Scuola rosso

Il Pd sostiene la legge Aprea che privatizzerà la scuola pubblica.
Questa è una bugia “tecnica” e “politica”. Cominciamo col dire che non esiste nessuna legge Aprea. La legge Aprea, così com’era stata scritta dall’ex deputata del Pdl Valentina Aprea, non esiste più. Non esiste più tecnicamente e politicamente. E poi non c’è ancora nessuna legge, ma una proposta di legge che è stata già approvata dalla Camera dei Deputati e che è ora all’esame del Senato della Repubblica.
Questa proposta reca il numero 3542. Il testo nasce da ben 11 proposte di legge, di cui 2 presentate da deputate e deputati del Partito Democratico. In origine si trattava di proposte che affrontavano vari temi, non solo gli organi di autogoverno, ma anche questioni complesse come quello dello stato giuridico e del reclutamento del personale.
Le proposte di legge partivano da visioni diverse: la visione del PD era ed è del tutto alternativa a quella contenuta nella proposta del gruppo del PDL che aveva come prima firmataria l’on. Aprea. Attraverso un lungo lavoro, il Pd è riuscito a fare della 953 una legge che ha ancora diversi aspetti da migliorare, ma che è completamente altra cosa rispetto al precedente testo Aprea.

Perché la Commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati ha ripreso proprio il progetto di legge Aprea?
La deputata del Pdl Aprea è stata presidente della Commissione Cultura e Istruzione della Camera per tutto il mandato del ministro Gelmini, ma durante il governo Berlusconi, per contrasti interni al Pdl, il ministro Gelmini non ha voluto dare spazio a Valentina Aprea.
Caduto il governo Berlusconi e prima di dimettersi dalla Camera per andare a ricoprire il ruolo di assessore in Lombardia, Aprea ha tentato in ogni modo di far marciare speditamente il progetto di legge che portava il suo nome.

Perché la discussione e l’approvazione del testo è avvenuto nella sola VII Commissione della Camera dei Deputati e non nell’assemblea plenaria?
Non è stato uno strappo alla regola, perché la nostra Repubblica prevede che le Commissioni parlamentari possano lavorare in “sede legislativa”, cioè con il potere di deliberare.
Ma facciamo un passo indietro. Nel momento in cui Aprea decide di rimandare avanti il suo progetto di legge, c’è già un patto fra Pdl e Lega, su cui stanno per convergere anche Udc e Fli, con l’obbiettivo di approvare una legge con tanto di chiamata diretta degli insegnanti, di trasformazione delle scuole in fondazioni, di svilimento del sistema pubblico e statale delle scuole italiane.
Occorreva sventare quel tentativo. Accettando la sede legislativa e dunque in lavoro in Commissione e non in Aula, il PD ha ottenuto un gran numero di cambiamenti che, nel passaggio in aula, potevano essere annullati con colpi di mano, come è accaduto, ad esempio, alla legge elettorale al Senato.
Il Pd, quindi, ha accettato di esaminare nel merito, punto per punto, quel che c’era scritto nel testo. Se il Pd avesse fatto come l’Idv, si fosse cioè ritirato sull’Aventino rifiutandosi di lavorare sulla 953, il centrodestra avrebbero avuto campo libero. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che i numeri in Parlamento sono gli stessi del 2008: il centrodestra ha la maggioranza dei parlamentari e oggi ci saremmo ritrovati con il reclutamento diretto dei docenti e con la privatizzazione delle scuole.

Ma il lavoro del Pd di modifica del testo della legge ha portato a qualche risultato?
Certo, innanzi tutto è sparito completamente qualsiasi riferimento al reclutamento diretto degli insegnanti. La legge oggi interviene sulla ‘governance’ delle scuole, non sull’assunzione dei lavoratori della scuola né sul contratto di lavoro.

Ma perché allora alcuni sostengono che la nuova legge permetterà l’assunzione diretta dei docenti da parte dei presidi o attraverso concorsi di istituto?
Sono solo bugie elettorali di chi intende screditare il lavoro del PD e dei tanti insegnanti che, nei forum e nei gruppi Pd Scuola, lavorano concretamente per il bene del sistema di istruzione nazionale.
Nel nuovo testo è stato completamente cancellato il Capo III riguardante lo stato giuridico, le modalità di formazione iniziale e il reclutamento, di fatto una chiamata diretta dei docenti. Tutte quelle pericolose, quanto velleitarie, proposte del Pdl e della Lega sono così sparite.

La legge, però, permette ancora la trasformazione delle scuole in fondazioni.
No, è assolutamente falso. L’Art. 2 che portava come titolo: “Trasformazione delle istituzioni scolastiche in fondazioni” semplicemente non esiste più.

Rimane la possibilità di finanziamenti esterni.
Parlando con alcuni studenti e insegnanti, è più volte emersa la paura che arrivino capitani di impresa che, a fronte di finanziamenti forti (ad esempio per strutture o laboratori), possano poi chiedere modifiche dell’offerta formativa. Chi teme questo non sa che la possibilità per le scuole di ricevere finanziamenti esterni esiste già oggi e che in proposito la nuova proposta di legge introduce restrizioni e regole di trasparenza che prima non c’erano.
Non sa, inoltre, che i programmi scolastici non sono nella disponibilità delle scuole autonome: non sono proprio argomento di questa legge, perché rientrano nelle norme generali sull’istruzione, che rimangono di competenza nazionale.
Certo, come la vecchia legge, anche questo nuovo testo prevede che il Consiglio dei docenti (l’odierno Collegio docenti) possa arricchire, rispetto a quanto obbligatoriamente previsto dalle indicazioni nazionali, l’offerta formativa, e che nel farlo possa anche cercare di coinvolgere enti locali o associazioni o imprese del proprio territorio.
Questa opportunità governata dalla scuola autonoma, sia oggi sia con la nuova legge, con identiche garanzie democratiche e nazionali, è stata purtroppo colta in pochi territori: più che il pericolo di invasione da parte dei privati, c’è stato un quasi totale disinteresse dei vari soggetti a contribuire a progetti formativi capaci di arricchire e collegare la scuola e il territorio.
Il testo approvato dalla Camera non prevede, quindi, nessun arretramento delle responsabilità dello Stato nel dover garantire le risorse per il funzionamento delle scuole.
Nel nuovo testo, invece, -cosa molto importante- non trova più posto il Capo II riguardante l’autonomia finanziaria delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie. L’articolo 11 del testo Aprea proponeva la privatizzazione del sistema scolastico. Anche con le Fondazioni, come si è visto, si perseguiva tale obiettivo. Le risorse finanziarie, umane e strumentali presenti nel Bilancio dello Stato (circa 45 MLD di euro per la sola istruzione) sarebbero state trasferite alle Regioni, alle Province e ai Comuni e da essi alle scuole statali e paritarie. Di fatto nel Bilancio del Miur sarebbero rimaste solo le spese riguardanti l’Università e la Ricerca e quelle riguardanti il funzionamento e le competenze dell’amministrazione centrale e periferica.
Nella legge Aprea, ogni scuola statale o paritaria anche di nuova istituzione avrebbe ricevuto una quota del bilancio statale e della più generale spesa pubblica per l’istruzione, comprendente le retribuzioni dei docenti e del personale, corrispondente alla quota capitaria moltiplicata per il numero degli studenti iscritti. Le scuole di fatto si sarebbero istituite o avrebbero cessato di funzionare per decisione delle famiglie. Sarebbe così cessato il compito costituzionale della Repubblica di istituire scuole statali di ogni ordine e grado (art 33 c.2 della Costituzione). Ma nel nuovo testo tutto ciò è stato del tutto cancellato.

Nel consiglio dell’autonomia la legge prevede la presenza di privati. E questa non è di fatto una forma di privatizzazione delle scuole?
Assolutamente no. A differenza del testo Aprea che prevedeva, come componenti esterni del Consiglio, un rappresentante degli enti locali e un numero indefinito di esperti con diritto di voto, il nuovo testo approvato dalla Camera indica, invece, uno o al massimo due membri esterni che saranno senza diritto di voto.
Inoltre la loro presenza non è obbligatoria: solo se all’interno del Consiglio (eletto da insegnanti, ATA genitori e studenti) una maggioranza di almeno i due terzi decide di designarli, essi ne vengono a far parte.
Infine, scrivere ‘privati’ anziché ‘componenti esterni’ è sbagliato, perché le parole non sono neutre e chi è in malafede vorrebbe far passare l’idea -sbagliata anch’essa appunto- che la proposta di legge ‘privatizzi’ la scuola.
Questi ‘esterni’, infatti, potrebbero essere rappresentanti di enti locali, del mondo della cultura, del volontariato, dell’associazionismo, dell’università, delle professioni e così via, e non necessariamente rappresentanti di imprese.

La nuova proposta di legge mette in mano tutto ai dirigenti scolastici, che diventano, quindi, padri-padroni delle scuole.
Anche questa è una bugia bella e buona. Se vogliamo fare un richiamo storico, sarà opportuno ricordare che fu proprio la sinistra politica e sociale a scardinare il rapporto autoritario e disciplinare che c’era fino agli anni ’70 fra preside-insegnanti-studenti.
Per tornare al testo approvato dobbiamo dire con chiarezza che il Consiglio dell’autonomia è presieduto da un genitore e non più dal dirigente scolastico, come prevedeva il testo Aprea. Da parte sua, il dirigente scolastico –come prevede l’articolo 4- agirà, esattamente come succede ora, nell’ambito della legge attuale.

La nuova proposta di legge in realtà distrugge le forme di partecipazione nate con la riforma dei decreti delegati del 1973-74.
Questa è la bugia più rilevante dal punto di vista politico. Il nostro obbiettivo è rilanciare la partecipazione e raccordarla con l’autonomia scolastica, ponendo rimedio allo stato di crisi in cui si trova, ormai da anni, il sistema partecipativo nato nella prima metà degli anni ’70, non distruggere quel sistema che sotto la spinta della sinistra fu istituito.
Alcuni di coloro che criticano la 953 sono gli stessi che, magari in un lontano passato, criticavano gli organi collegiali nati dalla riforma del 1974. A quel tempo ritenevano che gli organi collegiali fossero un vergognoso compromesso volto ad ingabbiare la spinta innovatrice delle lotte studentesche del ’68, oggi difendono paradossalmente quella riforma dicendo che la nuova proposta di legge distrugge gli organi collegiali.
Questa è una visione profondamente conservatrice e di destra, infatti la proposta di legge potenzia quelle forme di partecipazione e le adegua alla società di oggi, ben più complessa di quella di metà anni Settanta.

Ma ci sono o no punti della legge che si possono migliorare?
Ce ne sono, sì, e il PD ha sempre dichiarato la propria incondizionata disponibilità ad ascoltare il mondo della scuola, così è stato alla Camera, con l’approvazione degli ultimi emendamenti elaborati con il coinvolgimento informale delle varie componenti della scuola (perché le audizioni si erano già svolte sul vecchio testo), e così sarà al Senato dove stanno prendendo avvio le audizioni.
Questa legge è fatta per valorizzare chi nella scuola vive e lavora e per il Pd non ha davvero senso approvare un testo che non sia condiviso dalla larga maggioranza di questo mondo.

Quali sono, dunque, i punti che il Pd propone di migliorare?
Partecipazione di studenti e genitori. In diversi articoli è richiamata la partecipazione dei genitori e degli studenti, non solo attraverso la presenza negli organi di autogoverno ma anche con la promozione e la tutela di altre forme di partecipazione. In particolare l’art. 7 stabilisce che le istituzioni scolastiche debbano prevedere e garantire l’esercizio dei diritti di riunione, di associazione e di rappresentanza degli studenti e delle famiglie.
Questa norma a nostro avviso non limita la partecipazione rispetto alle vecchie norme ma, semmai, consente di ampliarla sia nelle forme che nelle modalità attraverso l’elaborazione e la definizione degli statuti (ad esempio prevedendo forme e regole di autogestione nelle superiori).
Tuttavia, il Pd pensa che questo sia uno dei punti che richiedono un ascolto e confronto attento con i genitori e gli studenti e il passaggio della legge al Senato è l’occasione per promuovere un nuovo attento ascolto del mondo della scuola, in base al quale decidere se introdurre nella legge ulteriori paletti che tutelino, ad esempio, i “minimi assembleari” della vecchia legge.

Statuti dell’autonomia. Un’altra preoccupazione diffusa è l’introduzione di un statuto autonomo per ogni singola scuola. Gli statuti sono un banco di responsabilità forte per le scuole dell’autonomia e sono anche un argine contro l’imprevedibilità dei cambi di dirigenza scolastica.
E’ bene chiarire che gli statuti non potranno essere testi di “libera creatività”: i loro confini sono ben stabiliti dalla legge e dalle norme generali sull’istruzione (tra cui quelle che tutelano il diritto di assemblea e di associazione contenute nello Statuto delle studentesse e degli Studenti), e non potranno in alcun modo scavalcarle.
Su questo punto dobbiamo comunque riaprire il confronto con il mondo della scuola, disponibili anche qui a ogni proposta costruttiva di modifica del testo, così da fugare ogni dubbio e timore.

Quali sono le novità contenute nel nuovo testo?
Promozione o partecipazione alla costituzione di reti, consorzi e associazioni di scuole autonome. È in tale cornice che le Autonomie scolastiche possono ricevere contributi da soggetti pubblici e privati, finalizzati al sostegno economico della loro attività, per il raggiungimento degli obiettivi strategici indicati nel piano dell’offerta formativa e per l’innalzamento degli standard di competenza dei singoli studenti e della qualità complessiva dell’istituzione scolastica.

Rendicontazione sociale. La Conferenza di rendicontazione a livello di scuola è un’altra innovazione importante che non era prevista nell’originario progetto Aprea. Con tale strumento il Consiglio dell’autonomia promuove annualmente una conferenza di rendicontazione, aperta a tutte le componenti scolastiche ed ai rappresentanti degli enti locali e delle realtà sociali, economiche e culturali del territorio.

Rappresentanza studenti, docenti e genitori. Studenti e genitori avranno una presenza paritaria nel Consiglio dell’autonomia (così si chiamerà l’ex Consiglio di Circolo o di Istituto) delle scuole secondarie superiori. E’ paritaria anche la presenza dei rappresentanti dei docenti e dei genitori nelle scuole primarie e secondarie di primo grado. È confermata la presenza di genitori e studenti nei Consigli di classe tramite elezione diretta, contrariamente a quanto fatto circolare nelle scuole in questi giorni. Una volta che tutti i genitori e tutti gli studenti avranno eletto i loro rappresentanti di classe, risulteranno costituiti i Comitati di istituto degli studenti e dei genitori. Che nel precedente ordinamento, appunto, erano costituiti dai rappresentanti eletti di tutte le classi.
I consigli di intersezione (per le scuole dell’infanzia) e di interclasse (per le scuole primarie ) non sono indicati esplicitamente nella legge, cosi come invece avviene nel Testo unico, ma sono implicitamente previsti laddove si parla di articolazioni del collegio dei docenti che dovranno essere esplicitate negli statuti. E’ questo uno dei pochi margini che si lasciano agli statuti e, come ribadito dal PD, sarà possibile precisare anche nel testo di legge, durante l’esame della proposta al Senato, l’esistenza di tali organi collegiali che sono per il Pd di fondamentale importanza.

Qual è la visione politica e ideale che ha mosso il Pd?
Il PD ha voluto battere una visione e una gestione centralistica e burocratica, puntando invece su un nuovo assetto che riguarda anche gli organi collegiali territoriali e regionali, i quali da tempo non funzionano più, e invece sono necessari in un processo di decentramento e di attuazione del Titolo V della Costituzione.
Un processo che sia capace di salvaguardare e rafforzare il sistema nazionale di istruzione, con l’attuazione concreta dell’autonomia scolastica per renderlo più moderno, semplificato, sburocratizzato, in linea con le indicazioni e gli obiettivi europei, nonché capace di garantire pari diritti e opportunità di istruzione e formazione, in tutto il nostro territorio, a tutti i bambini e le bambine, a tutti i ragazzi e le ragazze e non a uno di meno, italiani e non, presenti nel nostro Paese.

Il testo è all’esame del Senato: cosa farà il PD se dovessero esserci modiche peggiorative?
Come detto, il Partito Democratico è consapevole dei nodi irrisolti sulla rappresentanza studentesca e gli statuti autonomi, e confermiamo il nostro impegno per cambiare il testo con le indicazioni che ci arriveranno anche dalla nuova fase di ascolto del mondo della scuola. Infatti il PD ha chiesto e ottenuto nuove audizioni in Senato con le associazioni degli insegnanti, degli studenti e dei genitori, proprio per arrivare a un progetto condiviso con tutto il mondo della scuola.
Se il risultato sarà positivo, avremo fatto un buon servizio al nostro Paese che ha bisogno di una profonda opera di ricostruzione delle istituzioni democratiche e dei valori che guidano chi, come noi, crede nella Costituzione. Se invece nel confronto parlamentare non riusciremo ad arrivare ad un disegno condiviso e giudicato positivamente dal mondo della scuola, fermeremo la legge.

E se la futura legge si rivelasse buona nelle intenzioni ma pessima nell’attuazione, se, insomma, non dovesse funzionare?
Grazie al PD, è stato previsto un monitoraggio della legge per poterne valutare l’efficacia nel tempo, perché è ora che la politica impari a verificare se le sue leggi funzionino o meno.