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È il capo dei turborenziani, per difendere l’ex segretario e i suoi anni al governo si è candidato alle primarie con l’ambizione di rilanciare quell’esperienza.
 

Onorevole Giachetti, ci sveli l’arcano: se lei non vince, Renzi esce dal Pd?

 
«Matteo ha già detto in tutte le forme possibili che non se ne andrà, in questa fase è il più esposto nell’opposizione ai grillo-leghisti, dal punto di vista della logica politica se avesse voluto farsi un partito suo sarebbe uscito prima delle Europee: il test migliore per pesarsi, trattandosi di elezioni con sistema proporzionale puro, in cui conta molto l’opinione sul leader».
 

Ma può sempre accadere, magari se non gradirà le mosse del nuovo segretario?

 
«Come qualsiasi militante voterà alle primarie e guarderà a quanto succede nel Pd subito dopo. Lui stesso ha detto l’altra sera a Torino: “Per fortuna tutti i candidati hanno escluso ogni tipo di accordo col M5S“. E io rivendico che se ora c’è questa nettezza è perché mi sono esposto io: prima la posizione degli altri due non era così chiara».
 

Renzi però non ha detto per chi voterà: vuole tenersi le mani libere?

 
«Renzi è diventato l’alibi e l’ossessione di tutti. Se prende posizione è perché vuole sfasciare il Pd, se non la prende è perché vuole sfasciare il Pd. Per 5 anni ha fatto tanto per il partito ma è stato boicottato, ora preferisce evitare un suo impegno diretto: io lo rispetto».
 

Se lui si fosse schierato, lei avrebbe avuto più chance?

 
«No, perché io e Anna Ascani siamo gli unici ad avere una posizione di rivendicazione limpida del lavoro svolto da lui e Gentiloni al governo».
 

Ma allora perché gli elettori vi hanno punito?

 
«Per tre ragioni: il vento che spirava in tutta Europa e che ha portato a far sparire i socialisti in Francia, i socialdemocratici in Germania e Olanda, colpendo infine anche in Italia. Secondo: c’è stata una campagna elettorale drogata dalla propaganda, fatta di promesse roboanti oggi smentite dalla realtà. Terzo: quando per 5 anni all’interno del tuo partito ti sottopongono a un bombardamento termonucleare…».
 

Ma non ha iniziato Renzi con la rottamazione?

 
«Quella era un’indicazione politica, legittimata da un segretario eletto da due milioni di persone: una esigenza da tempo presente nel Pd. E poi non è che Franceschini o Gentiloni sono stati impiccati: hanno avuto dei ruoli, nel partito e nel governo. Era una rottamazione che chiedeva rinnovamento, non faceva tabula rasa. I comitati per il “no” al referendum non li hanno promossi Berlusconi, Salvini e Grillo, ma Bersani, Speranza e D’Alema. Gli stessi che la notte del 4 dicembre brindavano a champagne mentre i nostri militanti piangevano nelle sezioni».
 

I sondaggi dicono che vincerà Zingaretti.

 
«I sondaggi non ci acchiappano mai, figuriamoci con le primarie».
 

Sì, ma voi renziani uscite o restate?

 
«È abbastanza singolare che Nicola dica a Repubblica “chiudiamo con la stagione delle guerre” e subito dopo che “Martina e Giachetti rappresentano una stagione di sconfitte”. C’è quanto meno una contraddizione, sono parole che non corrispondono all’intenzione di non creare divisioni. Perciò non mi fido: su questo e su tutto il resto».
 

Quale resto?

 
«C’è un mood nell’esposizione zingarettiana per cui con una mano si sostiene una cosa e con l’altra la si nasconde. Vale pure per il rapporto con il M5S e con quelli che io chiamo “gli scappati di casa”. Da una parte Smeriglio dice: bisogna riprendersi D’Alema e Bersani. Dall’altra Nicola chiede: chi l’ha detto? Ma come chi l’ha detto? Il portavoce della tua mozione. Un giochetto da prima Repubblica per coprire l’intero spettro del posizionamento politico a proposito di nuovo che avanza».
 

Quali sono le vostre condizioni per restare nel Pd?

 
«Per me un partito non è una caserma, non significa avere le catene. Anche con Bersani ero in minoranza, ma esisteva una cornice condivisa. Se accadrà di nuovo, zero problemi. Se invece si vuole tornare indietro, riaprendo il Pd a coloro che l’hanno distrutto o a un accordo con i M5S, io toglierei il disturbo. Certo non rimarrò dentro a fare la guerra termonucleare al segretario eletto, come è stato fatto ad altri».
 

Alle Europee si va con il listone di Calenda e senza simbolo Pd?

 
«Intanto chiudo proprio con Carlo la mia campagna elettorale, insieme a tutti i ragazzi coraggiosi che mi hanno sostenuto. Il tema Europa è centrale e sono anche favorevole al listone, a patto di capire con chi, ma il simbolo deve rimanere, è un valore aggiunto. Io l’ho messo anche sulla mia mozione, a differenza degli altri che l’hanno nascosto».