valeria fedeli, Ragazzi e smartphone l'impegno della scuola per i nativi digitali
Imagoeconomica

Ministra Fedeli, 600 donne del Pd hanno firmato un documento in cui attaccano la dirigenza renziana («non ci fidiamo più») per l’uso “cinico” delle pluricandidature femminili che avrebbero finito per favorire l’elezione di 39 uomini. Si sente chiamata in causa?

 
«Io la mia parte di responsabilità me la prendo, per non avere fatto abbastanza per impedirlo, ma se la dovrebbero assumere anche le firmatarie del documento. Dov’erano loro, prima? E si può parlare di cinismo? O addirittura di mancanza di fiducia? Le parole sono importanti. Non scherziamo».
 

Anche lei era candidata in tre collegi plurinominali.

 
«Infatti, mi sono resa conto dopo, con dolore, che la mia candidatura rispondeva a un espediente. È mancata la valutazione su quel che stava accadendo, che però riguarda tutte noi».
 

Eravate il gruppo più rosa, ora avete meno elette di Forza Italia e M5S. Come lo spiega?

 
«Non ci sono giustificazioni politiche. È stato un errore, che non va ripetuto».
 

È quello che dicono le firmatarie del documento Towandadem, non trova?

 
«C’è una differenza: il documento arriva dopo il voto, senza fare autocritica. Io me la prendo invece la mia parte di colpa, per non averlo fatto notare prima: ma nelle scorse settimane avevo sollevato il tema, anche sui capigruppo al maschile. L’altra cosa che ci divide è che si dimentica le tante cose buone che i nostri governi hanno realizzato sul fronte dell’avanzamento dei diritti delle donne: dalla lotta al femminicidio alle politiche di sostegno alla natalità, dalle misure contro le dimissioni in bianco all’essere stato il primo esecutivo ad avere avuto il 50% di ministre».
 

Lei dice: bisognava dirlo prima. Ma come potevate impedire lo stratagemma delle pluricandidature, se le liste sono state decise nottetempo nella stanza di Renzi?

 
«Ma il punto politico è perché le nostre istanze non sono arrivate dentro quella stanza? Lo dico a me stessa. Il nostro messaggio non è passato. Non so poi se tornare sulla questione, alla luce del risultato elettorale, sia giusto. Penso anzi che rappresenti un errore, soprattutto se lo fanno esponenti che stavano in Parlamento fino a un mese fa».
 

Perchè?

 
«In questo modo si rischia di buttare al mare il lavoro fatto, proprio mentre si va verso un governo M5S-Lega che potrebbe mettere seriamente a rischio le conquiste di questi anni. A cominciare dalla legge sull’aborto, la194».
 

Questi diritti sono a rischio con un governo M5s-Lega?

 
«Assolutamente, e non sembra esserci sufficiente consapevolezza, mentre continuiamo a dilaniarci tra di noi».
 

Ma esiste o no una questione femminile dentro il Pd?

 
«No, esiste una questione politica, dobbiamo discutere sulle ragioni della nostra sconfitta, ma nelle sedi deputate. Fare appelli è un autogol».
 

Torniamo al 4 marzo. Il mondo della scuola, di cui lei è ministra, vi ha voltato le spalle o no?

 
«C’è stata una frattura. Però bisogna distinguere: al Nord e al Centro hanno continuato a votarci, al Sud invece ci hanno abbandonati».
 

E adesso? Opposizione senza se e senza ma?

 
«Noi siamo minoranza, ma questo però non significa che non dobbiamo essere in campo con le nostre proposte, dobbiamo continuare a fare politica».
 

L’idea che Martina possa avere una proroga come reggente le andrebbe bene?

 
«Mi va bene, se è una proposta condivisa da tutti. Ma allo stesso tempo dev’esserci una segreteria che torni ad occuparsi seriamente dei territori. Dobbiamo analizzare quel che ci è successo, a partire dall’assemblea del 21 aprile. Se sbagliamo le analisi non ci rialzeremo».