Maurizio Martina, ex ministro e segretario uscente del Pd, ha scelto Bari per avviare la sua campagna congressuale. L’incontro di ieri al teatro AncheCinema inaugura, infatti, il tour in vista delle primarie del 3 marzo. Tanti i temi all’ordine del giorno, a cominciare dal simbolo del partito («un patrimonio di cui andare orgogliosi») e, naturalmente, anche dal governatore Michele Emiliano: «Se fossi pugliese nel 2020 lo voterei assolutamente» ha commentato Martina a caldo, salvo poi correggere il tiro: « In Puglia come in tutte le regioni, decide il Pd del territorio». C’è anche un riferimento alla travagliata situazione della Gazzetta del Mezzogiorno: «Vorrei esprimere la mia vicinanza ai giornalisti e a tutti i lavoratori della Gazzetta. Una voce storica del Sud Italia che non può morire nel silenzio».

 

Martina, come presenterebbe la sua candidatura al popolo dem?

 

«Penso sia la migliore proposta per unire il Pd e rompere i vecchi schemi di divisione. Mi candido con lo spirito della grande manifestazione che ho promosso a Roma a fine settembre. Per unire e rilanciare la nostra sfida riformista, senza rancori e nostalgie. Senza abiure rispetto ai nostri anni di governo e sapendo che non serve nessuna ambiguità verso Lega e 5 Stelle: sono nostri avversari. Penso anche che al Pd serve un segretario che faccia solo quello, che non accumuli altri incarichi».

 

Che tipo di Pd immagina? Un soggetto autonomo o un partito al centro di una coalizione?

 

«Ho lavorato tanto alla vittoria di Milano di due ami fa e ho sempre detto che il mio modello di riferimento è quello. So come si fa. Un Pd aperto capace di promuovere una coalizione di esperienze civiche e di centrosinistra unitarie».

 

E con il M5S? Un’alleanza è possibile?

 

«Sto ai fatti. In questi sette mesi i 5 Stelle hanno votato tutti i provvedimenti del governo facendo da stampella a Salvini. Hanno votato i condoni fiscali e quelli edilizi. Hanno sostenuto le peggiori scelte in tema di immigrazione e scuola. Hanno raddoppiato le tasse al volontariato. Noi siamo e saremo sempre nettamente alternativi».

 

L’accusa che le viene rivolta è di aver fatto parte del precedente gruppo di governo. Con lei, insomma, non ci sarebbe «la svolta». Cosa replica?

 

«Quelli che lo dicono magari osannavano i nostri governi. Con franchezza, io sono orgoglioso del lavoro fatto al governo in questi anni, sopratutto ora che vedo all’opera Lega e 5 Stelle. E sono inquieto per le cose che non abbiamo saputo fare. Un partito serio analizza ciò che ha funzionato e ciò che invece ha sbagliato senza abiure dell’ultimo minuto».

 

Che giudizio si può dare, a posteriori, sugli anni del renzismo? E, quanto premier, teme una sua uscita dal partito?

 

«Lui stesso ha smentito di uscire e io gli credo. Penso che la carica riformista della nostra stagione di governo non vada persa ma al contrario rilanciata per vie nuove».

 

La maggioranza gialloverde litiga su Tav (lei oggi sarà in piazza per il «sì») e trivelle. I «no» dei 5 Stelle contro le aperture della Lega. È il nodo che può mettere in crisi il governo?

 

«È una delle tante contraddizioni enormi di un patto fra loro che si è rivelato subito un patto di potere sulla pelle dei cittadini. Un grande Paese non si può governare così».

 

Quali sono, invece, i passaggi più critici della Manovra fmanziaria?

 

«Il Sud è sparito dagli impegni di governo. Ci sono 7 miliardi in più di tasse per famiglie e imprese. Tagliano alla scuola e alle politiche sociali. Portano l’Italia in recessione. Un vero disastro».

 

Veneto, Lombardia ed Emilia chiedono competenza su 23 nuove materie e la possibilità di trattenere il residuo fiscale per finanziarle. Lei, da lombardo, cosa pensa di una forma di federalismo così radicale?

 

«La proposta dell’Emilia Romagna è sempre stata molto più seria delle provocazioni leghiste di Veneto e Lombardia. Sono approcci molto diversi. Sostengo da sempre l’idea che la riforma federalista dello Stato possa essere un’occasione anche per il Mezzogiorno se ben condotta. Per questo c’è bisogno anche del protagonismo del Sud e non bisogna lasciare il tema agli stregoni della propaganda leghista».

 

Si approssimano le Europee e i populisti paiono in salute. È fra quelli che auspicano la nascita di un «fronte responsabile» degli europeisti?

 

«Credo sia importante per noi lavorare a una lista democratica e riformista aperta e unitaria contro chi vuole distruggere l’Europa. Che parta dal Pd e coinvolga altre energie».

Infine, perché ha scelto Bari come prima tappa del suo tour? Confida nell’appoggio del sindaco Antonio Decaro?

 

«Perché è una grande realtà del paese. Non solo del Mezzogiorno. Conosco il lavoro appassionato che il sindaco Decaro ha sempre garantito ai baresi e credo sia un riferimento per tanti».