La cronaca di questi giorni di “Mafia Capitale” ci ha posti di fronte alla realtà di una criminalità organizzata pervasiva e radicata ormai su tutti i territori, non più originata dalle solite aree del sud e capace di rendere subalterne aree della politica permeabili alle lusinghe provenienti da questi settori.
Una volta era la politica deviata che chiedeva il sostegno della criminalità organizzata, oggi è quest’ultima a dare ordini alla politica deviata.
Ma il dato forse più rilevante è l’osmosi tra azioni criminose tese all’accaparramento di ingenti risorse pubbliche e l’asservimento di interi pezzi di pubblica amministrazione a questa strategia di devastazione dello Stato.
La sostanza di questi gravi fatti comporta perdite di denaro immense per la collettività: opere che costano il doppio o il triplo o addirittura opere che non vengono mai realizzate; servizi che vengono pagati ma i cui benefici non arriveranno mai ai naturali destinatari.
Se recuperassimo le montagne di soldi perduti quotidianamente potremmo forse essere uno dei paesi più ricchi al mondo.
Di questo abbiamo parlato con Ernesto Carbone, della Segreteria PD e da pochi giorni componente della Commissione parlamentare Antimafia, che già aveva indicato la PA digitale come strumento di lotta alla criminalità.

K4B.  La cronaca romana di questi giorni ci ha dato un quadro di criminalità organizzata capace di controllare i meccanismi decisionali dell’amministrazione territoriale ben oltre i tradizionali limiti cui la cronaca ci ha abituati.

Ernesto Carbone.   Il caso di Mafia Capitale allarma proprio per la sua capacità di penetrazione pervasiva sul territorio e sui meccanismi decisionali di assegnazione dei soldi pubblici. Ciò che abbiamo davanti è sconcertante. L’arma di contrasto principale non può che essere la trasparenza piena, la capacità di controllo veloce ed efficace su ogni procedura di gara, la riconoscibilità di ogni meccanismo decisionale. Ma, vorrei aggiungere, non solo per contrastare il malaffare. Una società complessa, con regole e controlli sempre più articolati necessita di semplificazioni di processo, che sono estranei alla nostra cultura amministrativa. Pensiamo ad esempio ad una qualsiasi autorizzazione amministrativa: la procedura fondata sulla “carta” è un ostacolo dannoso, che si presta naturalmente alla pratica del favore e della mazzetta. Un’amministrazione “digitale” semplifica invece i processi, impedisce la concorrenza scorretta di quell’imprenditore che paga per velocizzare una pratica a proprio favore, tutela maggiormente l’imprenditore che non vuole piegarsi a questa logica e sceglie di rispettare tempi e modi naturali del procedimento.

K4B.  Sembra che l’Italia non riesca proprio ad imboccare questa strada. E’ incapacità di procedere o qualcuno si è messo di traverso per ancorare il Paese a quel mondo analogico e quel sistema di potere che è cresciuto sul cattivo impiego delle risorse e della corruzione?

Ernesto Carbone.   Mi sembra evidente che vi sono resistenze palesi e nascoste all’interno delle Pubbliche Amministrazioni. C’è sempre qualcuno che viene sempre fuori dicendo che questa o quella innovazione non si può fare o non è nella lista delle priorità. Io penso che quando qualcuno ti dice che una cosa “non si può fare”, vuol solo intendere che “non la vuol fare” e su questo dobbiamo essere decisi. Questo tipo di resistenze vanno individuate e rimosse.

K4B.  Che fare, accontentarsi di piccoli obiettivi certi di efficienza o puntare al sistema nella sua interezza?

Ernesto Carbone.   E’ naturale che non si possa fare tutto e subito, come vorremmo e come ci servirebbe. Ma se vogliamo digitalizzare la Pubblica Amministrazione non possiamo accontentarci di obiettivi realizzati a pelle di leopardo. Ci vuole una sistematicità d’intervento capace di assicurare un pezzo dopo l’altro della PA ad un sistema nazionale di amministrazione digitale, efficiente e trasparente. Insomma, non si può essere “un po’ digitali”: esserlo solo in parte, con piccole isole di apparente efficacia, vuol dire aver speso male i quattrini e aver piccoli risultati di facciata. Non ci serve. La PA digitale è in un certo senso come lo stato di gravidanza: o c’è o non c’è.

K4B.  Lei da qualche giorno è anche componete della Commissione antimafia, come si coniuga il digitale alla lotta alla criminalità organizzata?

Ernesto Carbone.   La criminalità organizzata si contrasta, è ovvio, con le forze dell’ordine, con l’attività investigativa, con le azioni della magistratura: tutti baluardi della nostra democrazia che assicurano il rispetto delle regole di convivenza civile. Abbiamo però bisogno di cambio di passo e la digitalizzazione piena ci potrebbe consentire di fare quel grande salto di cui abbiamo bisogno. Ad esempio qualche giorno fa, accompagnato dal Procuratore capo Giuseppe Pignatone, ho visitato la Procura di Roma dove ho toccato con mano le potenzialità del sistema TIAP (Trattamento informatizzato atti processuali, ndr.). Ne sono rimasto colpito. Chi lavora con i tribunali capisce bene che il passaggio dai fascicoli cartacei a quelli digitali è una rivoluzione copernicana: si recuperano 2 mesi di tempo ogni 6 mesi di indagine.

K4B.   Ma il legislatore?

Ernesto Carbone.   Ha un ruolo preciso, che non può essere eluso. Dobbiamo fare leva sulla prevenzione, e questo tocca proprio al legislatore. Magistratura e forze dell’ordine operano sul piano della repressione. Intervengono quando il reato è stato già consumato. Il loro obiettivo è, ovviamente, fermare l’azione criminosa ai danni della PA e del cittadino o delle imprese, facendo in modo che non si protragga il fenomeno patologico. Al Parlamento e al Governo tocca spingere sulla digitalizzazione della PA che ci consentirà di non ricorrere solo “all’antibiotico” di magistratura e forze dell’ordine in caso di “febbre da corruzione”, ma evitare che scoppi la febbre rendendo le pratiche amministrative veloci, efficienti e trasparenti, aumentando “le difese immunitarie” che assicurano la buona salute dell’organismo sociale.

K4B.  Per far questo occorre far collaborare tra loro amministrazioni che tradizionalmente non amano collaborare tra loro…

Ernesto Carbone.   E’ vero c’è un certo retaggio di eccesso di autonomia o addirittura di contrapposizione tra amministrazioni che va superato, anche perché il cittadino, a ragione, non vede “le amministrazioni” ma l’Amministrazione nella sua interezza, lo Stato. Le organizzazioni criminose sanno invece bene cos’è l’interoperabilità, la praticano tra di loro in modo efficiente per scambiarsi informazioni che consentano di aggredire lo Stato. Ecco allora tutti i progetti di digitalizzazione della PA devono avere un minimo comun denominatore: l’interoperabilità, non solo di standard tecnologici ma innanzitutto di funzioni, di responsabilità e, cosa più importante, di dati digitali che devono integrarsi tra loro. Questo è un passaggio fondamentale nell’attività di contrasto della criminalità organizzata che consentirebbe, peraltro, anche efficienze straordinarie. Per esser chiari, penso che vada superata una certa idea distorta dell’autonomia, l’autonomia è sacra quando attiene al processo decisionale che deve sempre essere indipendente dalla politica, ma non possiamo brandire un malinteso senso di autonomia per usarlo come ostacolo a tutte quelle sinergie amministrative tra i diversi uffici e dati in esse custoditi, quelle sinergie che si ottengono solo con la messa a fattor comune dei dati digitalizzati per assicurare efficienza ed efficacia al processo decisionale e un contrasto fermo alle attività criminali che hanno come obiettivo l’accaparramento delle risorse pubbliche.

K4B.  Può farci un esempio concreto?

Ernesto Carbone.   Certo, basta pensare al certificato antimafia. Il Governo ha già emanato a ottobre un decreto legislativo ispirato ad una nuova filosofia, meno rigore formale e più incisività nei controlli preventivi. Ma la vera novità sarà la Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia. L’operatività della Banca dati è imminente e urgente, finalmente si porrà fine all’assurdo che se un soggetto ha un carico pendente in Campania e partecipa in Lombardia ad un appalto con una sua azienda con sede legale a Milano, per la prefettura del capoluogo lombardo il soggetto potrebbe risultare “pulito”.

K4B.  Sa meglio di me che le imposizioni dal centro trovano spesso opposizioni locali…

Ernesto Carbone.   E’ vero ma non abbiamo alternative e poi non sempre le imposizioni debbono provenire dal centro. Ci sono casi concreti in cui amministrazioni locali riescono a realizzare processi completi in modo del tutto nuovo, con una efficienza straordinaria, portando ingenti e insperate risorse allo Stato e mobilitando la partecipazione dei dipendenti e il consenso e la gratitudine dei cittadini, bisogna allora valorizzare queste “best pratice”.

K4B.  Insomma la periferia può fornire modelli che, provenendo dal basso, possono trovare maggiore accettazione?

Ernesto Carbone.   Ne sono certo. A Lecce il Prefetto Giuliana Perrotta ha avviato ad esempio un servizio digitalizzato di immissione a ruolo delle multe, realizzato all’interno della stessa Prefettura, un sistema efficiente che riduce i tempi di lavorazione di ciascuna pratica e che porterà al territorio svariati milioni di euro, assicurando così un gettito ben più alto e riducendo i costi per l’amministrazione e per il cittadino. Si stima che estendendo un sistema come questo a tutta la penisola potremmo immettere a ruolo oltre 600 milioni di euro. Abbiamo tanti casi di veri e propri Digital Champion, come la Prefettura di Lecce o la Procura di Roma di cui ho parlato. Dobbiamo valorizzarli, difenderli e replicarne le esperienze vincenti.
Il modo migliore per sconfiggere le mafie è quello di rafforzare la buona amministrazione.
In questo caso anche il cittadino incerto saprà con chi schierarsi.