Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato oggi è a Bari per un convegno: la campagna elettorale segnala una crescente tensione. Sembra una guerra di religione. Come la giudica?
 
«È una campagna elettorale strana perché si parla poco della riforma. Si inquina la campagna referendaria con elementi politici che ne sono estranei. Così il tutto si riduce in una grande confusione per gli elettori, che si accostano ad una materia oggettivamente difficile. E questo è un danno sia per i sostenitori del Sì sia per quelli del No. Oltre che essere, mi scusi per la parola, un oltraggio alla libera decisione dei cittadini che hanno bisogno di scegliere sulla base della riforma e non per simpatia o antipatia verso il governo in carica» In che senso?
 
«Se c’è una materia in cui il cittadino dovrebbe essere in grado di esercitare il potere costituente è proprio la materia costituzionale. E noi politici dovremmo attenerci al merito della riforma senza introdurvi elementi di natura politica».
 
Perchè i cittadini dovrebbero votare sì alla riforma?
 
«Innanzitutto perché la riforma dà più stabilità al governo. Questo è un Paese nel quale in 70 anni abbiamo avuto 63 governi. Questo significa che non c’è stata continuità nelle politiche pubbliche. Indebolendo le decisioni. Inoltre, l’instabilità di un Paese contribuisce, lo dico tra virgolette, anche al deprezzamento del Paese».
 
La questione del procedimento legislativo. Come sarà?
 
«Oggi è molto lungo e spesso inefficace, fattore di crisi del Parlamento. Ne abbiamo parlato fino a qualche giorno prima della riforma, poi questo tema è improvvisamente scomparso. Invece la decisione politica tempestiva per attuare un provvedimento è essenziale per reggere la competizione».
 
E poi?
 
«Delimitare le competenze di Stato e Regioni significa dare maggiore efficacia alla decisione pubblica. Sono questi tre capisaldi, ma ce ne sono tanti altri. Per gli elettori del centrosinistra votare Sì alla riforma significa essere coerenti con quello che sottolineamo da almeno 1996, con il programma dell’Ulivo».
 
Secondo il fronte del No il mix tra riforma e Italicum apre la strada al potere dell’uomo solo al comando. Come replica?
 
«Ma no…se abbiamo deciso di riservare alla Camera il voto di fiducia, occorre che essa abbia una maggioranza, non eccessiva, ma che consenta di per potere governare stabilmente. Questa è stata sempre la proposta del centrosinistra. Almeno dal 1996 il nostro programma è: abolizione del bicameralismo perfetto, voto di fiducia solo alla Camera e legge maggioritaria».
 
E le accuse di derive autoritarie, di cesarismi incombenti
 
«Sto ascoltando cose davvero incredibili. Come tutta la polemica sull’elezione del presidente della Repubblica che sarebbe in mano alla maggioranza. È una sciocchezza aritmetica. La maggioranza potrà eleggere da sola il presidente solo se tutti i rappresentanti della minoranza decideranno di non andare a votare. E uno scenario impensabili».
 
E l’accusa di togliere i poteri alle Regioni?
 
«Non è così. Alcune materie strategiche per lo sviluppo del Paese sono state sottratte alla legislazione concorrente».
 
Cosa significa?
 
«Faccio un esempio. Pensiamo a infrastrutture, energia e ambiente. Le pare normale che oggi se si deve costruire un’opera pubblica che attraversi più regioni, un’impresa si deve confrontare con tante legislazioni e tanti regolamenti diversi quante sono quelle attraversate? Però, segnalo che le Regioni assumono una rappresentanza e siedono nel luogo più autorevole di un sistema parlamentare, cioè il Parlamento».
 
Si tratta sull’Italicum per salvare l’unità del Pd. Che ne pensa?
 
«L’unità del partito è un bene primario. Penso che l’Italicum possa essere modificato purché non perdiamo di vista che va garantita una maggioranza stabile, non eccessiva. Già l’Italicum prevede una maggioranza di 340 su 630. Non è una cosa dell’altro mondo se si considerano i cambi di casacca e i voti segreti. Però vanno garantati una maggioranza stabile e un governo, altrimenti avremmo fallito l’obiettivo della stabilità».
 
Bersani va in piazza per il No prima dell’esito della trattativa sull’Italicum. Che dice?
 
«È un grave errore politico. Ma sono i miei compagni di partito e fino all’ultimo con loro dobbiamo trovare una composizione dei punti di vista».