I nomi in queste storie non contano. Ognuno di loro potrebbe essere un altro. Sono 1.60o gli orfani del femminicidio in Italia. Un esercito di silenzio e di solitudine che segue, come un rivolo di dolore, la violenza alla quale questi bambini o ragazzi hanno assistito. Talvolta avvertendone i sinistri presagi, chiusi in una stanza mentre le urla e i rumori di cose che si rompono – ossa, vasi, piatti – spezzano l’incanto dell’infanzia o dell’adolescenza. Talaltra assistendo persino all’esecuzione.

 

Un padre che uccide una madre, davanti agli occhi di un figlio. Cosa di più spaventosamente tragico per chi rimane, vuoto e solo?

Quale voragine si può aprire nella vita di una creatura che assiste allo strazio del corpo, alla dilapidazione del sangue di chi ti ha partorito, di chi ti ha messo a dormire, ti ha insegnato a camminare, a mangiare, ti ha raccontato le storie buone per i sogni, di chi ha scaldato il tempo del tuo inizio?

 

Il ragazzo che ho davanti mi racconta quello che più gli manca di sua madre, uccisa dal padre quando lui aveva quattro anni: «Io ricordo solo due cose di lei: i capelli e il calore. Se penso alla serenità, al senso di pienezza e sicurezza che provavo quando lei era a fianco a me nel letto il cuore mi si ferma. Quando lei si mette a letto con te e tu dormi tranquillo. Quella è la cosa che mi manca. Sapere che lei c’è, al tuo fianco. Mi manca sentire il profumo, il calore, la presenza fisica. Mi manca il suo odore, l’unica cosa che ricordo nettamente».

 

La ragazza con cui parlo aveva quattordici anni quando sua madre è stata uccisa. Oggi neha ventuno. «Mi manca il suo affetto, quello fisico.  L’abbraccio, gli occhi, lo sguardo. Mi mancano le nostre parole, le sue storie. Lei era bravissima a raccontare. La sua infanzia, i suoi viaggi a Parigi, il rapporto difficile con il suo corpo, l’amore viscerale per suo padre. Tengo con me addosso, ora, una collana che lei aveva quel giorno. E lei, con me».

 

E continua a raccontare, il ragazzo che ha il nome degli altri milleseicento: «Ultimamente mi hanno contattato altri due orfani e in un maschietto di questi fratellini mi rispecchio molto. Vedo gli stessi miei modi di pensare, la voglia di diventare un supereroe e salvare mamma. Perché io questo pensavo, da piccolo: “Un giorno potrò andare a prendere mamma e la riporterò qua. La salverò”. Volevo diventare un supereroe. Vedevo nei miei nonni la salvezza e allo stesso tempo dicevo loro: “Non vi preoccupate, tanto ce la faremo a rincontrare mamma”.

Quando ascolto questo bambino mi rivedo esattamente in lui. Torno nella mia stanza, con i miei pensieri neri. Lui l’anno prossimo deve fare la prima media. Il momento più difficile, per la solitudine. Quando spuntano le domande e fai fatica a darti risposte. La nonna di questo bambino era una professoressa che insegnava alle medie nella mia scuola. Lei sapeva la mia storia e infatti ogni volta che mi incontrava nei corridoi mi sorrideva, mi parlava dolcemente. Non tutti lo facevano, mi piaceva. Dopo tanti anni è successo a lei. Non posso dimenticare il giorno del funerale. Io mi nascosi in mezzo alla gente, sentivo il dovere di andare. Stava abbracciando altre persone, quando mi vide da lontano mi disse: “Puoi venire qui?”. Mi strinse forte e mi sussurrò: “Solo tu in questo momento, in tutta questa folla, puoi capire il mio dolore”».

 

La ragazza mi dice che «in una prima fase la mia vita di adolescente è stata sconvolta da sconforto e rabbia. Specie per aver rimandato le cose che volevo dire a mia madre. Non c’era nulla da aspettare. Poi amarezza, vuoto grandissimo, un senso di desolazione che nessun processo contro le persone che potevano evitare quello che è successo poteva e potrebbe superare.

Io non so cosa sia l’odio, mi vanto di non averlo mai provato. Rabbia, mai odio. L’odio ti mangia dentro, ti imbruttisce.

La persona che ha ucciso mia madre poi si è tolta la vita e io, con grande fatica, penso di aver immaginato persino un percorso di perdono: l’odio non può appartenere a una bambina di quattordici anni. E non a me».

 

Chiedo al ragazzo se, quando era bambino, ha avuto la forza di raccontare a qualche coetaneo la sua storia: «All’inizio no, perché mi dava fastidio essere visto con quello sguardo di diversità: “A lui è morta la mamma”. A me dava anche fastidio il modo in cui venivo trattato dai professori, nel senso che con quel “poverino” che dicevano o nascondevano, mi facevano diverso da tutti gli altri. Io volevo essere uguale. L’assassinio di mia madre mi aveva reso diverso ma io volevo essere uguale agli altri. Per questo non ne parlavo, finché un giorno decisi di confidarmi. Lui era un ragazzo che si comportava malissimo a scuola però, con me, era gentile e comprensivo. Il padre era morto in un incidente. Lo sentivo simile a me. Un giorno andai da lui e dissi, facevo la quarta elementare, “lo sai che tuo padre è un angelo? Ora sta insieme a mia madre, sicuramente staranno mangiando insieme. Qualche volta verranno ai colloqui con le maestre insieme a noi”. Così ho cominciato a raccontare».

 

La ragazza mi dice «io mi sentivo diversa dagli altri. Mi sembravano tutti ragazzini. Ero cresciuta troppo in fretta, come il dolore costringe a fare. Quando ho saputo  cosa era successo mi sono subito dovuta asciugare le lacrime per mio fratello, che aveva sette anni e che doveva essere protetto da quella valanga. Poi ho dovuto ripensare la mia vita. A quattordici anni sei in mezzo al guado e devi imparare a nuotare rapidamente. Sono andata allora dallo psicologo, tre volte. Poi ho capito che dovevo cercare dentro di me. Sì, tutti mi facevano bei discorsi, parole alate. Ma poi col buco dentro restavo io. Ci ho viaggiato io, lì dentro e ne ho tratto una enorme forza. Voglio fare la giornalista, sto finendo il master, per raccontare la realtà, per aiutare a conoscere».

 

Mi dice il ragazzo: «Al compleanno dei diciotto anni i nonni mi chiesero: “Cosa vuoi come regalo?”. Un ragazzo diciottenne chiede la macchina, il motorino. Io ho chiesto di cambiare cognome.”Aiutatemi”. Loro mi hanno fatto tanti ragionamenti, hanno cercato di farmi cambiare pensiero. Un giorno uscii da solo, presi appuntamento con un avvocato e gli dissi che volevo cambiare cognome. E da solo ho iniziato questa pratica. I nonni, ai quali non sarò mai abbastanza grato, sono venuti a scoprire grazie ad una lettera del Comune che era stata presa in carico la richiesta. Perché io dovevo portare il cognome della persona che mi ha rovinato la vita? E mi arrabbiavo con me stesso. A volte, da piccolo, mi capitava persino di pensare che, all’interno di me stesso, c’era il Dna di quell’assassino e quindi pensavo che dentro di me, nascosto, forse esisteva quel lato violento. Allora cerchi sempre di tenerti d’occhio, hai paura di vivere, hai paura di crescere perché hai paura di confrontarti con altra gente.

 

Pensi sempre: “Lui ha avuto quello scatto, io ho il suo stesso Dna quindi potrei anche io scoprire di essere un violento”. È una cosa pesante, mi creda. La paura di essere ciò che più si rifiuta, nel profondo, di poter essere».

 

La dottoressa Paola Di Nicola è una giudice che si occupa da anni di questa epidemia di violenza contro le donne. Ha scritto un volume: La mia parola contro la sua, nel quale ha studiato centinaia di sentenze dei processi per femminicidio. Quando scrivo questa parola sul computer il correttore me la evidenzia, perché non la riconosce. Proprio come la giustizia italiana che fa una gran fatica a gettare alle ortiche un bagaglio di pregiudizi che durano da secoli e sembrano inossidabili. «La violenza di genere ha radici millenarie, è figlia di una struttura gerarchica che prevede ruoli tanto definiti quanto inaccettabili. Lei non sa in quanti processi non solo la difesa degli accusati ma persino le parti civili cercano giustificazioni per la violenza maschile. E molte sentenze ne risentono».

 

Le cronache recenti parlano di pene ridotte perché l’ex fidanzata è stata uccisa mentre il reo era in preda a «una tempesta emotiva». A un altro sono state date le attenuanti generiche perché «illuso e disilluso dalla moglie che gli aveva più volte mentito».

Fermiamoci qui. Una donna non è padrona, diversamente da un uomo, della sua libertà.

Il suo corpo, il suo tempo, il suo libero arbitrio vengono considerati in consegna all’uomo. La giudice Di Nicola mi racconta di casi di violenza persino perché una donna aveva accettato di cambiare i turni di lavoro.

 

L’uomo è padrone di due vite, la donna di nessuna.

E personalmente sono convinto che la durezza di questa società solitaria, in cui tutto è incerto – il lavoro, gli affetti – e non esistono più agenti collettivi capaci di raccogliere e indirizzare civilmente l’ansia e la rabbia, proietti sui rapporti affettivi una febbre parossistica. Una separazione viene vissuta dall’uomo padrone non solo come un fallimento sociale, una sconfitta personale, una lesione del potere e dell’autorità. Viene vissuta anche come una possibile precipitazione nella solitudine assoluta e nella perdita del ruolo egemone dell’uomo nell’unico ambito in cui sente di non poter essere discusso.

 

Di Nicola: «Non si ha contezza di quanto sia diffusa la violenza tra le mura domestiche. Solo il 10% delle donne denuncia. Molte non hanno la forza di farlo. Molte si danno giustificazioni dolorose della violenza del partner, sono portate a subire e a perdonare, restando all’interno di quel perimetro di ruoli definiti. Accettano la «normalità» di quella gerarchia brutale. Molte hanno paura che la denuncia possa portare alla sottrazione dei figli. E molte non denunciano per difendere il ruolo di “padre” dell’uomo».

Il ragazzo con milleseicento nomi ha trovato in un cassetto un blocchetto di appunti della mamma in cui lei aveva trascritto, a futura memoria, le minacce sempre più raggelanti del marito che però definiva sempre, senza aggettivi dispregiativi, «il padre di…». Spesso le donne non denunciano per salvaguardare lo straccio sporco di una famiglia strizzata dalla violenza, immaginando così di salvaguardare i figli.

 

La dottoressa Di Nicola sa che spesso, in processi in cui c`è una vittima e un assassino nulla da scoprire – la vita della vittima è sezionata alla ricerca di ragioni che possano giustificare il gesto del colpevole. Come se potessero esistere. D’altra parte in Italia fino al 1981, c’era già la tv a colori, è esistita quella follia del «delitto d’onore», un ossimoro fatto codice, in base alla quale: «Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni».

 

Da tre a sette anni, come rubare in un supermercato. Noi siamo ancora figli e schiavi di quella cultura giuridica, di quella cultura. La giudice, che ogni giorno affronta questi pregiudizi in aula, dice: «Lei si rende conto che nel nostro sistema non esiste una banca dati che ci faccia rubricare il femminicidio come tale? Siamo disarmati di fronte a un fenomeno che andrebbe affrontato come si è fatto con la mafia. La legge in votazione in Parlamento è un importante passo in avanti ma ci vorrebbe di più. Ci vorrebbe un “codice antifemminicidio” come esiste un “codice antimafia”».

 

La corte d’appello di Messina ha annullato recentemente il risarcimento che in primo grado era stato riconosciuto ai tre figli di una donna uccisa dal marito con la motivazione che qualunque cosa lo Stato avesse fatto, il marito l’avrebbe comunque uccisa. La donna aveva denunciato dodici volte il pericolo che correva. Inutilmente. Ora i figli devono restituire i soldi. La solitudine di questi 1.60o ragazzi, spesso orfani due volte, è affrontata dall’amore di nonni o da associazioni, come quella di cui è responsabile Patrizia Schiavizza, un avvocato che ha assunto questa causa come una missione civile.

 

Come la ragazza che gira per scuole e università a raccontare il suo dolore e la sua battaglia contro la violenza sulle donne. O come il ragazzo che mi dice fiero: «Io ho
scelto di prendere giurisprudenza perché spero che un giorno la mia storia di dolore sia stata utile a molte donne. Voglio cercare di fermare questo fenomeno. E il mio modo di onorare mamma».

 

Non si potrà mai bloccarlo fino a quando le persone non si uniranno, al di là delle divisioni di ogni tipo, su questo problema. Non stiamo parlando di economia, stiamo parlando digente che soffre. Quando non arriva a prendere ciò che vuole, un uomo ignorante usa due mezzi: ì soldi o la violenza. C`è un poeta che dice: «La violenza è il rifugio degli incapaci».

 

Bisogna cercare di far capire alle donne che si devono ribellare, ma non rispondendo a violenza con violenza. Devono denunciare, devono scappare da quelle mura, non devono avere paura di uscire per strada. E lo Stato, la società civile non devono lasciarle sole. In commissariato, in un tribunale, in un quartiere.

Mai. Mai più sole.