabilità delle transazioni e la maggiore capacità di controllo dei pagamenti dovuti per servizi pubblici (ad esempio parcheggi comunali, biglietti elettronici per TPL) rende l’adozione della moneta elettronica e dei mobile payments anche una fonte di entrata, nonché un formidabile strumento per la lotta all’evasione anche a breve termine, con ricavi potenziali che potrebbero coprire parte dei necessari costi per gli incentivi e la formazione alle imprese per facilitarne e accelerarne l’adozione.  
Start-up, università e grandi imprese devono essere coinvolte, insieme, nelle politiche dell’innovazione, con uno strumento che rilanci ed estenda Industria2015. L’innovazione non va considerata mera “comunicazione”, ma deve coinvolgere maggiormente i dipartimenti di ingegneria, di ricerca e sviluppo, di strategia, di business development delle grandi imprese, in sinergia con il rilancio dell’università.
Le PMI, specie in questa fase di stretta creditizia, hanno paura di investire. Occorre, d’intesa con le associazioni di categoria, censire le strutture di ricerca operanti in base a ambiti e competenze, gestire anche con strumenti diversi le risorse messe a disposizione delle aziende per l’innovazione. Un modello sperimentato in alcune regioni e che ha velocizzato i tempi abbattendo i costi per le PMI è stato quello dei voucher per la ricerca e sviluppo presso i centri esistenti, con la rendicontazione a carico del centro di ricerca.  Le imprese non ottengono risorse per i propri investimenti ma fondi per commissionare parte del lavoro intellettuale necessario a crescere. I centri di ricerca, specie universitari, hanno accesso a nuovi campi di applicazione dei loro studi. Bisogna poi continuare nella semplificazione per facilitare l’apertura di nuove imprese. La misura del “work for capital” introdotta dal Decreto Sviluppo è senza dubbio insufficiente, in quanto non può essere in linea con le esigenze di grandi studi di consulenza tecnica, strategica e legale. Le PMI italiane, le spin-off che nascono dalle università e dal mondo della ricerca, le start-up innovative, devono essere messe in condizione di selezionare e accedere alle migliori competenze professionali a livello globale.
Inoltre, le posizioni italiane sull’introduzione del brevetto unico europeo dovrebbero essere riconsiderate, perché è nell’interesse nazionale e in primis delle PMI innovative andare verso la creazione di un mercato delle tecnologie unico in Europa, con al centro un’unica “moneta” rappresentata dal brevetto europeo. Migliorare quanto il recente governo ha già avviato sulle politiche per le start-up e introdurre anche in Italia il seed capital per le nuove imprese, sia quelle generate da università e centri di ricerca, sia gli spin-off di gruppi industriali italiani e sia le nuove iniziative indipendenti. I seed capital saranno primi fondi finanziari a cui gli imprenditori-innovatori potranno accedere per lanciare una nuova attività.
Gran parte dell’investimento in innovazione da parte delle aziende leader in ambito internazionale avviene tramite operazioni di corporate venturing, praticamente assenti in Italia. Bisogna creare le condizioni favorevoli a percorsi di tutoraggio industriale, acquisto di prototipi, investimenti strategici, acquisizioni mirate.  ll governo Monti ha puntato molto sull’effetto comunicativo delle azioni a supporto dell’innovazione, specie con le misure a sostegno delle start-up e l’Agenda Digitale. Si tratta di un approccio nuovo e ben studiato, che ha avuto il merito di mettere sotto i riflettori il profondo ritardo italiano su questi temi.  Ma dopo gli annunci ci sono state poche misure concrete. Il secondo Decreto Sviluppo del 2012 ha di fatto proseguito sulla strada dell’attività di semplificazioni iniziate da Bersani quando era Ministro dello Sviluppo. Inoltre, se è vero che il recente Decreto Sviluppo del governo Monti ha, per la prima volta nell’ordinamento del nostro Paese, introdotto la definizione di impresa innovativa (start-up), dobbiamo intervenire su alcune lacune ancora presenti.
Per prima cosa bisogna urgentemente dare corso ai decreti attuativi per le agevolazioni fiscali già previste per il 2013, 2014 e 2015, e – soprattutto – correggere alcuni punti, troppo limitanti e restrittivi, contenuti nell’attuale definizione di “start-up”, con l’obiettivo di alleggerire il carico burocratico. Start-up e “artigiani digitali” vanno intesi come soggetti economici e imprenditoriali che promuovono nuove forme e luoghi di produzione, come i FabLab, la cui rete va valorizzata. Ma per fare in modo che questi soggetti arricchiscano il nostro tessuto economico, bisogna creare le condizioni per favorire alleanze industriali e finanziarie, unite alle risorse per crescere e sviluppare (velocemente) modelli di business vincenti. Il governo deve avere un ruolo di “facilitazione”: il pubblico deve semplificare la burocrazia e promuovere investimenti e trasferimento tecnologico, con l’obiettivo di produrre nuove fonti di occupazione, crescita e ricchezza per il nostro paese.  
4. Più apertura e trasparenza nella pubblica amministrazione. 
Per il Partito Democratico l’open government è una diversa concezione del rapporto tra istituzioni e cittadini e del ruolo del pubblico nella società, non un mero pacchetto di aggiornamento tecnologico della PA. La nostra proposta di governo è di un patto di cittadinanza nel quale le nuove tecnologie e gli strumenti digitali diventano un ponte tra i cittadini e lo Stato.
Intendiamo sfruttare appieno le potenzialità della rete, in quelle che si apprestano a diventare comunità intelligenti, per un vero governo della partecipazione fondato sulla trasparenza nella deliberazione e sulla collaborazione tra Stato e cittadini. Ad esempio, riteniamo che vadano valorizzate le esperienze positive di civil hacking che hanno portato a risultati importanti, come la legge della Regione Piemonte sul WI-FI libero.
Non si può partecipare senza conoscere: per questo riteniamo cruciale lo sviluppo delle strategie di opendata. Liberare nella rete i dati pubblici è la prima risposta al populismo digitale.
Le esperienze di open gov, in primis negli Stati Uniti, ci incoraggiano nell’affermare che non stiamo parlando di costi ulteriori per la PA, ma di un investimento con ricadute benefiche. A fronte di costi marginali le potenzialità sono molteplici: dalla lotta alla corruzione e alle degenerazioni arbitrarie possibili nella gestione pubblica, alla difesa dell’ambiente, della salute, al censimento di beni fino all’integrazione delle statistiche prodotte da singoli enti e amministrazioni.
L’Italia ha bisogno di un piano di estensione dell’opendata che doti le amministrazioni di fondi e strumenti per rivedere le procedure di pubblicazione, e di dare una tutela giuridica al principio dell’accessibilità totale, adottando un provvedimento analogo al FOIA (Freedom of information act) che assicuri ai cittadini il pieno diritto alla possibilità di consultare on line tutti i documenti della PA, all’insegna della massima trasparenza a tutti i livelli istituzionali e amministrativi, fatto salvo il segreto d’ufficio e il segreto di stato. Vigileremo sull’attuazione del decreto legislativo sul diritto all’accesso e alla trasparenza dell’informazione delle amministrazioni pubbliche varato dal governo a gennaio 2013, un primo riconoscimento importante della necessità di introdurre anche in Italia uno strumento come il FOIA. È necessario andare oltre la semplice apertura dei dati, in modo da realizzare nuove modalità di partecipazione attiva nei processi legislativi, nazionali e locali. Con il FOIA il cittadino può richiedere qualsiasi informazione che non sia esplicitamente esclusa dalla legislazione, senza dover fornire giustificazioni sulla richiesta. Con il testo passato in CdM, invece, c’è la previsione di una serie di obblighi di pubblicità a cui si lega il “diritto di accesso civico”, ovvero “L’obbligo previsto dalla normativa vigente in capo alle pubbliche amministrazioni di pubblicare documenti, informazioni o dati, comporta il diritto di chiunque di richiedere i medesimi, nei casi in cui sia stata omessa la loro pubblicazione”.
Riteniamo che il modello statunitense sia replicabile per farne l’architrave dell’open gov italiano: uno strumento realmente utile non solo per migliorare l’efficienza degli enti e per generare economie di scala a beneficio dei bilanci pubblici, ma soprattutto per rigenerare nuova innovazione, in una logica di circolo virtuoso a vantaggio della trasparenza dei processi decisionali e della gestione degli iter burocratici.
Per questo proponiamo:
– una PA digitale in cui cittadini e imprese possano adempiere in autonomia a gran parte degli iter previsti, mentre il personale viene aggiornato per erogare servizi e dare risposte ;
– una PA trasparente, che permetta a cittadini e imprese di conoscere lo stato delle pratiche che li interessano e che pubblicizzi non solo tutte le informazioni e i dati, ma anche le procedure, come ad esempio le fasi di aggiudicazione delle gare d’appalto;
– una PA decertificata, che non chieda più carta, dati già in suo possesso o a disposizione di altre amministrazioni pubbliche.
L’Europa non è un riferimento solo quando si tratta di chiedere sacrifici e di imporre regole di bilancio. Per fare l’Italia digitale, l’Europa della Strategia 2020 è uno stimolo straordinariamente positivo. Per il PD, nella prossima legislatura il rispetto degli indicatori fissati dall’Agenda Digitale Europea e la loro trasposizione completa nell’Agenda Digitale Italiana saranno un’improcrastinabile priorità.
Come ha dimostrato la recente esperienza del governo Monti, per fare questo c’è bisogno non solo delle buone intenzioni, ma anche di strumenti efficaci. È quindi prioritario migliorare la governance complessiva dell’Agenda Digitale Italiana. Proponiamo, per unificare competenze ancora frammentate, per dare impulso a una strategia trasversale e di alto profilo e per rendere più efficace e rapida l’azione del governo, che il prossimo esecutivo attui una politica di coordinamento sulle competenze ora lasciate alle Regioni e che ci sia un’unica delega all’Innovazione e all’Agenda Digitale affidata alla Presidenza del Consiglio.
Il nostro è un programma aperto a suggerimenti e contributi. 
L’innovazione è crescita, eguaglianza nell’accesso all’informazione, partecipazione, democrazia. E “fare” gli “italiani digitali” significa attuare questi obiettivi. 
Tocca a noi affrontare questa sfida e vincerla.

Infografica agenda digitale pd