Imagoeconomica

«Quando ho dato la mia disponibilità alla candidatura sulla base dell’appello di tanti sindaci e di molti militanti che mi hanno incoraggiato e che io ringrazio moltissimo, quella scelta poggiava su due obiettivi: unire il più possibile il nostro partito e rafforzarlo per costruire un’alternativa al governo nazionalpopulista».
 

È durata 18 giorni la corsa di Marco Minniti alla segreteria del Pd. In meno di tre settimane l’ex ministro ha presentato e ritirato il suo impegno in uno show down improvviso.

 
«Resto convinto in modo irrinunciabile che il congresso ci debba consegnare una leadership forte e legittimata dalle primarie. Ho però constatato che tutto questo con così tanti candidati potrebbe non accadere. Il mio è un gesto d’amore verso il partito».
 

Mi scusi, non può essere solo questo. Non può essere che in una ventina di giorni sia cambiato così radicalmente lo scenario. Cosa è successo?

 
«Si è semplicemente appalesato il rischio che nessuno dei candidati raggiunga i1 51 per cento. E allora arrivare così al congresso dopo uno anno dalla sconfitta del 4 marzo, dopo alcune probabili elezioni regionali e poco prima delle europee, sarebbe un disastro».
 

Questa però era una probabilità nota.

 
«No, e se noi accettassimo l’idea di eleggere un segretario non “eletto” dalle primarie allora accetteremmo anche l’idea di un partito che sia solo una confederazione di correnti. Sarebbe la prima volta che un segretario del Pd viene eletto senza la maggioranza. Questo è un gigantesco problema politico».
 

Perchè?

 
«Ci sono alcuni dati che non posso ignorare. Abbiamo un governo che in sei mesi ci ha portato a un passo dalla recessione. Provoca un conflitto con l’area produttiva del Paese e ha aperto uno scontro con l’Europa. Ha approvato un decreto sicurezza che io definisco “insicurezza”. È fonte di conflitti istituzionali dal caso della nave Diciotti fino allo scontro con il procuratore Spataro. Serve un Pd unito e forte, in grado di tornare nella società italiana».
 

Ma forse il dato determinante è che Renzi non ha mai speso una parola in questi giorni per smentire la scissione?

 
«Le scissioni sono sempre un assillo. Sappiamo perfettamente che il Pd ha pagato un prezzo durissimo. Ha pagato un prezzo altissimo a congressi cominciati e mai finiti. Spero che non ci sia alcuna scissione, sarebbe un regalo ai nazionalpopulisti».
 

Qualcuno potrebbe dire che ha avuto paura.

 
«Paura? La mia storia personale dimostra che ho affrontato situazioni ben più impegnative di questa. Io lo faccio solo per il Pd. So che c’è il rischio di deludere chi ha deciso di concedermi un affidamento. Ma ci sono momenti in cui bisogna assumersi delle responsabilità personali. Per troppo tempo il partito si è adagiato su uno specchio deformato in cui ci si chiedeva “che faccio io? Un eccesso di personalizzazione. Ma il destino di un partito non può essere legato alle singole persone».
 

Nel Pd molti definivano “renziana” la sua candidatura. Lei ha rifiutato questa etichetta. Si aspettava una maggiore collaborazione dai renziani?

 
«La mia decisione è indipendente dall’affetto politico che si è manifestato. Io ero in campo per difendere il nucleo riformista del Pd e arrivare ad un esito legittimante. Il resto non esiste».
 

Ne ha parlato con Renzi?

 
«Non ci siamo sentiti».
 

Insisto: ha avuto un peso il fatto che Renzi non abbia trovato il tempo di smentire la scissione?

 
«Spero davvero che nessuno pensi a una scelta del genere. Si assumerebbe una responsabilità storica nei confronti della democrazia italiana. Questo passaggio va oltre la cronaca. Indebolire il Pd significa indebolire la democrazia italiana. Mai come adesso rischiamo uno slittamento. Mai come adesso le differenze tra i partiti sono tanto nette».
 

Come negli anni che hanno preceduto il fascismo?

 
«La storia non si ripete mai nella stessa forma. Ma è vero che dal ’48 in poi mai la differenza sul modello di società e sui valori è stata così ampia».
 

A questo punto al congresso per chi voterà?

 
«Oggi è il momento di una scelta impegnativa. Parteciperò al congresso con lo stesso spirito: arrivare ad un approdo il più unitario possibile».
 

Se questo è l’intento chiederà anche ad alcuni degli altri sette candidati di ritirarsi?

 
«Sono scelte individuali. In questo momento voglio dimostrare che non conta il “che faccio io” ma ricostruire un gruppo dirigente».
 

C’è qualcosa che il Pd e i governi di centrosinistra hanno fatto in questi anni e che lei considera emblematico della crisi che poi si è aperta nel suo partito con le ultime elezioni?

 
«Si è rotto il rapporto tra riforme e popolo. La Buona Scuola ne è stata il simbolo. Abbiamo messo in campo dei provvedimenti importanti ma non li abbiamo fatti camminare sulle gambe degli studenti e dei docenti. Quello è stato il segno di una rottura, uno scacco politico».
 

Non c’è stato un eccesso di leaderismo?

 
«Un partito non può non avere una leadership legittimata. Non si adatta alla fase che viviamo. Poi però c’è bisogno che questo leader abbia al suo fianco un gruppo dirigente selezionato non sulla base della fedeltà ma delle qualità. Le leadership forti vanno corrette con dirigenti valutati sul merito e non sulla appartenenza. Anche per questo bisogna avere il coraggio alcune volte di fare un passo indietro. In un partito tutti dovrebbero capirlo».