Manovra, sconti fiscali a sostegno delle librerie
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Un piano nazionale per la promozione della lettura e una legge a sostegno dell’intera filiera del libro, il recepimento «il più possibile rispettoso delle specificità italiane» della normativa europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, la conferma di misure a favore di giornali e riviste. Dario Franceschini, ministro per i Beni e le attività culturali, spiega a «Il Mattino» la strategia con cui affrontare quella che ormai ha assunto la fisionomia di una emergenza culturale e civile. Era il 1986 quando Marino Livolsi pubblicò la sua ricerca sulla lettura in Italia titolandola Almeno un libro: quello che ogni italiano avrebbe dovuto leggere in un anno. L’obiettivo minimo. Oggi, secondo l’ultimo rapporto di Federculture, soltanto 23 milioni di italiani su un totale di 60,6 leggono almeno un libro in un anno, l’1 per cento in meno tra il 2017 e il 2018. In 10 anni il decremento è stato del 5,5 per cento. Gli italiani che leggono sono appena il 40 per cento della popolazione totale. Secondo l’Aie, soltanto 5 milioni sono coloro che possono definirsi lettori forti, cioè lettori di un libro al mese. Nel Sud c’è il 27,5 per cento di questa quota: davvero troppo poco. Sono cifre che pongono l’Italia agli ultimi posti della graduatoria europea, dopo ci sono Cipro, Romania, Grecia e Portogallo. L’Aie ricorda che la lettura fa anche aumentare il Pil, oltre che il livello di civiltà di una comunità. In estrema difficoltà anche il comparto di giornali e riviste: dal 2007 a oggi il numero delle copie vendute giornalmente è diminuito del 60 per cento, se 12 anni fa in edicola venivano acquistati 5,5 milioni di quotidiani oggi si è scesi a circa 2 milioni. In 20 anni il canale distributivo si è ridotto del 58 per cento.

Franceschini, lei da ministro ma pure da autore di quattro romanzi e di una raccolta di racconti come ritiene che si possa invertire la tendenza negativa di cui soffre l’Italia?

«Dopo una larga approvazione alla Camera presto approderà in Senato la legge per la lettura che contiene diverse proposte: dalla capitale italiana del libro al bollino di qualità per le librerie, dai fondi alle scuole per formare il personale addetto alle librerie interne al limite agli sconti sui libri. Ma non basterà se non si cambierà la percezione della lettura rendendola un’abitudine attraente anche attraverso alcune semplici azioni».

 

Per esempio?

«Mettiamo in mano un libro ai protagonisti delle serie televisive e delle nostre fiction e vedrete che il gesto sarà imitato soprattutto dai più giovani. A loro dobbiamo insegnare a leggerefin dai primi anni, tra le mura di casa con la pazienza della lettura ad alta voce delle favole prima di dormire, ad esempio, e a scuola con iniziative analoghe a “Io leggo perché”. Inoltre, in un tempo dominato dalla istantaneità dell’attimo e dalla scarsa attenzione, occorre far comprendere il valore distintivo del libro. La lettura richiede una delle risorse più preziose che abbiamo, soprattutto in tempi frenetici come quelli attuali: il tempo. La lettura non può essere multitasking e non esiste un modo per leggere più velocemente. Richiede, invece, intimità e concentrazione. Tutte cose alle quali le nuove generazioni sono disabituate, ma di cui inconsapevolmente sentono il bisogno. Facciamoglielo capire».

 

Lei, durante la sua esperienza di ministro ai Beni culturali nel governo di Paolo Gentiloni, lanciò la proposta di un patto per la lettura con gli altri media: è ancora intenzionato a seguire questa strada?

«Sono convinto che era ed è la strada giusta da seguire per far entrare la lettura nelle case di tutti gli italiani. Del resto, la televisione è un mezzo potente di divulgazione e ha contribuito in maniera determinate alla formazione della lingua nazionale: può oggi contribuire alla diffusione dell’abitudine alla lettura».

 

I bassi indici di lettura rappresentano soltanto la punta della situazione di crisi che ormai da anni investe l’editoria. Non si tratta, evidentemente, di un problema italiano ma riguarda l’intero scenario internazionale. Lei come intende muoversi? Ha un modello di riferimento? Quale obiettivo immediato da perseguire?

«Intendo favorire in sede europea ogni azione che porti a un corretto equilibrio tra produttori e distributori di contenuti editoriali e, al contempo, adoperarmi per un adeguato recepimento delle direttive europee nell’ordinamento italiano. La nostra situazione è tuttavia meno rosea rispetto alle altre in Europa. Per questo è necessario aumentare gli stimoli economici e le agevolazioni fiscali per promuovere la lettura».

 

Un capitolo importante nella crisi generale dell’editoria è quello relativo ai giornali, ai quotidiani e ai periodici. In ogni democrazia i giornali svolgono un ruolo fondamentale: di informazione, di controllo, di stimolo al confronto e al dibattito culturale, di partecipazione dei cittadini. Immagina che possa sostenere queste funzioni con politiche adeguate, pur rispettose dell’autonomia degli organi d’informazione?

«Sì, è indubbiamente vero: la libertà di stampa costituisce l’ossigeno della democrazia. Metterla in discussione significa attentare alle basi democratiche del nostro ordinamento. Per questo nella prossima legge di stabilità sono state confermate le misure a sostegno della stampa».

 

Il 26 marzo scorso il Parlamento Europeo ha approvato la risoluzione sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, delegando i governi nazionali per la sua attuazione. Il governo italiano non l’ha ancora fatto: rappresenta un ostacolo il voto contrario che nell’assemblea di Strasburgo fu espresso dal M5S, oggi nell’esecutivo in Italia?

«Intendo arrivare a un recepimento il più possibile rispettoso delle specificità italiane e per questo il confronto anche parlamentare non può che essere articolato e approfondito».

 

Il suo progetto per la gestione dei musei italiani, aprendo alle migliori esperienze internazionali, ha avviato la modernizzazione in un settore strategico non soltanto per la cultura del Paese. Si propone un traguardo simile anche per l’editoria?

«Questo traguardo se lo deve porre il mondo dell’editoria nel suo insieme. L’intervento sui musei ha riguardato un settore che il ministero che ho l’onore di governare gestisce direttamente. Qui stiamo parlando di società in gran parte private, ossia le principali industrie creative nazionali, che devono recuperare in loro stesse le chiavi di un rilancio».

 

Un libro è un prodotto culturale almeno quanto un film.

«Certo. E se nel nostro paese da mezzo secolo il cinema è sostenuto dallo Stato, non si vede perché non debba esserlo anche l’editoria. È giunto il tempo che il libro goda della stessa attenzione, con un intervento che aiuti l’intera filiera in maniera diretta e indiretta. Così come per il cinema vengono sostenuti i giovani autori, le opere prime, la distribuzione, le opere difficili e le rassegne allo stesso modo si possono sostenere le librerie grandi e piccole, i distributori, gli autori, i traduttori, gli illustratori, gli esordienti, gli editori innovatori. Penso che un simile provvedimento possa godere di un ampio consenso in Parlamento».