concorso pubblico

Capita spesso in questi giorni di leggere o di sentir dire che con la riproposizione del concorso ordinario per titoli ed esami si ripresenteranno tutte le incongruenze e tutte le difficoltà che si sono già verificate e prodotte in occasione del precedente concorso del 1999 e che, quindi, sarebbe opportuno e giusto soprassedere a tale iniziativa, procedendo prima all’esaurimento delle varie graduatorie ancor oggi esistenti (provinciali e regionali).Ma il rifiuto più consistente verso la proposta del nuovo concorso viene indubbiamente da quei docenti precari inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Essi rivendicano che l’esaurimento delle loro graduatorie preceda l’avvio del nuovo concorso e motivano questa richiesta partendo dal valore dell’esperienza lavorativa accumulata e dalla denuncia dei devastanti tagli agli organici effettuati dalla Gelmini e dal governo Berlusconi.A me sembra che tale tipo di rivendicazione sia difficilmente sostenibile per due principali ordini di motivi.Innanzitutto perché rappresenta una modifica della situazione dei diritti acquisiti da tutti i cittadini italiani presenti o costretti fuori da tali graduatorie o addirittura ancora impegnati nella formazione universitaria. Infatti le leggi vigenti è vero che prevedono l’esaurimento delle graduatorie provinciali, ma assegnano ad esse il 50% dei posti annualmente disponibili. Il restante 50% deve essere assegnato alle graduatorie concorsuali che con il nuovo concorso sostituiscono quelle rimaste in vigore dal 1999.Inoltre, c’è conseguentemente da considerare che un eventuale accoglimento di quella rivendicazione priverebbe di ogni diritto d’accesso all’insegnamento sia i futuri laureati sia quelli già abilitati ed esclusi dalle graduatorie ad esaurimento: si aprirebbe così una clamorosa conflittualità che avrebbe effetti paralizzanti e che occorre assolutamente evitare se si vuole finalmente realizzare qualche cosa di serio e di duraturo in questo travagliato settore.Ricordavo dianzi, che a ciascuna delle graduatorie provinciali (ad esaurimento) o regionali (concorsuali), è attualmente assegnato il 50% dei posti disponibili. Quelle regionali, relative al concorso ordinario del 1999, sono per legge destinate a decadere quando saranno sostituite da quelle che dovrebbero scaturire dal prossimo concorso ordinario. E’ stato invece chiarito, dopo un iniziale equivoco, che con il nuovo concorso le graduatorie provinciali ad esaurimento, che comprendono, dopo le recenti 22.000 nomine, circa 162.000 aspiranti molti dei quali attualmente inseriti anche nelle graduatorie regionali, resterebbero comunque in vigore fino al loro esaurimento continuando a godere del 50% dei posti disponibili secondo quanto stabilito dalle leggi vigenti.Il ministro Profumo ha anche voluto precisare che tali nuove graduatorie servirebbero, per l’anno scolastico 2013-14, solo per le nomine previste per il concorso ordinario a cui sono destinati 11.892 posti. Altrettanti sarebbero destinati alle GAE. Poi tali graduatorie decadrebbero definitivamente. Mi sembra invece (e anche al Miur forse se ne sono accorti, perché il ministro ha successivamente accennato a concorsi ordinari annuali!), che qualora si proceda con un concorso ordinario biennale, le graduatorie degli idonei potrebbero essere cancellate solo dopo due anni con l’effettuazione del successivo concorso. Ciò perché altrimenti nell’anno 2014-15 e in ogni secondo anno dei successivi concorsi, non si potrebbero assegnare i posti disponibili ai vincitori di un concorso ordinario, dando così luogo alla nomina e probabilmente alla creazione di nuovo personale precario.Non bisogna mai dimenticare che la scuola non è un ufficio burocratico qualunque, ove si può anche stare sotto organico riversando le eventuali disfunzioni su un’utenza molto lontana. Nella scuola ogni cattedra deve essere occupata fin dall’inizio delle lezioni da personale di ruolo e quando è necessario da non di ruolo.Credo che se oggi si vuole mettere in piedi un sistema di reclutamento finalmente in grado di entrare a regime e di soddisfare alle esigenze della scuola, occorra riconsiderare seriamente tutte le cause che hanno determinato i fallimenti verificatisi almeno dal 1974 ad oggi. Ciò al fine di non riprodurre i medesimi errori e di non praticare le medesime nefaste scelte politiche che li hanno determinati.Il fenomeno del precariato docente in Italia è vecchio come la storia dello Stato unitario. Inizia con la legge Casati del 1859 e prosegue ininterrottamente fino ad oggi, dipendendo dalla considerazione con cui le classi dirigenti hanno sempre guardato al ruolo della scuola nella società e alla necessità di tenere a bada e sotto controllo l’accesso delle masse popolari all’istruzione. Alla base del suo permanente manifestarsi, si collocano una serie di fattori non sempre organicamente e unitariamente analizzati quali le modalità di formazione universitaria dei docenti, le procedure concorsuali di reclutamento e la convenienza di tenere in vita strumenti di controllo sociale e di sottogoverno nella gestione di fasce consistenti delle nuove intellettualità di massa.Non è argomento troppo difficile da documentare quello che riguarda la mai risolta questione della formazione universitaria che, nata quando gli studi pedagogici e psicologici quasi non esistevano, passa attraverso la concezione gentiliana, lungamente accreditata, del “chi sa insegni” e le successive esperienze del Magistero, per giungere ad un primo tentativo organico di soluzione  solo nel 1998 (Legge 315/1998 e D.M. 26 maggio 1998), con le SSIS di Luigi Berlinguer.Così pure è abbastanza noto, meno che alla Gelmini, che il sistema concorsuale per titoli ed esami casatiano si consolida nel 1908, con il R.D. dell’8 agosto, con il modello delle tre prove -scritta, colloquio e saggio didattico- per giungere sino alla riforma Gentile del 1924, che lo salda al concorso per l’abilitazione all’insegnamento. In tutto questo periodo, i docenti precari e in particolare i maestri sono gestiti dal sistema politico-clientelare, i concorsi, ad eccezione di quelli magistrali, non si effettuano se non con il contagocce, e restano memorabili le invettive di Salvemini a cavallo tra le due guerre e sotto il fascismo, contro il sistema di sfruttamento politico ed elettorale di questa realtà.Il fenomeno riprende e si sviluppa nel secondo dopoguerra. Nei primi anni sessanta di fronte ad uno sviluppo impetuoso della scolarità esso assume drammatiche dimensioni di massa.Si arrivò così, nel 1962, alla riforma della scuola media unificata, senza che le classi dirigenti, che subiscono e frenano l’accesso all’istruzione delle masse popolari, si pongano il problema di creare le condizioni per fare fronte adeguatamente alla necessità di un cosi vasto e qualificato reclutamento. Le conclusioni della Commissione d’indagine del 1962, che prevedevano il numero programmato e l’abilitazione in sede universitaria, non ebbero alcun seguito legislativo. Le cause e le responsabilità di queste mancate riforme si possono rinvenire facilmente se si confrontano le conclusioni della Commissione con l’opposizione manifestata dal Consiglio Superiore della pubblica istruzione, dal CNEL e dalla burocrazia ministeriale: erano in ballo il destino dei centri didattici, quello delle scuole  e degli istituti magistrali, la formazione e l’abilitazione universitaria per i docenti delle scuole private.Da quel fallimento derivò nei primi anni Settanta la scelta, praticamente obbligata, di realizzare le abilitazioni fuori dall’università e in condizioni di emergenza, con i corsi abilitanti gestiti da Ministero dell’istruzione che avrebbero dovuto operare fino alla riforma universitaria (legge n.1074 del 6 dicembre 1971). Secondo l’art 8 della medesima, ai concorsi a cattedre normali potevano partecipare sino al 30 settembre 1974 anche gli insegnanti non abilitati.In tutto questo periodo, per l’esattezza dal 1957, quando con una scelta sbagliata e direi tragica, compiuta con la legge n.1440 del 15 dicembre 1955, l’esame di Stato per l’abilitazione viene separato da quello di concorso, fino alla legge n.571 del 26 luglio 1970 con cui si sospendono gli esami di abilitazione all’insegnamento sino all’approvazione di nuove norme sui corsi abilitanti in sede universitaria, si crea, nella scuola secondaria in modo particolare, una massa di oltre centomila insegnanti non di ruolo, solo in minima parte abilitati. Per una parte di questi ultimi, quelli con due anni d’insegnamento, si provvederà all’immissione in ruolo con leggi speciali quali la n. 603/66 e la n. 468/68.Non si trattò, come spesso viene erroneamente presentata, di una sanatoria ope-legis, ma di una prima forma di concorso per titoli, perché si trattava di abilitati con un regolare concorso, molto simile al concorso ordinario per il reclutamento, con prove scritte e orali e una lezione didattica. Anche i corsi abilitanti dell’epoca si concludevano con esami e con un relativo punteggio.

Già nel periodo richiamato si manifestarono le principali incongruenze di quella situazione che ancora oggi permangono sul tappeto.La mancata formazione universitaria e soprattutto il mancato abbinamento alla medesima del percorso abilitante, imponeva di prevedere un istituto abilitante, autonomo dal concorso, o in alternativa un modello che includeva l’abilitazione nel concorso.Nel primo caso si pregiudicava lo svolgimento dei concorsi ordinari favorendo quelli per titoli riservati agli abilitati. Nel secondo caso se ne impediva di fatto lo svolgimento. Tale modello di reclutamento si realizzò solo nel 1999.Il primo organico sistema di reclutamento è nato nel nostro paese nel 1974 con il decreto delegato (n.417) sullo stato giuridico. Ma esso non è mai entrato effettivamente in vigore. Infatti, prevedeva un concorso ordinario per titoli ed esami ed un concorso per soli titoli. Prevedeva una futura formazione universitaria per tutti i docenti e l’abilitazione come requisito di accesso ai concorsi. Poiché all’epoca preesistevano al nuovo reclutamento molte graduatorie di immissione in ruolo di docenti abilitati, con determinati requisiti di servizio che lo stesso decreto delegato (art. 17) si preoccupò di sistemare, dei concorsi ordinari si fece poco e nulla e il doppio canale fu addirittura abrogato (l.463//78) senza che fosse mai entrato in vigore.I concorsi ordinari, tranne che per un certo periodo nella scuola primaria, non vengono banditi, perché si ritenne di poter realizzare risparmi nella spesa per il personale favorendo la crescita del precariato. Così altre graduatorie nel frattempo si formano con i nuovi corsi abilitanti che sono previsti nel 1982 dalla legge n. 270. Con  tale legge si ribadisce il concorso ordinario e l’abilitazione quale requisito di accesso, che però può essere conseguita nel concorso medesimo almeno sino alla riforma universitaria. Il doppio canale rinascerà ufficialmente con la legge 315/89. Il Testo Unico del 1994 (Dlgvo 247) non può che registrare tale situazione.Con la legge 124/99, il concorso ordinario continua ad avere almeno provvisoriamente (legge 341/90 e DI n.460/98) un valore abilitante e si reintroduce un sorta di doppio canale, ricollocando in graduatorie provinciali permanenti tutti i docenti inseriti nelle graduatorie derivanti dalle precedenti leggi speciali e prevedendo il permanente inserimento nelle medesime degli idonei di quel concorso e dei successivi.Ha rappresentato una scelta di estrema gravità quella compiuta con la legge 124/99, quando nelle graduatorie permanenti, anche per dare uno sbocco ai laureati delle SISS e del corso di laurea per la scuola primaria, in assenza dei concorsi ordinari, è consentito di entrare a tutti i docenti comunque abilitati a prescindere dal requisito di servizio (360 giorni nella scuola statale) che nel passato aveva regolato i vari tipi di  graduatorie permanenti realizzate in seguito alle leggi speciali.Entrano in quelle graduatorie, quindi, anche tutti i docenti abilitati in servizio nelle scuole private. Fino ad un certo punto è consentito anche l’accesso al personale di ruolo che, in possesso dell’abilitazione  vuole conseguire un diverso insegnamento!Con la legge finanziaria 2007  le graduatorie permanenti sono state bloccate (tranne qualche sporadica eccezione) e messe ad esaurimento.Nel 2009 viene abrogato il sistema abilitante di formazione universitaria SISS.Nel 2010 entra in vigore la nuova formazione e abilitazione universitaria: laurea magistrale quinquennale con tirocinio dal secondo anno per la scuola primaria e dell’infanzia e il TFA, per la scuola secondaria, al termine di un corso di laurea magistrale biennale.Si sono venute così a creare (anche se il percorso universitario potrà nel futuro subire qualche aggiustamento) le condizioni per tentare di realizzare, finalmente, un sistema organico di formazione e reclutamento che alla qualità dei docenti sia in grado di associare la possibilità di assumere in servizio solo i vincitori di concorso che hanno realizzato uno specifico percorso formativo ed abilitante.Fino ad oggi l’assetto degli organici, con la previsione di un organico di diritto e di uno di fatto, non ha consentito di assegnare ai concorsi una buona parte dei posti disponibili per le nomine non solo nell’organico di fatto, ed ha rappresentato una delle cause maggiori del riprodursi del fenomeno del precariato (altro che ammortizzatore sociale secondo l’erronea e infelice interpretazione della Gelmini).Con l’art. 50 della recente legge sulle semplificazioni, si sono poste le premesse per la realizzazione di un organico funzionale dell’autonomia che comprenda tutte le attività di insegnamento comunque configurate e le inserisca nel relativo organico funzionale delle scuole e delle reti di scuole. Emerge, da queste sommarie considerazioni, quella che è stata certamente la maggiore causa del fallimento della normativa sul reclutamento finora vigente: il mancato rispetto, almeno dal 1999, della cadenza (triennale) nell’indizione e nello svolgimento dei concorsi ordinari.Non si sono fatti più i concorsi perché avrebbero potuto parteciparvi solo gli abilitati, ma quando gli abilitati delle Siss e della laurea magistrale furono disponibili, invece che destinarli al Concorso ordinario, furono incanalati nelle graduatorie provinciali allora permanenti.Dalla vicenda sopradescritta derivano, a mio parere, i seguenti insegnamenti da tenere presente affinché nei prossimi anni si possa finalmente realizzare quel sistema di formazione e reclutamento dei docenti che si è perseguito invano nel corso di almeno un quarantennio:a) la biennalità dei concorsi ordinari  deve essere assolutamente garantita;b) l’abilitazione all’insegnamento deve essere strettamente collegata alla formazione universitariac) tutti posti d’insegnamento disponibili, compresi quelli necessari per coprire le supplenze , devono essere inseriti nel nuovo organico funzionale dell’autonomia e assegnati ogni anno, con i concorsi e, fino al loro esaurimento, con le GAE, a personale con nomina a tempo indeterminato.Tutto questo si può fare, e sarà uno dei più significativi banchi di prova dei nuovi governi del paese.