Foto di Alessandro Paris / Imagoeconomica

Presidente Renzi, molti hanno stigmatizzato il clima violento della campagna elettorale, lo scambio di accuse, gli insulti…
 
«Personalmente giudico la campagna elettorale un’esperienza davvero molto bella. Abbiamo discusso, parlato, dibattuto ovunque. Ovunque. Non solo nei salotti televisivi, ma anche nei salotti delle case, nelle famiglie, sui luoghi di lavoro. La Costituzione è entrata nella vita quotidiana e io ne sono felice. Certo: quando c’è un referendum la polarizzazione Sì-No è ovvia, direi inevitabile».
 
Lei la giudica una bella campagna elettorale, ma anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dovuto fare un appello per riportare la calma. L’atmosfera non è delle migliori.
 
«Rispondo di me, non di Grillo. Lui ha usato parole durissime: scrofa ferita, serial killer, menomato morale. Lui annuncia denunce proprio nelle ore in cui i suoi deputati sfilano nei palazzi di giustizia avvalendosi della facoltà di non rispondere: curioso contrappasso per i cultori della trasparenza passare dallo streaming assoluto al silenzio davanti ai magistrati. Ma noi non dobbiamo cadere in questa trappola e dobbiamo rimanere sul quesito».
 
Del quesito, per la verità, hanno parlato in pochi, tra un insulto e l’altro.
 
«Questo Sì e questo No saranno pesanti. Molto pesanti. Decideranno i prossimi vent’anni. Spero che siano pensati oltre che pesanti. Non è un gioco di parole: è che quando si arriva al punto che un leader come Grillo chiede ai suoi di “non votare con il cervello”, se no votano Sì, siamo già oltre ogni immaginazione. Io chiedo, invece, agli italiani un Sì di testa, un Sì di cuore. No agli insulti, sì ai ragionamenti».
 
Presidente, lei dice spesso che questo non è un referendum sul suo personale destino. Ma fino al ar dicembre, data entro la quale deve essere approvata la Stabilità, il suo futuro e quello dell’Italia coincidono. Che fa, se vince il No si dimette e lascia il Paese senza questa legge e si va all’esercizio provvisorio?
 
«Non c’è nessuna ipotesi di esercizio provvisorio, anzi. Questa legge di Stabilità è una signora legge di Stabilità, l’economia va meglio, siamo al più uno per cento di crescita; un risultato che anche autorevoli opinionisti ritenevano impossibile. C’è tempo, dunque, per una rapida approvazione parlamentare, nessun rischio, nessun pericolo. Io non sono preoccupato per me. Ho avuto molto dall’esperienza politica, molto più di quanto avrei mai immaginato. Non ho bisogno di aggiungere una riga al mio curriculum: quando hai fatto il presidente del Consiglio devi solo dire grazie e inchinarti alla bandiera. Ma sono preoccupato per i miei figli. Mi piacerebbe che crescessero in un ambiente che non odia la politica. Che non dovessero assistere ai tali( show in cui si parla della casta, cioè del sistema politico più costoso d’Occidente. Che non avessero complessi rispetto al sistema burocratico di altri Paesi europei, molto più efficiente e semplice. Vorrei per loro un’Italia più facile da leggere, da capire e più forte. E questa riforma può davvero fare la differenza».
 
Presidente Renzi, lei ha detto che comunque vada a finire nelle urne, sia che abbiano la meglio i No, sia che invece il successo sia dei Sì, vincerà la democrazia. Però non si può negare che i mercati e gli osservatori internazionali sono in fibrillazione nell’eventualità che il No conduca all’instabilità.
 
«Rischi economici? Inutile girarci attorno. Se vince il Sì, l’Italia è più forte. Se vince il No, il rischio salto nel buio è sotto gli occhi di tutti. Non mi preoccupano i mercati internazionali, no: mi dispiacerebbe, piuttosto, per i mercati donali, per chi fa la spesa, per chi difende il suo potere d’acquisto, il suo risparmio. L’allarme dei giornali internazionali sulle banche o penso all’Economist sulla possibilità di un governo tecnico il giorno dopo è fisiologico: non condivido, ma rispetto il giudizio dei grandi media globali. Quello che è certo è che questo referendum sarà importantissimo. E se vinciamo possiamo dare le carte in Europa, a cominciare dalla sfida sull’immigrazione e sulla crescita».
 
Presidente, lo sa che ancora non si è mica capito se, in caso di sconfitta dei Sì, lei si dimette oppure resta al governo?
 
«Posso garantire la stabilità. Ma non sarò mai il garante dell’immobilismo. Col mio governo il Paese si è rimesso in moto. Io non sarò mai uno dei tanti che si barcamena per conservare uno strapuntino al sole. Sono diverso dalla generazione di politici che ha attraversato tante stagioni del nostro Paese. Se possiamo continuare a cambiare, io ci sono. Se dobbiamo tergiversare e galleggiare, sicuramente ci sono molte persone più brave di me».
 
Massimo D’Alema l’ha paragonata a Bettino Craxi. Ha detto che alla fine, quando vinceranno i No toccherà a lui difenderla, proprio come fece con lo scomparso leader socialista che si era rifugiato in Tunisia. Che impressione le ha fatto questa affermazione?
 
«D’Alema? Lo ricordavo giovane politico riformista, adesso è l’alfiere dei No a tutto. Una poltrona, ricevuta o mancata, produce trasformazioni profonde. Ho visto che è andato a fare comizi anche in chiesa, nei santuari. Ha detto che la Madonna è con loro. Personalmente sono affezionato al principio: scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Da credente, sono certo che Nostro Signore ha questioni più importanti di cui occuparsi che non il referendum costituzionale italiano».
 
Per la verità Massimo D’Alema le ha tirato anche un’altra frecciata. Riguarda i sui rapporti con l’attuale governo di Israele.
 
«Quanto alla critica sulla mia amicizia con il premier Netanyahu, sono un amico del popolo di Israele e lavoro come tutti alla soluzione “due popoli, due Stati”. Se dico che è un errore il boicottaggio universitario contro le università israeliane o certe vergognose polemiche antisemite non mi devo certo vergognare, anzi: ne vado fiero».
 
Presidente, alla fine lei ha dato il «via libera» a una proposta di riforma dell’Italicum che non prevede il ballottaggio. Ma senza il doppio turno, essendoci ormai tre poli, il rischio è che la sera delle elezioni non ci sia un vincitore e che si sia costretti ad andare avanti con governi di larga coalizione.
 
«Del ballottaggio e della legge elettorale parleremo dopo il referendum. Da qui a domenica, però, per cortesia, concentriamoci sulla scheda elettorale: lì c’è il quesito. E quando i sondaggi erano ancora pubblicabili ve ne erano alcuni che dimostravano come la semplice lettura del quesito che può avvenire anche in cabina produceva un travaso di almeno tre punti percentuali dal No al Sì. Parliamo di quello, vi prego, non cambiamo argomento».
 
Romano Prodi ha detto che si sente in dovere di votare Sì, ma ha criticato la riforma e anche il suo modo di intendere la leadership «solitaria ed escludente». Dica la verità, ci è rimasto male?
 
«Romano Prodi è il padre dell’Ulivo. E poche esperienze hanno proposto una riforma organica delle istituzioni come le Tesi dell’Ulivo del 1996. 11 suo voto positivo mi allarga il cuore, come quello di altri protagonisti di quella stagione a cominciare da Arturo Parisi e Walter Veltroni. E un Sì critico? Certo. Non sarà il solo Sì critico. L’adesione a un referendum non è mai dogmatica: si vota soppesando i pro e i contro. E si bilanciano i giudizi. Così ha fatto Prodi, così faranno molti italiani che magari non considerano questa la riforma perfetta ma tuttavia scelgono il Sì. Altrettanto stanno facendo molti liberali e moderati: alla fine questa riforma è una riforma che fa fare all’Italia un autentico passo in avanti. Fermarsi adesso farebbe del male alle nostre istituzioni, alla nostra economia, alla nostra società».
 
Siccome non si vive di solo referendum, ieri sono arrivati anche i nuovi dati Istat sull’occupazione: l’avranno soddisfatta.
 
«Passare dallo zero meno a uno è un primo risultato, va un po’ meglio di prima quando c’erano governi tecnici e tecnocratici ma la strada è ancora lunghissima. Vorrei che la percorressimo tutti insieme tagliando qualche poltrona nei palazzi romani e creando qualche posto di lavoro in più specie al Sud».
 
Tornando al referendum: la accusano di aver chiuso l’accordo con gli statali proprio adesso allo scopo di acquistare consensi. 85 euro per un Sì, dicono.
 
«Si è chiuso quando si poteva chiudere, non è una misura elettorale, come ha detto la segretaria della Cisl Furlan è il risultato che conta».
 
Il capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta dice che però i soldi non ci sono e che quindi questa è una presa in giro.
 
«Quando lo dice porta bene: sono due anni e mezzo che dice che faremo manovre correttive e oggi il Pil lo ha smentito per l’ennesima volta. La crescita c’è e arriva a11’1%. Brunetta ha bloccato il contratto dei dipendenti pubblici e noi lo sblocchiamo: è una bella cosa sbloccare quello che Brunetta ha bloccato. Sbloccare un Paese che è stato completamente per tanto, troppo tempo, bloccato».