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Anche quest’anno però la cultura sembra un capitolo marginale della manovra economica.

«Non sono d’accordo. C’è tantissima cultura in questa manovra. Il bonus facciate è una delle misure più significative, un incentivo molto forte».

 

Non tutti la considerano una misura culturale in senso stretto.

«La bellezza delle città non è data solo dai monumenti. Creare bellezza in ogni forma permette di vivere meglio e proteggere la cultura. L’idea prende spunto dalla legge, ancora in vigore, che il ministro della cultura francese Malraux mise a punto negli anni 50 per ripulire gli edifici in quell’epoca anneriti dall’uso del carbone. Le città, a cominciare da Parigi, diventarono più belle. Degrado chiama degrado, mentre la bellezza chiama rispetto e contribuirà a mettere in moto l’economia. Altre misure previste sono la conferma della card dei diciottenni e alcune misure per rafforzare l’organico».

 

Non può bastare. Con Quota 100 il numero di chi andava in pensione è aumentato: quei posti restano scoperti in una situazione già sofferente.

«Siamo in attesa di poter espletare i concorsi per tremila posti messi a bando e supereremo le emergenze con il personale Ales. Nel frattempo abbiamo dato il via libera alle nuove direzioni nel ministero, quella della creatività e quella dei caschi blu. Abbiamo recuperato l’autonomia dei tre musei a cui era stata tolta e l’abbiamo estesa ad altre sette realtà: i dati parlano chiaro, l’incrocio tra autonomia e qualità dei direttori si è dimostrato un mix vincente per il sistema museale italiano».

 

Si è tornati anche agli ingressi gratuiti ogni prima domenica del mese. Non tutti i musei ne sono entusiasti. Chiedono più personale per gestire la folla di persone che si crea e iniziative per portare persone nei luoghi della cultura in momenti diversi della settimana, quando spesso le sale restano vuote.

«Ogni museo ha un numero massimo di persone, quel tetto viene rispettato anche durante le domeniche gratuite. L’obiettivo della promozione è riavvicinare gli italiani al proprio patrimonio. E sta funzionando: dalla sua prima edizione più di 15 milioni di persone e intere famiglie sono andate al museo gratuitamente. Sono numeri significativi che comportano certamente dei sacrifici per le strutture ma che vengono giustificati sia dall’intento della promozione, sia perché la gratuità rappresenta un traino degli incassi. È dimostrato infatti che chi va al museo gratis ci torna poi pagando il biglietto».

 

Bonisoli ha firmato la sua controriforma sui musei poco prima di lasciare il ministero. Un gesto lecito dal punto di vista formale ma considerato inopportuno da tanti. Lei lo avrebbe fatto?

«No comment».

 

Lei ha riportato il Turismo ai beni Culturali. Nel frattempo però da un punto di vista governativo il settore è senza guida da quasi due anni. Sembra che non si sappia che farne ma è uno dei motori dell’Italia.

«È un settore che da più di venti anni aspetta di essere valorizzato. Ha vissuto un peregrinare assurdo fino ad arrivare, nel 2014, alla scelta di unire cultura e turismo: una soluzione ben ragionata. Nel 2018 l’Italia ha dovuto subire la passione individuale di un ministro, ora abbiamo rimesso le cose in fila. Resta una debolezza di fondo: il turismo è da ricostruire. Non si può pensare che un Paese come il nostro, che è una delle potenze turistiche del mondo, abbia una direzione di poco più di venti persone. In questo 2020 dovremo costruire una struttura forte del turismo e scegliere le persone giuste e soprattutto investire risorse».

 

Quale potrebbe essere la linea da seguire?

«Abbiamo un piano strategico del turismo approvato con voto unanime nel 2017 dopo un anno di lavoro. Ha un orizzonte temporale di sei anni e fornisce gli strumenti per un turismo a integrazione della cultura insieme a iniziative per decongestionare le città più turistiche investendo sui borghi, sul Mezzogiorno, sui cammini, per distribuire il turismo portandolo ovunque».

 

Da mesi lei sta proponendo una legge per l’editoria. Il 2020 sarà finalmente l’anno dei libri?

«C’è una legge già approvata a fine anno ma ora bisogna iniziare un lavoro più ampio che è portare nel mondo dell’editoria lo stesso schema che c’è nel cinema. Se nel nostro Paese da mezzo secolo il cinema è sostenuto dallo Stato non si vede perché non debba esserlo anche l’editoria».

 

E quindi?

«E giunto il tempo che il libro goda della stessa attenzione, con un intervento che aiuti l’intera filiera in maniera diretta e indiretta. Così come per il cinema vengono sostenuti i giovani autori, le opere prime, la distribuzione, le opere difficili e le rassegne, allo stesso modo si possono sostenere le librerie piccole e grandi, i distributori, gli autori, i traduttori, gli illustratori, i fumettisti, gli esordienti, gli editori innovativi. Penso che un simile provvedimento possa godere di un ampio consenso in Parlamento».

 

Non è un lavoro breve.

«Richiede almeno un anno e mezzo. Vanno coinvolti tutti i protagonisti del settore, se si vuole fare un lavoro serio».

 

Il suo amore peri libri è noto e antico, una questione di famiglia. Qual è stato il primo libro che ha letto?

«Il numero uno è stato “L’Isola del Tesoro”. È stato davvero il numero uno, perché mio padre aveva un’enorme libreria e a noi figli spettava una parte del lavoro di catalogazione. Il numero uno era appunto il libro di Stevenson. Poi tutto Salgari».

 

Quanti libri aveva suo padre?

«Quasi ventimila. A volte sento persone che sostengono di avere decine di migliaia di libri. Sono sempre piuttosto scettico, so bene che cosa vuol dire. Mio padre che ne aveva la casa piena. E sono lì ancora adesso».

 

Che cosa sta leggendo?

«Un libro di un amico ferrarese, Diego Marmi. Si intitola “Il ritorno di San Giorgio”, è un romanzo ambientato a Ferrara».

 

Ferrara è la protagonista anche dei suoi libri e lei uno dei pochi politici a scrivere narrativa e non saggi e a concepire i libri come un momento di allontanamento dall’attività quotidiana, non un prolungamento. Come mai?

«Scrivo perché è una forma di libertà, è come andare in un altro luogo. In questo momento ho almeno quattro-cinque romanzi iniziati. Prima o poi dovrò scegliere quale continuare. Affrontare un romanzo è una sensazione molto intensa, hai il bisogno fisico di rimetterti a scrivere ogni giorno, perché nella tua testa c’è quello che succede nella pagina successiva e non vedi l’ora di scriverlo, e di ritagliarti del tempo che non hai».

 

Quando scrive un ministro?

«In questo momento scrivo poco: sono nella fase in cui il romanzo deve ancora ingranare, la più lenta. Ma sono uno a cui piace scrivere nella confusione. L’immagine romantica di quello che scrive solo sull’oceano è bellissima ma a me capita di scrivere ovunque, anche al pc in treno. Una volta mi è capitato che il signore a fianco mi spiasse. Forse pensava che stessi lavorando a un documento politico. Mi sono girato per dare un’occhiata anche io a lui: aveva gli occhi sgranati. Avrà pensato che ero pazzo».

 

Non teme che i suoi libri vengano pubblicati solo perché si chiama Dario Franceschini?

«Mano, se vai in libreria e vedi un romanzo di un politico ti passa la voglia di comprarlo. Per fortuna i miei libri sono usciti in Francia, li pubblica Gallimard. Con il primo ho vinto il Festival du Premier Roman di Chambéry: li sono solo uno scrittore. E nel 2020 sarà pubblicata la traduzione di “Disadorna”, il mio ultimo libro uscito in Italia nel 2017».