«Declassare Appia e Villa ?«Un’operazione fatta nel silenzio più Giulia è un colpo alla loro valorizzazione» totale, il mio fu un lavoro condiviso»

 

DarioFranceschini, ex ministro dei Beni culturali e firmatario della prima riforma, come vede la controriforma pentastellata passata al Consiglio dei ministri e al centro ora di polemiche?

«Da un anno osservo quello che sta avvenendo dalla mia visuale in Commissione Cultura alla Camera. Ho sempre taciuto e rispettato le scelte, anche quelle non condivisibili. Ma a tutto c’è un limite. Questa controriforma è irrazionale».

 

Le polemiche più feroci sono per i tre musei nazionali che ora vengono declassati. L’Appia Antica, il Museo Etrusco, la Galleria dell’Accademia di Firenze.

«Le dico solo che per la nostra riforma eravamo partiti dal lavoro della commissione Bray. Ho introdotto elementi nuovi, ma senza smontare quelli vecchi».

 

Eppure il ministro Bonisoli ha rivendicato il criterio della condivisione.

«Invece questa operazione è stata fatta nel silenzio più totale: non è stato neanche coinvolto il Consiglio superiore del beni culturali. Io, la riforma, l’ho portata più volte nelle commissioni parlamentari. Per scegliere i musei autonomi ho sentito esperti, come Carandini, Volpe, Baratta. Ma anche Settis e Montanari. Ora, troppe scelte discrezionali».

 

Caso per caso, la Galleria dell’Accademia.

«Ha il David di Michelangelo, una collezione straordinaria, è il museo tra i più visitati, una bravissima direttrice. Che senso ha ora declassarlo? Per accorparlo a chi?».

 

L’Appia Antica è un vero caso, col direttore Simone Quilici appena nominato.

«La scelta è stata di darle autonomia gestionale e scientifica, in un progetto di recupero di area archeologica più ambizioso del mondo. Adesso scompare».

 

E il museo etrusco di Villa Giulia?

«Un museo con la collezione d’arte etrusca più importante del mondo, un lavoro straordinario condotto dal direttore Valentino Nizzo. Non a caso stanno protestando in tanti: si è pronunciato anche Mario Torelli uno dei massimi archeologi».

 

Ma Bonisoli ha annunciato che in Finanziaria prevede 30 nuovi dirigenti.

«Se ci sono trenta dirigenti nuovi in arrivo che bisogno c’era di togliere questi tre?».

 

Con questa riforma sembrano aumentare le posizioni dirigenziali attribuite alle strutture centrali.

«Tutto sta dentro una logica di centralizzazione. Viene istituita un’unica direzione per gli appalti, viene centralizzata alla direzione generale la politica sui vincoli. Penso solo a quanto si allungheranno i tempi per attendere un parere dal ministero. Tolgono pure i consigli di amministrazione dei musei. Mi fa sorridere che il muscolare uomo del federalismo e delle autonomie, Salvini, abbia fatto passare in CdM una riforma che ricentralizza tutto in un modo macroscopico».

 

La controriforma oggi mette mano al tema dei prestiti.

«Assurdo. Il direttore di un grande useo, tipo Uffizi, Brera, Capodimonte, che deve gestire una politica di rapporti con il Louvre, Metropolitan, British Museum, non può più disporre di libertà scientifica. Deve, cioè, chiedere il permesso al ministero. Ricordiamoci che le grandi mostre si fanno sulla base degli scambi istituzionali. La riforma riduce così l’autonomia dei grandi musei, a cui noi siamo arrivati con scelte condivise. Perché in una legislatura di scontro come è stata quella precedente, molte delle scelte legate alla cultura hanno avuto una maggioranza parlamentare più vasta. Ma forse c’era da aspettarselo…».

 

In che senso?

«Il primo atto, surreale, di questo governo è stato quello di togliere il Turismo alla Cultura e dirottarlo all’Agricoltura. Per non parlare dell’accanimento contro le domeniche gratuita».

 

Su questo tema, però, gli stessi direttori dei musei si sono divisi.

«Ma le domeniche gratuite erano diventate una grande festa di popolo. Erano entrate nelle abitudini delle famiglie».

 

E Roma, in questa riforma, come ne esce?

«La riforma pesa su Roma. Declassare Appia e Villa Giulia è poco strategico. L’autonomia le metteva nelle condizioni di accelerare sulla loro valorizzazione in termini di forza attrattiva per ridistribuire i turisti, oltre Colosseo, Fontana di Trevi, Pantheon».

 

Già, il Pantheon. Con Bonisoli resta gratuito però.

«Ma il ticket al Pantheon era stato un lungo lavoro d’intesa con la Curia. Sarebbe stato un modo per avere risorse per tutelare il patrimonio. Opportunità svanite».

 

Il ministero dice che la riforma ha migliorato l’azione amministrativa, ottimizzando la spesa e garantendo risorse.

«Io penso piuttosto alla questione della rimodulazione dei fondi Cipe, visto che scompaiono fior di progetti. L’ultimo tragicamente a rischio è il recupero del carcere di Santo Stefano a Ventotene ».

 

Pd netto del documento, come misura la differenza tra questo ministero e il suo?

«Ho lavorato negli anni perché cultura e turismo diventassero centrali nel dibattito governativo. Mi dispiace che la cultura sia tornata nella marginalità che ha avuto per decenni. Avete mai sentito Di Maio, Salvini, Conte parlare di scelte di politiche culturali per il paese?».

 

Nella sua riforma c’erano dei margini di miglioramento?

«La stessa autonomia, dopo una prima sperimentazione, si poteva perfezionare. Ho sempre pensato però ad una maggiore autonomia. Dentro il sistema nazionale. Guai a dire che tutto quello che abbiamo fatto è giusto. Il problema è che quando cambi bisognerebbe almeno spiegare perché. C’è ancora spazio per un ripensamento. E invito a farlo».