L’orizzonte del nuovo assetto utivo è quello del governo Gentiloni ma al Jobs Act serve un tagliando per salvare cosa della legge ha funzionato e capire invece cosa va modificato. La durata del nuovo esecutivo dipenderà dunque solo dal tempo in cui il Parlamento riuscirà ad approvare un nuova legge elettorale. Sono questi, secondo il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd) i punti fermi da cui ripartire. Senza perdere di vista la riorganizzazione interna del Pd, con una segreteria «più forte e più collegiale che dia spazio al dibattito».
 
Ministro Orlando, cominciamo dalla “lotteria” delle date. Il vostro capogruppo al Senato Zanda dice che «il governo avrà vita breve», e il presidente Orfini parla di voto «entro giugno». E’ una corsa verso le urne?
 
«Intanto dobbiamo sempre ricordare che la valutazione compete al Capo dello Stato. Il termine dipenderà dai tempi con i quali Camera e Senato riusciranno ad approvare una nuova legge che, come ha dichiarato il presidente della Repubblica armonizzi il sistema dei due rami del Parlamento. Più che discutere sulla data migliore per votare credo perciò che l’impegno vada profuso per fare rapidamente una nuova legge condivisa, L’urgenza c’è anche perché, oggettivamente, la legislatura è stata “interrotta” politicamente dall’esito dal referendum».
 
Lei dà per scontato che questo Parlamento, così litigioso, sia in grado di portare a termine una riforma organica?
 
«Penso che ci si debba provare davvero. Anche perché, quando la parola tornerà al popolo, non possiamo correre il rischio che questa voce venga distorta da meccanismi che la interpretino in modo diverso. Non possiamo imballarci. C’è l’esigenza di evitare un ulteriore deterioramento dell’assetto istituzionale».
 
Renzi ha rilanciato il Mattarellum
 
«Avevo espresso riserve ma a questo punto penso che si debba partire da lì. La maggioranza del mio partito ha stabilito che è una proposta sulla quale si può stabilire un confronto. Se questa ipotesi però non trovasse adeguato consenso si tratta di capire quali sono le proposte, vagliare le critiche che vengono dalle altre forze politiche e poi valutarle».
 
Un punto di incontro?
 
«Per il quadro che si è venuto a determinare con il tripolarismo continuo a pensare, ed è stata presentata una proposta di legge in tal senso, che l’ipotesi migliore sia un sistema proporzionale con un premio di maggioranza a chi arriva primo. Un premio tale da non determinare in modo automatico una maggioranza assoluta. Un sistema con un impianto proporzionale e con collegi uninominali. Un sistema che non obblighi a fare coalizioni finalizzate solo a ottenere il premio di maggioranza, presentando scollature magari subito dopo le elezioni. Ma ci tengo a chiarire che questa e solo una mia opinione».
 
Veniamo ai voucher. Modificare l’attuale sistema vorrebbe dire anche far saltare il referendum sul Jobs Act. Lei è d’accordo?
 
«Credo che vada aperto un dibattito, a prescindere dal referendum. Serve un tagliando alla legge cercando di capire cosa ha funzionato finora e cosa invece non ha funzionato, aprendo una interlocuzione con le forze sociali. In questo quadro si può affrontare anche il tema dei voucher».
 
La durata del governo Gentiloni può logorare la leadership di Renzi?
 
«Non vedo questo rischio, questo è un governo che ha come orizzonte il completamento di alcuni dossier aperti dal governo Renzi. Quindi lo escluderei».
 
Qual è stato l’errore più grave dell’ex premier?
 
«Renzi ha già fatto autocritica e di questa autocritica si è parlato. C’è qualcosa sulla quale dobbiamo tutti tornare a riflettere: non essersi fatti carico da tempo e fino in fondo del tema delle diseguaglianze. Il malessere dei giovani, il malessere sociale, le periferie, il Mezzogiorno. Temi che hanno avuto un impatto forte sul referendum. Noi lo abbiamo affrontato pensando che sarebbe bastata la positiva azione del governo. È invece necessario offrire degli strumenti di riscatto. C’è stato da parte nostra un ritardo di analisi, va ripensata l’organizzazione della nostra società».
 
L’ipotesi di una nuova struttura della segreteria la convince?
 
«Quando dico che bisogna investire sul partito voglio dire anche questo. C’è bisogno di una struttura più forte e sede di un dibattito più collegiale».
 
Lei è spezzino, in Liguria il Pd ha già chiuso una quarantina di circoli.
 
«Sì ma non basta riaprirli. Bisogna dargli anche un senso, capire cosa fare all’epoca della Rete e fare tesoro delle esperienze. Parlare solo di primarie non basta più».