Il disegno di legge “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti” approvato in via definitiva la scorsa settimana dal parlamento stabilisce che “il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”.

Su questa previsione, così come su altre proposte avanzate sul tema dell’educazione alla parità e al rispetto tra i sessi, si è lanciato un allarme spropositato, si è protestato contro la presunta introduzione nelle scuole della cosiddetta teoria del gender, gridando allo scandalo per un “ideologia” che indottrina e strumentalizza i bambini, fino al punto da porre all’indice libri ritenuti pericolosi perché parlano di “gender”. In nome della “difesa della famiglia” e contro l’ideologia del genere è stata persino convocata una manifestazione nazionale lo scorso 20 giugno.

In realtà la “teoria del gendernon esiste. Esistono gli studi di genere, che si prefiggono di tracciare e combattere i pregiudizi e le discriminazioni che producono una rigida suddivisione dei ruoli, le donne confinate nella sfera privata e familiare e gli uomini destinati per natura alla sfera pubblica. Pregiudizi e discriminazioni che ancora oggi sono alla radice della marginalizzazione e dell’esclusione di una consistente forza femminile preziosa per il paese e che impediscono una reale parità tra uomini e donne in tanti ambiti della vita pubblica e privata.

L’educazione alla parità e al rispetto delle differenze nelle scuole è uno strumento essenziale di contrasto alle discriminazioni di ogni tipo e alla violenza sulle donne identificato dalla Convenzione di Istanbul che, con il termine “genere”, indica ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini. Educare al genere significa, dunque, porre al centro il tema della differenza tra uomini e donne per mettere in discussione quei luoghi comuni che attribuiscono destini e opportunità diverse a uomini e donne, solo in ragione della loro identità sessuale.

Il raggiungimento della parità ed il contrasto delle discriminazioni, nonché delle varie forme di violenza di cui le donne e le ragazze sono vittime, sono in primo luogo da costruirsi, dunque, attraverso un cambiamento culturale ed il superamento degli stereotipi.

Per questo è importante partire dalla formazione dei nuovi cittadini, per questo ci impegniamo a sostenere, anche attraverso un dibattito pubblico aperto e plurale, tutti quei provvedimenti fondati sulle ragioni del rispetto delle differenze e della dignità delle persone, contro ogni pregiudizio.

Roberta Agostini, portavoce Conferenza Donne