La via per la crescita: ridurre la spesa, investire in conoscenza.
Quando l’economia cresce, l’Italia cresce la metà dei partner europei. Con la crisi degli ultimi anni, siamo arretrati del doppio, e, nel decennio berlusconiano, ci siamo addirittura classificati penultimi, rispetto al resto del mondo, per la crescita economica (dietro di noi solo Haiti). Per cambiare registro e crescere come e più degli altri abbiamo una sola via: competere su innovazione e capitale umano, investire in istruzione, università, ricerca. Invece investiamo in università e ricerca poco più della metà della media UE (0,8% del PIL, contro 1,3%) e il governo Berlusconi, mentre bruciava 6 miliardi tra Alitalia e tagli dell’ICI per i più abbienti, ha tagliato oltre 1 miliardo in 3 anni, ovvero il 20% delle risorse. Nel mentre, gli altri investivano: in Germania 8 miliardi, in Francia 24 miliardi, in Gran Bretagna + 4% all’anno. Ci impegniamo a ridurre il peso della spesa pubblica sul bilancio dello Stato, ma per reinvestire su istruzione, università e ricerca, fino a raggiungere la media europea.
Il governo di centrodestra non ha creduto nell’università e nella formazione dei giovani.
La legge Gelmini rende l’università più iniqua: nessun progetto per garantire ai giovani il diritto allo studio, un percorso lunghissimo e incerto per diventare professori. Peggiora la qualità dell’università, diminuiscono le opportunità di frequentarla (negli ultimi 6 anni le immatricolazioni sono calate del 14%), i ragazzi più fortunati vanno sempre più a studiare all’estero, i ricercatori di qualità sono costretti a fare la stessa cosa. Tutto questo provoca un’enorme perdita di talenti per l’Italia. Di contro il governo Berlusconi ha dichiarato che «l’iscrizione di massa dei diplomati all’università non risponde alle reali esigenze del mondo del lavoro», e nel Programma nazionale di riforme annuncia che continuerà a ridurre gli investimenti in istruzione. Scelte disastrose e del tutto sbagliate: per raggiungere gli obiettivi europei dovremmo raddoppiare, entro il 2020, il numero dei laureati. Per evitare che il numero degli iscritti all’università continui a calare e per riattivare la mobilità sociale è necessario riprendere a investire, partendo dagli studenti e dal diritto allo studio.
Le nostre proposte per l’università: studenti, docenti, regole.
Mentre la legge Gelmini blocca per mesi le università, noi prendiamo un altro impegno:rilanciare l’università come luogo centrale della ricerca e come pilastro essenziale per la qualificazione dei giovani e del rilancio dello sviluppo. Servono poche regole che diano equità, opportunità, qualità.
Più laureati e più mobilità sociale: merito e opportunità col diritto allo studio.
In Italia gli studenti coperti sono circa 150.000, in Francia e Germania oltre 550.000, e lo Stato riduce le risorse del 90% in tre anni. Già ora oltre il 20% di chi ne ha diritto non ha una borsa di studio, il 50% non ha un alloggio. La Legge Gelmini istituzionalizza la cancellazione del diritto allo studio. Come dice la Costituzione, i “capaci e meritevoli”, qualunque sia la loro condizione di partenza, devono poter completare gli studi. Gli studenti devono essere liberi di scegliere l’ateneo nel quale iscriversi, eliminando i costi indiretti. Perché il diritto allo studio sia effettivo le borse di studio devono essere obbligatoriamente assegnate a tutti gli aventi diritto (oggi non è così). Proponiamo che lo studente abbia uno status con diritti chiari: assistenza sanitaria, trasporti, alloggi (con un piano straordinario per le residenze universitarie). Oltre al diritto allo studio, il merito: proponiamo 10.000 borse di studio da 10.000 euro ciascuna per il sostegno agli studenti meno abbienti e più meritevoli.
Abbiamo bisogno di docenti di qualità, con regole d’ingresso e una carriera fondata sul merito.
Con la legge Gelmini, il blocco del turn-over ridurrà il numero dei docenti di ruolo in pochi anni del 50%. I percorsi restano lunghi e incerti: oltre 12 anni di precariato prima di sperare di entrare nella carriera universitaria. Non ci sarà la possibilità di concorso agli oltre 50.000 precari della ricerca. I migliori talenti continueranno a fuggire dall’università. Il PD propone:

  • un contratto unico di ricerca per i rapporti a tempo determinato, con compensi equi e diritti sociali e previdenziali;
  • accesso rapido alla carriera dal primo contratto triennale a tempo determinato;
  • ruolo unico del professore, progressioni e compensi basati sul merito;
  • no al nepotismo e spazio ai giovani tramite lo sblocco del turn-over e l’impiego delle risorse per nuovi professori e nuovi ricercatori;
  • ricambio generazionale, per portare l’età media dei docenti in linea con gli standard internazionali ed età di pensionamento a 65 anni, come nel resto d’Europa.

Servono poche regole chiare per il sistema universitario e nel governo degli atenei.Servono un’autonomia vera e libertà di organizzazione per gli atenei, oltre ad una valutazione severa per l’assegnazione di almeno il 50% delle risorse. Bisogna premiare chi produce migliori risultati didattici e di ricerca. Proponiamo rigidi criteri di accreditamento, contro gli atenei fantasma e la trasformazione delle università telematiche in vere e proprie università (come avrebbe voluto il governo Berlusconi).

Più investimenti in ricerca ed innovazione. Docenti di qualità. No al nepotismo. No al precariato. Sostegno agli studenti capaci e meritevoli.