Luciano Modica: Abbiamo uno strano diritto allo studio in uno Stato federale convinto che tale diritto sia uguale per tutti. Si appoggia su una norma debole dell’art. 117: quali le regole con cui gli studenti accedono al diritto allo studio? Questo deve tornare a essere al centro del dibattito, e sono necessarie regole uguali per tutti, nel solco di quanto avviene in Gran Bretagna. Non si tratta di un dibattito accademico, ma di un tema estremamente importante. Va inoltre anticipato il momento dell’assegnazione della borsa di studio rispetto a quello dell’iscrizione: lo studente deve poter scegliere sua carriera e la propria sede dopo aver saputo se ha ricevuto la borsa e il supporto economico.

È necessaria anche un’altra inversione: prima si definisca una soglia di reddito (anche alta) e dopo si proceda secondo una graduatoria di merito, dato che finora il sistema ha funzionato male nei confronti degli studenti meritevoli delle classi meno abbienti.
Occorre aggiungere ai servizi (alloggio, mensa e supporto economico) anche i diritti di cittadinanza: permettere allo studente di votare nella città dove studia, consentirgli di ricevere lì assistenza sanitaria. L’esercizio dei diritti politici da parte degli studenti è diminuito: chi studia fuori casa oggi non torna neppure a votare per le amministrative. Parliamo del 50% dei 20-24enni italiani, vale a dire di centinaia di migliaia di persone: un autentico vulnus dell’attuale cittadinanza studentesca.
Inoltre va potenziato il legame studenti-città: il Partito e la politica devono investire su cultura, creatività, inventività degli studenti. Le città non possono pretendere che gli studenti vivano in enclaves separate. Infine, l’eccellenza: l’Italia ha già un sistema universitario d’eccellenza (si pensi a Pisa alla Scuola Normale e alla Scuola “Sant’Anna”): ampliamolo se necessario, ma continuando a inserire lo studente d’eccellenza in una comunità di studio e di ricerca. L’eccellenza dei giovani si sviluppa a contatto con altri giovani.
In merito alla questione docenti, ho perplessità in merito all’abolizione della terza fascia: il transitorio creerà problemi, con una classe di ordinari piccolissima e una di associati enorme. Io sono fedele all’idea che nell’università si debba dare spazio alle qualità di ciascuno. Occorre dare a tutti la possibilità, se lo meritano, di percorrere tutta la carriera: i tre gradi di carriera negli USA (assistant, associate, full) sono quasi gli stessi che in Italia. Il sistema che stiamo costruendo toglie speranze agli associati e crea ostacoli di carriera.
Sono poi convinto che il merito dei docenti non corrisponda a nessun parametro quantitativo fissato: su questo dobbiamo fare una battaglia culturale. La valutazione scatterà solamente nel momento in cui l’università potrà essere punita per aver assunto una persona scarsa e premiata per averne assunta una molto valida. L’idea dei parametri quantitativi è folle: formulata nell’art. 2 della legge Gelmini, ricompare in modo ancora più problematico nell’art. 17.
In questo contesto rientra anche il problema dei nuovo giudizi di abilitazione: è assurdo attribuire un così grande potere a una Giuria composta da persone sorteggiate da un’urna di auto-selezionati che esercitano il controllo sull’evoluzione di un’intera disciplina per due o quattro anni
(se rieletti). È una follia che in nessun paese si verifica. Un simile sistema uccide l’idea di un’assunzione diretta da parte delle università delle responsabilità per le decisioni prese.
Infine, la qualità della ricerca scientifica: la riduzione complessiva di competere per la qualità della ricerca. Le selezioni per i progetti di ricerca sono negative sia se promuovono troppe persone sia se ne
promuovono troppo poche. Occorre riportare l’asticella di selezione dal 30% al 50%. Il sistema si regge su una costante attività di ricerca di alta qualità con alcune punte di eccellenza.
Mariangela Bastico: L’art. 5 della riforma Gelmini delega il governo a emanare un decreto entro 12 mesi che vada ad attuare la riforma costituzionale del 2001. Sono 10 anni che aspettiamo. Dal 2001 le regole del diritto allo studio si basano su un Dcpm del Consiglio dei Ministri del 2001, superato dalla riforma costituzionale e dai dieci anni trascorsi. È un’opportunità , adesso che la legge è passata, di riformare il diritto allo studio. 
Stanno lavorando su questa opportunità un gruppo ministeriale del MIUR composto da vari rappresentanti e un gruppo tecnico inter-regionale. 
Questa riforma si deve fondare su 4 principi: 
1) Requisiti di accesso alle borse di studio per studenti capaci e meritevoli e privi di mezzi uguali su tutto il territorio nazionale. Lo prevede la riforma costituzionale (“i livelli delle prestazioni devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”). La Germania, che è sistema federale, tuttavia ha un diritto allo studio regolato da una normativa nazionale che vale per tutti, e noi dobbiamo assolutamente andare in quella direzione; 
2) le risorse sono l’altro punto debole: nulla è possibile se non vi sono soldi per le borse: è come tracciare una riga sopra l’art. 34 della Costituzione; 
3) vi deve essere garanzia del diritto; 
4) è necessario un monitoraggio del sistema: avere una diffusione delle informazioni è essenziale per lo studente stesso. Per un osservatorio regionale fare informazione e monitoraggio è una forma di sana pressione nei confronti del governo. 
Giuseppe Catalano: Ho accettato di coordinare il gruppo del MIUR che elaborerà considerazioni sul decreto delegato per la riformulazione del diritto allo studio. Può essere utile per me raccogliere le sollecitazioni che in questa e in altre sedi verranno. Condivido moltissime delle cose finora dette, ma bisogna ragionare su due livelli. 
Il diritto allo studio non è solo questione di equità ma anche di intelligenza di investimenti nelle risorse del paese. Ci sono alcuni paletti che vanno ribaditi in sede politica e con i Presidenti di Regione, che hanno su questo punto altri pareri. Come i punti indicati nel disegno di legge possono essere applicati? Per quanto attiene ai livelli di merito troppo bassi previsti nel Dcpm del 2001, la borsa di studio deve essere concessa soltanto per una durata pari al numero degli anni del corso di laurea. Non è studente meritevole chi completa in 6 anni un percorso di 5 anni: bisogna essere in pari con gli esami. La politica fa un gravissimo errore se legittima una visione diversa. 
Il secondo livello: non vi può essere un’equità nell’erogazione dei servizi. I costi della vita a Milano sono diversi da quelli di Foggia, ed equipararli è iniquo! Chi pensa che ciascuna Regione debba pagare i costi dei propri studenti fa una proposta assurda, dato che la mobilità universitaria è diversa da quella sanitaria. Lo studente deve essere finanziato dalla Regione in cui va a studiare, ovviamente con criteri ben precisi e monitorati. 
Infine, dobbiamo essere consapevoli di un punto che non è ideologico: autonomia vuol dire differenziazione. Qual è il grado di differenziazione che riteniamo tollerabile, all’interno di un contesto in cui i diritti devono essere uguali per tutti? Questo è il punto dirimente per la politica. 
Enrico Lippo: Il diritto allo studio è uno strumento fondamentale per registrare il merito degli atenei e degli studenti. Si sta tornando a una ‘lotteria della nascita’, in cui le opportunità sono legate alla provenienza geografia e sociale. 
Sul fronte dei servizi, guardiamo alle buone pratiche di alcuni Atenei (come, ad es., quello di Bologna), che devono essere sostenute dalla volontà politica dei Presidenti delle Province e delle Regioni. 
Sul versante tasse, gli atenei avrebbero le stesse entrate anche applicando criteri di progressività. Nei limiti dell’autonomia delle singole università, è possibile individuare un criterio di progressività per il pagamento delle tasse universitarie? 
Roberta Capone: Il 40% degli italiani altamente scolarizzati negli ultimi 2 anni ha lasciato l’Italia per fare ricerca all’estero. Siamo un paese ‘innovatore moderato’ dietro a Cipro e Slovenia per investimenti su ricerca e università. Vi è il 30% dal 2008 di borse in meno (1500): la punta più alta di borse tagliate è all’Università di Catania. 
Alla RUN nazionale non piace la figura del dottorando senza borsa: ad oggi, con l’attuale riforma Gelmini, il progresso in avanti fatto con Mussi sembra cancellato: si lascia alle università la scelta di bandire bandi per dottorati senza borsa: siamo l’unico paese in Europa a farlo. 
Il dottorato senza borsa è un’anomalia italiana; inoltre abbiamo borse di dottorato tra le più basse in Europa. Il dottorando dovrebbe essere, come ovunque in Europa, un ricercatore in formazione (anche per quanto riguarda la rappresentanza istituzionale e la tutela dei diritti). 
Bisogna investire su dottorati bi-nazionali (con una fortissima spinta all’internazionalizzazione) e corsi di inglese, incentivando la mobilità internazionale dei nostri studenti. 
Infine, la questione della cittadinanza studentesca va affrontata seriamente e in ottica europeista, adeguando lo scenario italiano a quello che già avviene in Francia e negli altri paesi europei. 
Carmelo Mamone: Circa la proposta del PD fatta a maggio il Circolo Università e ricerca del PD Pisa aveva perplessità (in parte moderate dall’intervento oggi di Luciano Modica). In quella proposta non si parla di studenti ‘privi di mezzi’ ma soltanto ‘meritevoli’: un partito di sinistra deve puntare sull’equità, sugli studenti ‘meritevoli ma privi di mezzi’ dell’art. 34. Bisognerebbe fare questa integrazione nel documento. 
La seconda criticità è in merito al prestito d’onore: in Italia, con una disoccupazione giovanile enorme, non denunciare il fatto che i prestiti d’onore non funzionano è una grave mancanza. 
Altra questione è quella del merito: il merito come requisito principale mi lascia perplesso. Uno dei problemi principali è la mobilità sociale. 
Marta Rapallini: È giusto monitorare l’operato delle Regioni, ma bisogna anche lasciare loro il giusto grado di autonomia. La politica deve essere capace di valorizzare la laurea nel mercato del lavoro: l’indagine “Toscana 2030” afferma che i laureati aumenteranno ma avranno meno opportunità di lavoro. Un dato molto inquietante su cui dovremmo fare un lavoro serio. 
Andrea Gattuso: La 390 ha messo in luce tre criticità fondamentali: disomogeneità di trattamento; risorse scarse (risorse sono fondamentali per una garanzia dei diritti); inadeguatezza delle Regioni. 
È fondamentale fare proposte a 360 gradi. Garantiamo innanzitutto dei livelli minimi: devono essere garantiti agevolazioni nei trasporti; lo studente è un soggetto sociale che al di là del proprio reddito ha diritti uguali per tutti. 
Sulla meritocrazia: è il sistema universitario italiano stesso a impedire agli studenti di essere in pari, con ancora triennali in cui si devono dare 40 materie. ‘Meritocrazia’ significa partire tutti dalla stessa base. 
Eugenio Mazzarella: Diritto allo studio e mobilità degli studenti: su questi temi ci vorrebbe una politica intelligente. Questo paese ha un problema di recupero, ma ci sarebbe bisogno di uno sguardo lungo: la mobilità si lega all’articolazione del sistema sul territorio. Dobbiamo cominciare a pensare che in realtà c’è bisogno di una mobilità nazionale e con l’estero, in entrata e in uscita. Modica ha rivendicato la terza fascia: abbiamo tentato di avere un sistema apicale con pochi ordinari, molti associati e una base di ricercatori. 
Nel sistema ci sono poche risorse. Si è ritornati alla situazione di un tempo, quando esistevano gli istituti mono-cattedra. Bisognerebbe invece lavorare per avere un trapezio con le basi non molto dissimili. È un problema anche culturale: bisogna decidere a che età si entra in modo stabile: non ha senso avere la terza fascia e diventare ricercatore a 40 anni. Tesi dello shock generazionale era provocatoria (40 anni di contributi): il problema è che l’età anagrafica tende a crescere, e una popolazione di disattivi sul piano cerebrale è difficile da gestire. 
Interessanti sono le proposte sul contratto unico per risolvere queste criticità. Ci dovrebbe essere una buona quota di ordinari e una fascia di opportunità tale per cui a 30 anni il giovane ricercatore sa già se entrerà oppure no. L’asticella di selezione deve essere una mediana: su questo Modica ha ragione.