Alessandro Paris / Imagoeconomica

Altri 500 militari per vigilare sulle case degli sfollati contro gli sciacalli. Il fronte interno del sisma si aggiunge a quello esterno, dall’Iraq alla Libia. «Chiunque entri nelle forze armate dice il ministro della Difesa, Roberta Pinotti giura fedeltà alla Patria, la sua missione è per popolo italiano. Le spese per le forze armate non servono soltanto per la Difesa, ma per dare sicurezza ai cittadini».
 
Quale strategia per il terremoto, ministro?
 
«In Consiglio dei ministri abbiamo messo a punto i passaggi urgenti e necessari per l’emergenza, ponendo le basi per la ricostruzione completa e la restituzione ai cittadini di case e attività. Molti non vogliono lasciare i paesi. Avremo un percorso a tappe: prima l’impiego dei container in vista dell’inverno, poi le casette provvisorie. Il premier Renzi si è impegnato a ricostruire tutto com’era. Ci aspettiamo la collaborazione di tutte le forze politiche su questo obiettivo che è nazionale, non ha colori di parte».
 
Qual è il compito delle forze armate?
 
«Lavoriamo in perfetta armonia con la Protezione civile, che coordina passo per passo gli interventi. Abbiamo contribuito nell’emergenza ai soccorsi, riconosciuti da tutti come solleciti e straordinari, grazie a un lavoro di squadra in cui ciascuno ha fatto la sua parte. Oltre ai 1.237 militari con 134 mezzi già sul terreno, siamo pronti a inviare altri 500 uomini, in coordinamento con l’Interno, per presidiare le zone terremotate e prevenire gli atti di sciacallaggio. Finora abbiamo operato soprattutto per la messa in sicurezza del territorio e degli edifici, per distribuire cibo e generi di conforto, per interventi sanitari e ricognizioni aeree. Abbiamo appena attivato altre 3 cucine da campo da 500 razioni l’una per dare pasti caldi a chi ha deciso di restare».
 
È intervenuto il genio militare?
 
«Sì. Dopo il 24 agosto abbiamo ripristinato alcuni ponti e la viabilità con by pass stradali per esempio in una frazione di Amatrice. Ma tutti hanno contribuito: esercito, aeronautica, carabinieri, la Marina… Particolarmente colpiti i carabinieri: distrutte 11 stazioni, una tenenza e una caserma. Strutture immediatamente sostituite da stazioni mobili».
 
Il 4 novembre sarà la giornata delle forze armate ma anche 50 anni dall’alluvione di Firenze…
 
«Cinquant’anni che le forze armate sono sempre presenti. Per la sicurezza del Paese, come per interventi d’emergenza in un territorio bellissimo ma fragile come il nostro. Nel Libro bianco della Difesa abbiamo sottolineato l’uso duale delle forze armate, non solo cristallizzate in compiti di difesa ma a 360 gradi capaci di servire il Paese per ogni necessità».
 
Come i 500 militari in più contro gli sciacalli?
 
«C’è un problema di ordine pubblico, la sicurezza diventa emergenza in un territorio così vasto e devastato dalla tragedia. E in momenti come questi che vediamo l’Italia più bella, che è la gran parte dell’Italia: la generosità dei volontari, quella delle persone che mettono a disposizione le case… Ma ci sono anche, purtroppo, delinquenti che pensano di lucrare sulle tragedie, allora è fondamentale la vigilanza sulle case crollate. Abbiamo rafforzato i carabinieri e siamo pronti a mobilitare tutte le forze di cui ci sarà bisogno, a cominciare da questi 500 militari inquadrati nel contingente Strade Sicure».
 
Ha operato anche reggimento San Marco?
 
«Sì, per esempio ad Amatrice per liberare i fiumi dagli alberi e da altri materiali che potessero provocare esondazioni. I carabinieri conoscono meglio di tutti il territorio e ci guidano. L’esercito, oltre ai normali mezzi già resi disponibili ha aggiunto piccoli droni, e l’Aeronautica una torre di controllo mobile per la gestione dello spazio aereo. Abbiamo anche macchinari che producono acqua potabile utilizzando l’umidità dell’atmosfera».
 
Tutto questo costa…
 
«Negli ultimi 8 anni le forze armate hanno subìto tagli drastici. Adesso abbiamo stabilizzato il bilancio della difesa e, anzi, stiamo incrementando alcune risorse di esercizio per necessità anche legate alle emergenze di un territorio fragile. Spese per funzioni utili a 360 gradi: cartografia, ospedali, cucine da campo, che richiedono professionalità, strumenti, investimenti… Per le missioni internazionali, ma anche per gli interventi in Italia quando la terra trema o c’è un’alluvione».
 
Anche in Libia siamo operativi per curare i feriti?
 
«Siamo partiti il 18 settembre e dopo 3 giorni alcuni medici già operavano nella struttura di prima emergenza a Misurata. Poi, in poco più di un mese è diventato operativo un ospedale da campo da 50 posti. Stiamo assistendo moltissimi feriti. Un lavoro intenso con i medici libici a Misurata, e con noi ma in collaborazione coi libici nell’ospedale da campo. Nella battaglia per la ripresa di Sirte, decisiva per impedire l’espansione dell’Isis, ci sono stati fra i libici 600 morti e 3500 feriti».
 
Stiamo addestrando la guardia costiera libica?
 
«Sì, a bordo della nave San Giorgio li formiamo per svolgere i compiti di una guardia costiera moderna, quindi controllo delle acque territoriali e lotta ai traffici illeciti. L’addestramento dei libici è un nuovo compito della missione Sofia. Via via che formiamo nuovi equipaggi, siamo anche pronti a onorare l’accordo che c’era ai tempi di Gheddafi per la dotazione di 11 pattugliatori. In futuro l’addestramento avverrà anche a terra in Grecia e a Malta. Approfitto per ringraziare il ministro della Difesa greco, Panos Kammenos, che un’ora e mezzo dopo il sisma mi ha telefonato dando la massima disponibilità di loro mezzi: sui terremoti i greci, purtroppo, hanno molta esperienza. Un gesto di grande sensibilità».
 
E i nostri elicotteri Mangusta e Nh-90 per il soccorso dei feriti oltre la linea in Iraq?
 
«Effettuano voli di ricognizione. Finora non c’è mai stata la necessità di un personal recovery, ma l’assetto è pronto e se richiesto interverremo».