L’idea di base che ha animato il dibattito all’interno del working group si inserisce in quella che si può definire la mission
dell’università: tornare a ricoprire il ruolo di motore sociale. Le posizioni emerse durante i lavori sono state spesso contrastanti, linee di pensiero divergenti che, però, non prefigurano uno scenario generale contrapposto. Il primo passo da compiere è, quindi, riconoscere le difficoltà in cui versano le nostre università che attengono, in primo luogo, alla mancanza di risorse o all’utilizzo, spesso improprio, che ne è stato fatto a livello locale.
La legge Gelmini, proposta come una riforma molto tecnica, si inserisce, in realtà, nel più ampio e regressivo progetto del governo, in linea anche con gli interventi regolamentari dei vari livelli di scuole, di ricondurre tutta la filiera della conoscenza in un sistema classista dalle condizioni molto rigide.
Si sono delineate due macro questioni e si è provato a darne una chiave di lettura:
  • capire, di fronte a una legge ormai approvata, quale atteggiamento assumere a livello sia nazionale che locale: applicarla, ridurre i danni o affossarla;
  • definire, in maniera chiara, il livello di partecipazione di tutte le componenti alla vita di un ateneo, di tutti coloro che partecipano attivamente alla vita e alla ricerca nelle università.
Come partito politico al Pd spetta il proseguo del lavoro parlamentare iniziato in questi mesi, un lavoro di vigilanza costante e continua sull’applicazione della legge. È stata anche presentata una legge, non ideologica ma che si inserisce nelle trame della legge Gelmini, con l’obiettivo di spezzare quegli ingranaggi che determinano il blocco negli ingressi alle università, sia che si tratti di contratti o di assegni di ricerca, dei dottorati di ricerca. La proposta emersa è di continuare un attento lavoro di verifica, non solo parlamentare ma anche sui territori per monitorare sia il riparto del Ffo, sia la stesura dei nuovi statuti sia sulle modalità di finanziamento, per consentire alle università di avere un minimo di programmazione.
Si è affrontato il tema delle specificità degli atenei, se devono avere modelli di gestione a cui rifarsi o applicare una struttura dell’offerta formativa differente. Date le difficoltà riscontrate nell’imporre dal centro modelli diversi, sarebbe una soluzione più adeguata l’optare per una valorizzazione delle vocazioni dei singoli atenei. Autonomia non significa, però, avere completa libertà d’azione ma agire in maniera indipendente seguendo una linea strategica generale. Autonomia che va declinata sotto tre diversi aspetti: programmazione, partecipazione (di studenti e stakeholder delle università) e valutazione.
Su una questione, infine, c’è stata una larga condivisione di opinioni: rimuovere tutto quello che sclerotizza l’università, allargare equità, per tornare a considerare l’università, insieme alla scuola, il motore sociale del nostro Paese.