Enrico Morando accetta di parlare dei temi che dividono lo stesso Pd dal governo, manovra e privatizzazioni. «Mai, nemmeno sotto tortura, chiamerò questa piccola correzione manovra», dichiara subito. Quanto alla cessione di quote pubbliche, «io non ho cambiato idea rispetto a settembre scorso». (Sottinteso: altri sì). Ma dietro alle divisioni sull’economia a sinistra corre un solco tutto politico.

 

Come finirà questa settimana di fuoco?

«Più che parlare di date si dovrebbe parlare del cammino della sinistra in questo momento di attacco delle forze nazionaliste», replica il viceministro all’Economia.

 

Ma torniamo alla correzione dei conti. Il Pd chiede modifiche. Ci saranno?
«Il dibattito su questa correzione davvero modesta mi sembra incredibile. La conosciamo dal 5 dicembre, quando all’Eurogruppo si mise in evidenza questa necessità. Oggi se ne parla come fosse un dramma: addirittura si commenta l’aumento del Pil, un fatto davvero rilevante, solo in rapporto all’entità della correzione. Avrei preferito leggere che la crescita si sta rafforzando e che la previsione fatta dal governo sul 2017 non è così ottimistica come alcuni hanno detto. Resto davvero allibito. Aggiungo che non possiamo da un lato polemizzare con l’Europa per lo 0,2% e poi parlare solo di questo. La correzione resta quello che è: è in corso un confronto con l`Ue, possibile che migliorerà. Non posso dire di più».

 

Il ministro ha indicato l’aumento di accise tra le entrate, il Pd non lo vuole. Si cambierà?

«Abbiamo detto in tutte le salse, e anche scritto nelle lettere inviate a Bruxelles e nei documenti presentati in Parlamento, che la correzione sarà per un terzo di minori spese, e per due terzi di maggiori entrate. Inoltre abbiamo fatto una richiesta a Bruxelles per allargare la platea su cui applicare lo split payment. È uno
strumento molto potente sul recupero dell`evasione Iva, che sicuramente con l’allargamento otterrà più gettito di quanto prevediamo. È possibile che le entrate si risolvano in gran parte con questo. Vedremo».

 

Sulle privatizzazioni c’è ancora tensione. Lei come la pensa al riguardo?
«Io non ho cambiato idea rispetto a quando abbiamo presentato la nota di aggiornamento al Def (settembre scorso, ndr), tra l’altro approvata da una risoluzione parlamentare, in cui è scritto chiaramente che avremmo ripreso il programma di privatizzazioni per un introito pari allo 0,4-0,5% del Pil. Per quel che riguarda le operazioni, erano indicate quelle già ìn cantiere: Poste, Fs e altro. Credo che il governo abbia dimostrato responsabilità con la pausa del 2016, perché in quelle condizioni avremmo solo svenduto asset. Ma oggi non capisco perché dovrei cambiare idea rispetto alla linea fissata nel Def. Ora ne dobbiamo presentare uno nuovo: si può aprire un confronto. Ma suggerirei di confermare la linea. D’altra parte non capisco perché i cittadini dovrebbero essere penalizzati due volte, con un debito più pesante e aziende meno efficienti nel sistema economico. La privatizzazione non serve solo per fare cassa e pagare il debito, obiettivo comunque importante. Serve anche a mettere le aziende in condizione di avere risorse da investire. Se poi si fissa il principio che allo Stato resta il controllo, allora davvero non si comprende dove sia il problema».

 

Il problema sembra più politico. Come giudica questa situazione nel Pd?
«Avevo considerato un errore serio quello commesso dopo il referendum. Dopo una simile sconfitta un partito deve andare immediatamente a congresso, perché c’è bisogno di un rilancio del progetto, con una discussione a tutto campo, e di una rilegittimazione del leader. Ora, che la convocazione di un congresso possa essere interpretata come il suo contrario, cioè come una chiusura alle ragioni della minoranza, mi pare davvero incredibile. Oggi lo si farà esattamente con le regole dell’ultima volta, in modo che chi pensa che la leadership debba essere sostituita abbia la facoltà di presentarsi. E lo stesso Renzi abbia la possibilità di riproporsi».

 

Ma la vera questione qui è l’appoggio al governo.
«Beh, facendone parte non posso certo dire che non vada sostenuto. Va sostenuto e con efficacia, perché ci sono appuntamenti importanti da non mancare. In primo luogo c`è il Def, che va concepito come un documento sui prossimi tre anni, con le indicazioni sulla politica economica di medio termine. La vera crisi sarebbe se quel Documento non avesse questo respiro. L’altro appuntamento importante è la ricorrenza dei trattati europei. Oggi l’Unione si trova in un mondo completamente cambiato, e deve attrezzarsi a collocarsi in un nuovo contesto, con le forze populiste che hanno già ottenuto la Brexit. Dobbiamo capire che o l’Europa è in grado di fare un salto, anche attraverso la cooperazione rafforzata, in politica estera, Difesa e Unione bancaria, oppure rischia molto. Io non sono per rincorrere i populisti, come vedo fare molti, ma per tentare la strada alta del governo della globalizzazione, come ha detto Veltroni».

 

Come replica alle accuse di aver trovato subito 20 miliardi per le banche?
«Dico semplicemente che non si tratta di spesa pubblica come se avessimo fatto tre milioni di assunzioni, ma di spesa per acquistare attività. Mettere sullo stesso piano la spesa pubblica per servizi e questo intervento non ha alcun senso. In questo caso si tratta di un`iniziativa temporanea: ci auguriamo di poter rivendere queste aziende guadagnandoci anche un po’, come è stato fatto anche negli Usa non solo con le banche ma anche con altre aziende».