Roberto Giachetti

“Al centro del mio Pd lavoro e tasse più basse. Se vinco le primarie sarò il candidato premier. Bene il listone di Calenda”

 

 

Giachetti, lei è l’unico candidato che rivendica la stagione riformatrice di Renzi. Qualche errore commesso?

«Solo chi non fa non sbaglia e infatti il Paese è finito in ginocchio per le mancate scelte di decenni. Detto questo, di errori ne abbiamo compiuti, ma lo straordinario lavoro fatto emerge plasticamente guardando quello che hanno fatto quelli oggi al governo».

 

Ne citi uno specifico magari.

«La personalizzazione del referendum, la legge elettorale, fare la commissione banche in piena campagna elettorale. Errori che non mettono in discussione quello che abbiamo fatto».

 

Allora perché gli elettori vi hanno mollato?

«Per tre ragioni. La prima il vento che spirava in Europa: in Francia i socialisti sono spariti, in Germania sono stati scavalcati dai Verdi, in Spagna sappiamo come sta andando. Il vento ha colpito anche l’Italia. Secondo, c’è stata una campagna fatta solo di propaganda in cui si davano risposte semplici a problemi complessi. Ma appena sono arrivati al governo, la realtà si è fatta carico di smentire le promesse. Basti pensare a Quota cento. Dove è finita la fiat fax? Terzo elemento, il fuoco amico, gente che cannoneggiava il lavoro fatto, costituendo comitati per il no al referendum. Come si pensa che non abbia inciso sul risultato?».

 

Per questo non vuole rivedere i fuoriusciti nel Pd?

«Hanno lavorato per cinque anni per demolire una leadership votata da milioni di cittadini, spesso votando contro. Anche io sono stato spesso in minoranza, ma quando si è trattato di votare mi uniformavo sempre alle decisioni di maggioranza. Come nel caso del “no” alla legalizzazione della cannabis, di cui ero pure primo firmatario».

 

Quando era in maggioranza criticò gli scissionisti. Ora lei minaccia di andarsene. Non è una contraddizione?

«C’è una distinzione netta. Io no una storia e sono sempre stato dentro quando facevo battaglie di minoranza. Ma se il Pd prende la strada di un accordo con M5S, è una cosa contraria ai miei principi e valori. La differenza tra me e loro, è che io non resto dentro il partito a fare la guerra se è una decisione che si prende a maggioranza. Io non vivo la politica come una caserma, se mi ritrovo ci sto, se no me ne vado».

 

Se vincesse lei, Renzi che ruolo avrebbe nel Pd? E Gentiloni, di cui è stato politicamente un sodale per due decenni?

«Renzi continuerà a fare ciò che fa e ciò che vuole. Ora è la punta di diamante dell’opposizione in Parlamento. E per quel che riguarda Paolo, non lo deve
chiedere a me, il suo ruolo è legato a quel che deciderà la mozione di Zingaretti, che lui ha deciso di appoggiare».

 

Alle Europee col simbolo Pd o con un listone europeista sul modello Calenda?

«Ho sottoscritto il documento Calenda. Specie la proposta su quale Europa vogliamo. Giusto fare il listone ma il simbolo Pd deve rimanere. Ma pongo un problema politico: se siamo eletti, dove andiamo? In quale delle famiglie europee?»

 

E se ci fossero le politiche tra sei mesi, il Pd come dovrebbe affrontare la battaglia?

«Con il suo simbolo e contemporaneamente con alleanze analoghe a quelle fatte alle scorse politiche. Non vedo francamente altre forze con cui unirsi. Quando si parla di civismo si parla di qualcosa che si pratica da decenni a livello locale, ma in questo caso? In ogni modo, ci deve essere un Pd forte che traina l’alleanza».

 

In pillole, il suo programma per il partito e per il Paese?

«Difendo il progetto del Pd a vocazione maggioritaria. E la coincidenza del ruolo di candidato premier con quello di segretario del partito, cosa che Zingaretti mette esplicitamente in discussione. Per il Paese, mi concentrerei sull’emergenza lavoro, proseguendo sulla linea di tasse più basse. Poi sulla povertà, sull’ istruzione e formazione».

 

Un candidato premier per il centrosinistra?

«Le regole del nostro statuto parlano chiaro. Se vinco le primarie, sono io il candidato premier».